Come le epidemie e la crescita demografica hanno governato il benessere degli italiani per cinque secoli Nel 1347 le galee genovesi portano in Sicilia la Peste Nera. In tre anni l'Italia perde quasi metà dei suoi abitanti: secondo le stime di Federico, Nuvolari, Ridolfi e Vasta, la popolazione scende da 10,5 milioni nel 1328 a 6,2 milioni nel 1350, un crollo del 42%. È la più grande catastrofe demografica della storia italiana. Eppure, nello stesso periodo, il reddito per abitante dei sopravvissuti sale. Il PIL pro capite passa da 1.205 dollari nel 1328 a 1.411 nel 1350 e tocca il massimo di tutta la serie nel 1367, con 1.735 dollari. Il paradosso ha una spiegazione semplice: la terra, le case e gli attrezzi restano, ma i lavoratori sono molti meno. Ognuno dispone di più risorse e il lavoro diventa scarso e quindi meglio pagato. È il meccanismo descritto da Thomas Malthus alla fine del Settecento. In un'economia preindustriale, dove la terra è il fattore decisi...
Cinque secoli di PIL pro capite del Centro-Nord e del Mezzogiorno, 1328–1861 La «questione meridionale» nasce come tema politico dopo il 1861, ma la domanda che la sostiene è molto più antica: il Mezzogiorno era già più povero del Centro-Nord prima dell'Unità, e da quando? Per decenni la risposta è dipesa da indizi frammentari, come i salari di qualche città, le descrizioni dei viaggiatori o le statistiche fiscali dei singoli Stati. Le nuove stime di Federico, Nuvolari, Ridolfi e Vasta, pubblicate sull'Economic History Review e rese disponibili nel pacchetto ICPSR 237682, permettono per la prima volta di seguire anno per anno, dal 1328 al 1861, il PIL pro capite del Centro-Nord e del Sud in dollari internazionali 1990. Questo articolo usa quelle serie per misurare la «linea invisibile» che separava le due Italie molto prima che fossero unite. La prima risposta è netta: il divario esiste già nel Trecento. Nel 1328, primo anno della serie, il Centro-Nord produce 1.292 dolla...