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Nel
2020 le città ospitano il 44,1% della popolazione mondiale, oltre il doppio del
1950.
- · Entro
il 2100, oltre metà dell’umanità vivrà nelle città, mentre le aree rurali
scenderanno drasticamente.
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Africa
e Asia guideranno l’urbanizzazione futura, imponendo investimenti urgenti in
abitazioni, trasporti e servizi pubblici.
Il dataset descrive l’evoluzione
della distribuzione della popolazione tra città, centri minori e periferie
(“towns & suburbs”) e aree rurali. Comprende 248 paesi, territori e
aggregati geografici o economici, con osservazioni quinquennali dal 1950 al
2020 e proiezioni dal 2020 al 2100. Le tre categorie, salvo minime differenze
dovute agli arrotondamenti, sommano sempre al 100%. È importante sottolineare
che la categoria “città” non coincide con l’intera popolazione urbana: una
parte consistente degli abitanti classificati comunemente come urbani rientra
qui nei centri minori e nelle periferie. Per questo motivo, le percentuali
delle sole città non devono essere confrontate direttamente con i tradizionali
tassi nazionali di urbanizzazione.
La tendenza mondiale di lungo
periodo è molto chiara. Nel 1950 viveva nelle città il 20,1% della popolazione,
mentre il 39,9% risiedeva nei centri minori e nelle periferie e il 40% nelle
aree rurali. Nel 2020 la quota delle città era salita al 44,1%, quella dei
centri minori era scesa moderatamente al 35,8% e quella rurale si era
dimezzata, raggiungendo il 20,1%. In settant’anni, dunque, le città hanno
guadagnato circa 24 punti percentuali, quasi esattamente quanto hanno perso le
campagne. Il cambiamento principale non consiste nella scomparsa di ogni forma
insediativa intermedia, ma in un trasferimento di popolazione dalle aree rurali
verso gli insediamenti più grandi e densi.
La trasformazione, tuttavia, non è
avvenuta a velocità costante. La crescita della quota mondiale residente nelle
città è particolarmente sostenuta tra il 1950 e il 1975, quando passa dal 20,1%
al 31,1%. Dopo un rallentamento negli anni Ottanta, il processo accelera
nuovamente negli anni Novanta: nel 1995 le città rappresentano il 37%, ancora
poco meno dei centri minori e delle periferie, che raggiungono il 38%. Nel 2000
avviene il sorpasso, con il 39,4% nelle città contro il 37% nei centri
intermedi. Dal 2000 al 2020 la crescita continua, ma più lentamente. Questa
dinamica suggerisce che l’urbanizzazione attraversi diverse fasi: una rapida
concentrazione iniziale, seguita da un assestamento quando il sistema urbano
diventa più maturo.
Secondo le proiezioni, il processo
proseguirà per tutto il secolo, pur perdendo progressivamente intensità. Nel
2050 le città dovrebbero ospitare il 48,3% della popolazione mondiale, i centri
minori e le periferie il 34,6% e le aree rurali il 17,1%. Intorno al 2065 la
quota delle città supererebbe il 50%, arrivando al 52,7% nel 2100. Alla fine
del periodo, i centri intermedi rappresenterebbero ancora il 33% della
popolazione e le aree rurali il 14,3%. Il futuro delineato dai dati non è
quindi quello di un pianeta composto esclusivamente da grandi metropoli. Anche
nel 2100 quasi una persona su due vivrebbe fuori dalla categoria propriamente
definita come “città”.
Le differenze regionali sono molto
ampie. Nel 2020 il Sud America presenta la maggiore concentrazione nelle città,
con il 56,8%, seguito da livelli elevati in numerosi paesi asiatici e
latinoamericani. In Africa, invece, la quota è pari al 40,4%, mentre il 31,1%
vive nei centri intermedi e il 28,5% nelle aree rurali. L’Asia registra il
45,2% nelle città, il 39% nei centri minori e appena il 15,8% nelle campagne.
L’Europa mostra una struttura meno polarizzata: 40% nelle città, 32,5% nei
centri intermedi e 27,4% nelle aree rurali. Il dato europeo ricorda che
sviluppo economico e concentrazione nelle grandi città non sono necessariamente
sinonimi, perché possono prevalere reti diffuse di città piccole e medie.
Le proiezioni indicano anche una
parziale convergenza tra le regioni. Entro il 2100 la quota urbana delle città
salirebbe al 51,9% in Africa e al 55,3% in Asia. Il Sud America rimarrebbe
l’area più concentrata, con il 59,5%, mentre Europa, Nord America e Oceania si
collocherebbero rispettivamente al 43,9%, 45,1% e 44,5%. La crescita futura
sarebbe dunque più intensa nelle regioni oggi meno avanzate nel processo di
concentrazione urbana. Ciò ha implicazioni rilevanti: gran parte della nuova
domanda di abitazioni, trasporti, acqua, energia e servizi pubblici sarà
localizzata in paesi che dispongono spesso di minori risorse finanziarie e
amministrative.
La suddivisione per fasce di
reddito conferma questa lettura. Nel 2020 le città accolgono il 45,7% degli
abitanti dei paesi ad alto reddito, contro appena il 34% nei paesi a basso
reddito. La distanza, tuttavia, dovrebbe restringersi: nel 2100 i valori previsti
sono rispettivamente del 50,4% e del 48,5%. Nei paesi a basso reddito la
popolazione rurale scenderebbe dal 32% del 2020 al 16,2% del 2100. Il
cambiamento più profondo del secolo potrebbe quindi verificarsi proprio nelle
economie più fragili. Una crescita urbana tanto rapida può favorire
produttività, accesso ai servizi e innovazione, ma può anche ampliare
insediamenti informali, congestione e disuguaglianze se non accompagnata da
investimenti adeguati.
I grandi paesi mostrano percorsi
differenti. In Cina la quota residente nelle città passa dall’11,8% del 1950 al
43,5% del 2020 e dovrebbe raggiungere il 52,7% nel 2100. In India sale dal
19,5% al 39,5%, con una previsione del 45,2% a fine secolo; rimane però
particolarmente importante la categoria dei centri minori e delle periferie,
pari al 43,9% nel 2020. La Nigeria presenta un’espansione ancora più marcata:
dal 9,7% nelle città nel 1950 al 48,9% nel 2020, fino a un possibile 61% nel
2100. Questi casi dimostrano che la crescita urbana futura non riguarderà
soltanto le megacittà asiatiche, ma in misura crescente anche quelle africane.
Tra le economie già sviluppate,
invece, emerge una maggiore stabilità. In Giappone la popolazione nelle città
raggiunge il 68,4% nel 2020, ma è prevista in lieve diminuzione al 65,7% nel
2100, con una parziale crescita dei centri intermedi. Negli Stati Uniti la
quota delle città è più contenuta, pari al 34,4%, perché il 39,6% della
popolazione appartiene alla categoria dei centri minori e delle periferie. Ciò
riflette un modello insediativo molto disperso. Anche la Germania presenta nel
2020 più abitanti nei centri intermedi, il 38,8%, che nelle città, il 34,2%. Il
dataset permette quindi di distinguere modelli territoriali che il semplice
indicatore urbano-rurale tenderebbe a nascondere.
Il caso italiano è analogo a quello
tedesco. Nel 1950 viveva nelle città il 26,1% della popolazione italiana, nei
centri minori e nelle periferie il 44,4% e nelle aree rurali il 29,6%. Nel 2020
le quote risultano rispettivamente del 34,3%, 42,5% e 23,2%. Le proiezioni
segnalano una sostanziale stabilità della componente cittadina, che resterebbe
intorno al 34% fino al 2050 e scenderebbe lievemente al 33,8% nel 2100.
Crescerebbe invece al 45,1% la popolazione dei centri intermedi. L’Italia
appare pertanto caratterizzata non tanto da un’ulteriore concentrazione
metropolitana, quanto dalla persistenza di una struttura policentrica basata su
città medie, piccoli comuni urbanizzati e fasce periurbane.
Alcuni valori estremi devono essere
interpretati con cautela. Monaco, il Vaticano e Gibilterra risultano
interamente classificati come città, mentre diversi piccoli territori insulari
sono indicati come totalmente rurali o quasi interamente costituiti da centri
minori. Queste percentuali dipendono dalle dimensioni ridotte, dalle
particolari delimitazioni amministrative e dai criteri di classificazione. Non
è quindi corretto attribuire loro lo stesso significato dei dati relativi a
grandi paesi. Anche le proiezioni fino al 2100 non rappresentano previsioni
certe: descrivono uno scenario costruito sulla base delle tendenze demografiche
e insediative, che politiche pubbliche, migrazioni, crisi economiche o
cambiamenti climatici potrebbero modificare.
Nel complesso, i dati raccontano un
processo mondiale di concentrazione della popolazione che appare robusto ma non
uniforme. Le campagne perdono peso in ogni grande area, mentre le città
diventano la principale forma insediativa globale. I centri minori e le
periferie, tuttavia, mantengono un ruolo decisivo e assorbono ancora circa un
terzo della popolazione per tutto l’orizzonte previsivo. La questione centrale
non è soltanto quante persone vivranno nelle città, ma quale forma assumerà
questa crescita. Densità, accessibilità dei servizi, qualità degli alloggi,
trasporto pubblico e tutela ambientale determineranno se l’urbanizzazione
prevista diventerà un’opportunità di sviluppo oppure una nuova fonte di
vulnerabilità e disuguaglianza.
Fonte: Our World in Data
Link: https://ourworldindata.org/urbanization
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