Undici regioni, sette monete e un confronto con
l'Inghilterra dieci anni prima dell'Unità
Tutte le stime del PIL italiano dal
Trecento all'Unità poggiano su un unico punto fermo: una fotografia
dell'economia italiana scattata nel 1850-51. È il «benchmark» con cui Federico,
Nuvolari, Ridolfi e Vasta trasformano indici di salari e prezzi in dollari
internazionali, e da cui proiettano le serie all'indietro, anno per anno, fino
al 1300. Se quella fotografia è sfocata, lo è tutta la storia che ne discende.
Di solito il benchmark resta nelle note
metodologiche. Ma il foglio «PPP» del pacchetto di replica ICPSR 237682 merita
di essere letto per conto suo, perché racconta l'Italia alla vigilia dell'Unità
con un dettaglio raro: il prodotto totale di ciascuna regione, la popolazione,
i tassi di cambio delle diverse monete con la sterlina e, soprattutto, il
livello dei prezzi. Ne esce un ritratto in cui la geografia del reddito cambia
molto a seconda di come la si misura.
Un paese, sette monete
Nel 1851 l'Italia non esisteva come mercato
unico. Il dataset registra sette diversi tassi di cambio con la sterlina: uno
per gli Stati sabaudi (Piemonte, Liguria e Sardegna), uno per la Lombardia, uno
per il Veneto, uno per i Ducati emiliani, uno per la Toscana, uno per lo Stato
Pontificio e uno per il Regno delle Due Sicilie. Ogni Stato aveva la sua
moneta, le sue dogane, i suoi pesi e le sue misure.
Per confrontare redditi espressi in monete
diverse esistono due strade. La prima è convertirli al cambio di mercato, cioè
in base al contenuto d'argento delle monete. La seconda è convertirli a parità
di potere d'acquisto (PPP), cioè chiedendosi quanti beni e servizi quel reddito
permetteva davvero di comprare sul posto. Se i prezzi locali sono bassi, un
reddito modesto in argento vale di più in termini di pane, affitto e servizi.
La differenza tra le due misure non è un
dettaglio tecnico. Al cambio di mercato il PIL italiano del 1851 vale 235
milioni di sterline; a parità di potere d'acquisto ne vale 283, il 20% in più.
Il reddito per abitante passa dal 38 al 46% di quello inglese.
Dove la vita costava meno
Il dato chiave è il livello dei prezzi, che
si ottiene confrontando il tasso di cambio PPP con quello di mercato. Fatto 1
il livello dei prezzi inglese, il Piemonte, la Lombardia e la Liguria sono tra
1,01 e 1,03: vivere a Torino, Milano o Genova costava quanto vivere in
Inghilterra. Veneto, Toscana ed Emilia sono tra 0,84 e 0,87, il Lazio a 0,78.
Nel Mezzogiorno i prezzi erano molto più
bassi: 0,68 in Campania, 0,67 in Sicilia, 0,63 in Sardegna e appena 0,60 in
Puglia. Con la stessa quantità d'argento, un pugliese comprava circa il 70% di
beni in più di un piemontese. È un fenomeno che gli economisti conoscono bene
anche oggi: nelle aree più povere i servizi, le case e il lavoro costano meno,
e con essi i beni che non viaggiano.

Il grafico mostra l'effetto sulle regioni.
Al cambio di mercato la distanza tra Nord e Sud appare enorme: la Puglia ha un
PIL pro capite pari al 20% di quello inglese, la Liguria al 67%, più di tre
volte tanto. A parità di potere d'acquisto la Puglia sale al 33% e la Liguria
resta al 66%: il rapporto si riduce a due volte.
Lo stesso vale per le grandi aree. Al
cambio di mercato il Mezzogiorno ha un reddito per abitante pari al 53% del
Centro-Nord. A parità di potere d'acquisto la quota sale al 75%. Quasi metà del
divario Nord-Sud apparente nel 1851 dipende quindi dalla differenza nei prezzi,
non dalla quantità di beni prodotti.
Una classifica che si rimescola
Anche l'ordine delle regioni cambia. Al
cambio di mercato il Piemonte è terzo, con il 50% del livello inglese, davanti
a Toscana (46%), Veneto (45%) e Lazio (40%). A parità di potere d'acquisto il
Piemonte scivola al sesto posto (48%), superato da Veneto, Lombardia, Toscana e
Lazio, tutti tra il 52 e il 53%. Torino era cara: il reddito piemontese, alto
in argento, comprava meno di quanto sembrasse.
Il caso opposto è il Lazio. Al cambio di
mercato Roma appare povera, con il 40% del livello inglese; in termini reali
sale al 52%, quasi alla pari con la Lombardia. Il recupero più forte riguarda
però il Sud: la Sicilia passa dal 28 al 42%, la Campania dal 28 al 41%, la
Sardegna dal 23 al 36%.
Il peso delle regioni
La fotografia del 1851 mostra anche quanto
pesasse ciascuna regione nell'economia italiana. La più grande è la Lombardia,
con il 14,8% del PIL italiano a parità di potere d'acquisto, seguita a breve
distanza dalla Campania (14,3%). Vengono poi Piemonte (11,6%) e Veneto (11,0%).
La Liguria, la regione più ricca per abitante, produce appena il 4,5% del
totale; la Sardegna l'1,8%.
Confrontare la quota di prodotto con quella
di popolazione rende visibile il divario. La Lombardia ha il 12,9% degli
abitanti e il 14,8% del prodotto; la Liguria il 3,1% contro il 4,5%. La Puglia
ha l'11,8% degli italiani ma solo l'8,5% del PIL, la Campania il 16,2% contro
il 14,3%. Nel complesso il Centro-Nord, con il 60% della popolazione, produce
il 67% del reddito nazionale; il Sud, con il 40%, ne produce il 33%.
Quanto è solida la fotografia
Gli autori hanno verificato il benchmark
con un metodo alternativo, basato su una regressione, e riportano i due
risultati nella figura 3 del pacchetto. Per molte regioni le due stime sono
vicine: Puglia, Campania ed Emilia differiscono di meno del 3%. Per altre la
distanza è ampia. La Liguria scende da 1.884 a 1.655 dollari, il Lazio da 1.464
a 1.225, mentre la Sardegna sale da 1.022 a 1.322, quasi il 30% in più.
Nella stima alternativa la Sardegna non
sarebbe più tra le regioni più povere, e la distanza tra Liguria e resto
d'Italia si ridurrebbe. È un'incertezza che si trasmette a tutta la serie
storica: ogni livello regionale del Trecento o del Seicento dipende dal punto
di partenza del 1851.
Che cosa ci dicono questi numeri
Alla vigilia dell'Unità l'Italia era un
paese a metà strada tra l'Europa ricca e quella povera: con il 46% del reddito
inglese in termini reali, pari a circa 1.310 dollari 1990, contro 2.835 in
Inghilterra. Ma era soprattutto un paese di prezzi molto diversi. Le regioni
del Nord-Ovest avevano già prezzi «europei», il Mezzogiorno prezzi molto più
bassi, coerenti con un'economia più agricola e meno monetizzata.
La lezione vale anche per chi scrive di
storia economica. Il divario Nord-Sud del 1851 misurato in argento e quello
misurato in potere d'acquisto sono due numeri diversi, e il secondo è quello
che conta per il tenore di vita. Il primo, invece, contava per lo Stato
unitario: le tasse, i debiti pubblici e i bilanci si pagavano in moneta, non in
pane. Forse anche per questo, dopo il 1861, il Mezzogiorno apparve ai nuovi
governanti più povero di quanto i suoi abitanti si sentissero.
Fonte dei dati: Federico G., Nuvolari A.,
Ridolfi L., Vasta M., «Italy's long-term economic performance: GDP estimates
from 1300 to 1861», Economic History Review; dati di replica ICPSR 237682,
versione 1.1 (foglio «PPP» del file «GDP data.xlsx» e figura 3 del file «Figures_EcHR.xlsx»).
Livelli dei prezzi calcolati come rapporto tra tasso di cambio PPP e tasso di
cambio di mercato.
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