Le previsioni ISTAT delineano una trasformazione profonda e strutturale. La popolazione italiana non è destinata soltanto a diminuire: cambierà composizione, distribuzione territoriale e forma familiare. Nello scenario mediano, i residenti passano da 58,9 milioni nel 2026 a 54,7 milioni nel 2050 e a 45,8 milioni nel 2080. La perdita è quindi pari a circa 13,1 milioni rispetto al livello di metà anni Venti, oltre un quinto della popolazione.
•
Il calo demografico è accompagnato da un
restringimento molto più marcato della popolazione tra 15 e 64 anni: da 37,2
milioni nel 2026 a 24,4 milioni nel 2080, con una riduzione di oltre un terzo.
•
La quota dei 65 anni e più cresce dal
25,2% al 35,5%. Gli 85 anni e più raggiungono 3,9 milioni nel 2050 e toccano un
massimo di circa 4,7 milioni nel 2060.
•
L’indice di dipendenza totale sale da 58 a
88 persone fuori dall’età lavorativa ogni 100 persone tra 15 e 64 anni, con
effetti diretti su welfare, sanità, mercato del lavoro e finanza pubblica.
•
Le famiglie diventano più piccole e
frammentate: nel 2050 il 41,1% sarà composto da una sola persona, mentre le
coppie con figli scenderanno al 21,4% del totale.
Fonti,
metodo e chiavi di lettura. L’analisi utilizza il
rapporto ISTAT “Previsioni della popolazione residente e delle famiglie – Base
1/1/2024” e i file di dettaglio per sesso ed età riferiti agli anni 2026, 2030,
2040, 2050, 2060, 2070 e 2080. I fogli riportano, per ciascuna età da zero a
110 anni e oltre, lo scenario mediano e i limiti degli intervalli di confidenza
al 50%, 80% e 90%. Questa struttura consente di distinguere il valore centrale
della previsione dall’ampiezza dell’incertezza. Una previsione demografica non è una profezia. È un esercizio
condizionato, di tipo what-if: descrive ciò che accadrebbe qualora fecondità,
mortalità e migrazioni seguissero le ipotesi definite dal modello. La
robustezza è maggiore nel breve periodo, perché la maggior parte della
popolazione futura è già nata; diminuisce progressivamente nel lungo termine,
quando pesano maggiormente i comportamenti riproduttivi, i flussi migratori e
gli shock economici o geopolitici. Per
rendere leggibili i dati sono stati calcolati alcuni indicatori sintetici:
quote delle classi 0-14, 15-64 e 65 anni e più; consistenza degli 80, 85 e 100
anni e più; indice di dipendenza giovanile, indice di dipendenza degli anziani
e indice di dipendenza totale. Quest’ultimo misura quante persone con meno di
15 anni o almeno 65 anni corrispondono a ogni 100 persone in età 15-64.
Formula utilizzata:
Indice
di dipendenza totale = (popolazione 0-14 + popolazione 65+) / popolazione 15-64
× 100
I risultati nazionali
sono poi integrati con le informazioni qualitative e quantitative del rapporto
ISTAT sulla dinamica naturale, sui flussi migratori, sulle differenze
territoriali e sulle tipologie familiari. Le elaborazioni qui presentate
privilegiano lo scenario mediano, ma mantengono visibile l’intervallo di
confidenza al 90%, soprattutto quando si discute il periodo successivo al 2050.
La
contrazione della popolazione. La diminuzione della
popolazione è la tendenza più evidente. Nel 2026 lo scenario mediano indica
58,88 milioni di residenti; nel 2030 il valore scende a 58,49 milioni. La
riduzione accelera nei decenni successivi: 56,89 milioni nel 2040, 54,65
milioni nel 2050, 51,36 milioni nel 2060, 48,11 milioni nel 2070 e 45,82
milioni nel 2080.
Figura 1 – Popolazione
residente nello scenario mediano e intervallo di confidenza al 90%.
|
Anno |
Scenario mediano |
Limite inferiore 90% |
Limite superiore 90% |
Variazione vs 2026 |
|
2026 |
58,88 |
58,82 |
58,94 |
+0,0% |
|
2030 |
58,49 |
58,25 |
58,74 |
-0,7% |
|
2040 |
56,89 |
55,87 |
57,92 |
-3,4% |
|
2050 |
54,65 |
52,50 |
56,81 |
-7,2% |
|
2060 |
51,36 |
47,87 |
54,90 |
-12,8% |
|
2070 |
48,11 |
43,08 |
53,31 |
-18,3% |
|
2080 |
45,82 |
39,02 |
52,85 |
-22,2% |
Fonte: elaborazione sui
dati ISTAT per sesso ed età.
Tra il 2026 e il 2080 la
perdita mediana è di 13,06 milioni di persone, pari al 22,2%. Il dato non
descrive soltanto un Paese più piccolo. La diminuzione è selettiva: colpisce
soprattutto le età giovani e adulte, riduce la base lavorativa e rende più
difficile il ricambio generazionale. Per questo gli effetti economici sono
potenzialmente superiori alla variazione della popolazione totale.
L’incertezza
delle previsioni. L’ampiezza degli intervalli di confidenza
cresce rapidamente con l’orizzonte temporale. Nel 2026 il campo al 90% è
estremamente contenuto: circa 58,82-58,94 milioni. Nel 2050 si allarga a
52,50-56,81 milioni, una distanza di oltre 4,3 milioni. Nel 2080 la forchetta
raggiunge 39,02-52,85 milioni, quasi 13,8 milioni tra i due estremi. Questo
ampliamento non mette in discussione la direzione generale. Anche il limite
superiore del 2080 rimane inferiore ai livelli attuali, mentre il limite
inferiore descrive un ridimensionamento molto più severo. La conclusione più
solida è quindi il calo; ciò che resta incerto è la sua intensità. In termini
di pianificazione, questa distinzione è fondamentale: servizi e infrastrutture
devono essere progettati per scenari diversi, evitando sia il
sovradimensionamento sia l’insufficienza.
|
Anno |
Ampiezza intervallo 90% |
Ampiezza / scenario mediano |
|
2026 |
0,11 |
0,2% |
|
2030 |
0,49 |
0,8% |
|
2040 |
2,05 |
3,6% |
|
2050 |
4,31 |
7,9% |
|
2060 |
7,03 |
13,7% |
|
2070 |
10,23 |
21,3% |
|
2080 |
13,83 |
30,2% |
La maggiore fonte di
incertezza è rappresentata dai flussi migratori, sensibili alla crescita
economica, alle politiche di ingresso e integrazione, alle crisi internazionali
e all’attrattività occupazionale del Paese. Anche la fecondità è incerta, ma il
numero futuro di nascite dipende non solo dal numero medio di figli per donna:
conta la consistenza delle generazioni femminili in età riproduttiva, già oggi
ridotta dopo decenni di bassa natalità. Una strategia pubblica prudente
dovrebbe quindi adottare un approccio per scenari: definire un nucleo di
interventi necessari in tutte le ipotesi e predisporre misure adattive da
attivare quando gli indicatori reali si avvicinano al limite alto o basso della
previsione.
Nota: gli intervalli di
confidenza esprimono la variabilità del modello; non comprendono
necessariamente ogni possibile shock eccezionale.
Invecchiamento
e struttura per età. Il cambiamento decisivo riguarda la struttura
per età. Nel 2026 i giovani fino a 14 anni rappresentano l’11,6% dei residenti,
le persone tra 15 e 64 anni il 63,2% e gli ultrasessantacinquenni il 25,2%. Nel
2050 le stesse quote diventano rispettivamente 11,1%, 54,3% e 34,6%. Nel 2080
la componente anziana sale al 35,5%, mentre quella in età lavorativa scende al
53,1%.
Figura 2 – Evoluzione
delle grandi classi di età nello scenario mediano.
|
Anno |
0-14 |
15-64 |
65+ |
85+ |
|
2026 |
11,6% |
63,2% |
25,2% |
4,3% |
|
2030 |
10,8% |
61,9% |
27,2% |
4,4% |
|
2040 |
10,6% |
56,8% |
32,6% |
5,4% |
|
2050 |
11,1% |
54,3% |
34,6% |
7,2% |
|
2060 |
10,7% |
54,9% |
34,3% |
9,2% |
|
2070 |
10,7% |
55,0% |
34,3% |
8,7% |
|
2080 |
11,3% |
53,1% |
35,5% |
8,4% |
Fonte: elaborazione sui
dati ISTAT. Le quote possono differire di un decimo per arrotondamento.
L’invecchiamento non è
lineare. Il numero dei 65 anni e più cresce fino a circa 18,9 milioni nel 2050,
poi diminuisce gradualmente; tuttavia il loro peso percentuale resta elevato
perché cala più velocemente il resto della popolazione. Gli 85 anni e più
aumentano da 2,5 milioni nel 2026 a 3,9 milioni nel 2050 e raggiungono circa
4,7 milioni nel 2060. Il problema centrale diventa quindi la longevità
accompagnata da fragilità, cronicità e bisogni assistenziali complessi.
Il
profilo generazionale dell’Italia futura. L’osservazione
delle singole età mostra il passaggio da una struttura ancora relativamente
larga nelle età adulte a un profilo sempre più concentrato nelle età mature e
anziane. La classe più numerosa si colloca intorno ai 61 anni nel 2026, sale a
circa 75 anni nel 2050 e rimane oltre i 70 anni nel 2080. È l’effetto
dell’avanzamento delle generazioni numerose nate nel secondo dopoguerra e della
mancata sostituzione con coorti altrettanto ampie.
Figura 3 – Distribuzione
percentuale per singola età nel 2026, 2050 e 2080.
La base della
distribuzione resta stretta. Anche quando il modello ipotizza una parziale
ripresa della fecondità, il numero delle potenziali madri diminuisce e limita
il recupero delle nascite. Si crea così un meccanismo di inerzia demografica:
poche nascite oggi significano meno genitori domani, e quindi un ulteriore
vincolo alle nascite future. Alle età più alte si osserva invece un’espansione
significativa. I centenari passano da circa 24 mila nel 2026 a oltre 60 mila
nel 2050 e superano le 100 mila unità nel 2070-2080. La crescita della
longevità rappresenta un progresso sociale, ma richiede una nuova
organizzazione dei servizi: prevenzione, assistenza domiciliare, abitazioni
accessibili, trasporto di prossimità e sostegno alle reti familiari. La
componente femminile rimane prevalente nelle età molto anziane: nel 2050 le
donne costituiscono circa il 61% degli 85 anni e più. La differenza si riduce
nel tempo per l’avvicinamento della sopravvivenza maschile a quella femminile,
ma non scompare. Le politiche per l’invecchiamento devono quindi considerare
anche la dimensione di genere, il rischio di vedovanza e la maggiore
probabilità delle donne anziane di vivere sole.
Popolazione
attiva e indici di dipendenza. La popolazione tra 15 e
64 anni è il segmento che subisce la contrazione più forte. Passa da 37,2
milioni nel 2026 a 29,7 milioni nel 2050 e a 24,4 milioni nel 2080. La
riduzione complessiva è di circa 12,85 milioni, pari al 34,5%. A parità di
tassi di occupazione, una base demografica più piccola implica meno lavoratori,
minore capacità produttiva e una pressione più elevata sul finanziamento della
protezione sociale.
Figura 4 – Indici di
dipendenza demografica calcolati sui dati dello scenario mediano.
L’indice di dipendenza
degli anziani cresce da 39,8 ultrasessantacinquenni ogni 100 persone in età
lavorativa nel 2026 a 63,6 nel 2050 e 66,8 nel 2080. L’indice totale sale da
58,3 a 84,1 nel 2050 e a 88,2 nel 2080. In altre parole, verso la fine del
periodo ci saranno quasi 88 persone nelle età convenzionalmente non lavorative
ogni 100 persone tra 15 e 64 anni. Questi rapporti non coincidono con il numero
reale di occupati e pensionati: non tutti gli adulti lavorano e non tutti gli
anziani sono economicamente inattivi. Tuttavia segnalano la direzione della
pressione potenziale. Per attenuarla diventano centrali l’aumento
dell’occupazione femminile e giovanile, la riduzione dei divari territoriali,
la formazione continua, l’innovazione tecnologica e una gestione ordinata dei
flussi migratori. Indicazione chiave: il problema non è soltanto “quanti
abitanti”, ma quanti partecipano al lavoro, con quale produttività e per quanti
anni in buona salute.
Dinamica
naturale e ruolo delle migrazioni. La diminuzione della
popolazione nasce soprattutto dal saldo naturale negativo, cioè dalla
differenza tra nascite e decessi. Il rapporto ISTAT stima, tra il 2024 e il
2080, circa 20,5 milioni di nascite e 43,7 milioni di decessi nello scenario
mediano. Anche in ipotesi favorevoli di fecondità e mortalità, le nascite non
riescono a compensare i decessi, perché la struttura per età è già
profondamente squilibrata. La
fecondità mediana viene ipotizzata in risalita da 1,18 figli per donna nel 2024
a 1,46 nel 2080. Il recupero, tuttavia, non produce un aumento duraturo delle
nascite: le donne tra 15 e 49 anni diminuiscono da 11,5 milioni nel 2024 a 9,1
milioni nel 2050 e 7,6 milioni nel 2080. Il numero dei potenziali genitori
diventa quindi un vincolo strutturale. Sul
versante della mortalità, la speranza di vita continua a crescere, ma il numero
dei decessi aumenta per l’elevata presenza di persone nelle età anziane. Il
picco previsto è intorno al 2059, con circa 851 mila decessi. Si tratta di un
apparente paradosso: una popolazione più longeva può registrare più decessi
annui quando molte generazioni numerose raggiungono simultaneamente le età
finali della vita. Le migrazioni
internazionali attenuano il calo. Lo scenario mediano prevede un saldo netto
positivo, vicino a 200 mila unità annue fino al 2040 e successivamente intorno
a 165 mila. Tra il 2024 e il 2080 sono ipotizzati circa 18 milioni di ingressi
e 8,2 milioni di uscite. Questo contributo è essenziale, ma non sufficiente a
neutralizzare il deficit naturale. La
qualità dell’integrazione è importante quanto la quantità degli ingressi.
Occupazione regolare, riconoscimento delle competenze, accesso alla casa,
apprendimento linguistico e inclusione scolastica determinano se la migrazione
produce un beneficio stabile per il sistema produttivo e per la coesione
sociale.
Divari
territoriali e rischio di spopolamento. Il declino demografico
non si distribuisce uniformemente. Nel breve periodo il Nord può ancora
beneficiare di un modesto incremento, sostenuto soprattutto dai flussi interni
e internazionali; il Centro mostra una diminuzione più contenuta, mentre il
Mezzogiorno entra prima e con maggiore intensità nella fase di spopolamento.
Nel periodo 2030-2050 il calo diventa generalizzato, ma resta molto più
pronunciato nel Sud e nelle Isole. Secondo
lo scenario mediano illustrato dall’ISTAT, il Mezzogiorno potrebbe perdere 3,4
milioni di abitanti entro il 2050 e 7,9 milioni entro il 2080. Il Nord, nello
stesso orizzonte, perderebbe circa 200 mila residenti entro il 2050 e 2,8
milioni entro il 2080. L’intervallo superiore contempla persino una lieve
crescita del Nord, eventualità che non compare per Centro e Mezzogiorno. Il rischio maggiore riguarda le aree
interne, i piccoli comuni e i territori con bassa accessibilità. Il calo della
popolazione giovane riduce la domanda scolastica, indebolisce il mercato del
lavoro locale e restringe la base fiscale; contemporaneamente l’invecchiamento
aumenta il bisogno di servizi sanitari e assistenziali. Ne deriva un circolo
cumulativo: meno popolazione, meno servizi, minore attrattività e nuova perdita
di residenti.
|
Ambito |
Effetto
territoriale atteso |
|
Scuola |
Riduzione
degli alunni, accorpamento di classi e plessi, maggiori distanze |
|
Sanità |
Più
domanda geriatrica e minore disponibilità di personale |
|
Mobilità |
Costi
elevati per mantenere trasporti in aree poco dense |
|
Imprese |
Difficoltà
di reperimento della forza lavoro e successione aziendale |
|
Enti locali |
Base
imponibile più debole e costi fissi pro capite più alti |
La risposta non può
consistere nel mantenere ovunque la stessa rete di servizi del passato.
Occorrono modelli flessibili: telemedicina accompagnata da presidi fisici,
trasporto a chiamata, poli scolastici con mobilità garantita, servizi condivisi
tra comuni, incentivi selettivi alle attività economiche e connettività
digitale effettiva.
Trasformazioni
delle famiglie. Il numero complessivo delle famiglie segue
una traiettoria diversa da quella della popolazione. Cresce da 26,5 milioni nel
2024 a 27,2 milioni nel 2040, poi scende leggermente a 26,8 milioni nel 2050.
La crescita iniziale dipende dalla frammentazione dei nuclei e dall’aumento
delle persone sole: una popolazione più piccola può quindi generare, per un
certo periodo, un numero maggiore di famiglie e abitazioni occupate.
Figura 5 – Quote delle
principali tipologie familiari nel 2024 e nel 2050.
|
Indicatore |
2024 |
2050 |
|
Famiglie totali |
26,5 mln |
26,8 mln |
|
Famiglie senza nuclei |
10,4 mln |
11,9 mln |
|
Famiglie con almeno un nucleo |
16,1 mln |
14,9 mln |
|
Persone sole |
9,7 mln |
11,0 mln |
|
Coppie con figli |
7,6 mln |
5,7 mln |
|
Coppie senza figli |
5,4 mln |
5,7 mln |
|
Genitori soli |
2,9 mln |
3,2 mln |
|
Componenti medi |
2,21 |
2,03 |
Fonte: rapporto ISTAT
sulle previsioni delle famiglie, scenario mediano.
Le persone sole salgono
dal 36,8% al 41,1% delle famiglie; le coppie con figli scendono dal 28,6% al
21,4%. Le coppie senza figli crescono lievemente e arrivano quasi allo stesso
peso delle coppie con figli. Tra gli anziani, il vivere soli diventa
particolarmente rilevante: gli ultrasessantacinquenni soli passano da 4,6
milioni nel 2024 a 6,5 milioni nel 2050.
Impatti
economici e sociali. Le trasformazioni demografiche
attraversano tutti i settori. Nel mercato del lavoro, la contrazione delle età
attive può generare carenze di personale, rallentare la crescita e aumentare la
competizione tra territori e imprese. L’effetto non è automatico: automazione,
produttività, partecipazione e migrazioni possono compensare una parte della
perdita, ma richiedono investimenti e riforme coerenti. Nel welfare, l’aumento degli anziani accresce la spesa per
pensioni, sanità e assistenza di lungo periodo. La sfida non riguarda soltanto
la sostenibilità finanziaria, ma la disponibilità concreta di lavoratori:
medici, infermieri, operatori sociosanitari, assistenti familiari e personale
dei servizi domiciliari. Una rete basata quasi esclusivamente sulle famiglie
diventa fragile quando aumentano le persone sole e diminuisce il numero dei
figli.
|
Settore |
Principale
conseguenza |
|
Lavoro e imprese |
Riduzione
dell’offerta di lavoro; necessità di più occupazione, produttività e
competenze |
|
Pensioni |
Rapporto
meno favorevole tra contribuenti e beneficiari |
|
Sanità |
Più
cronicità e multimorbilità; domanda di medicina territoriale |
|
Assistenza |
Espansione
della non autosufficienza e dei servizi domiciliari |
|
Istruzione |
Meno
alunni, ma bisogno di riorganizzare la rete e migliorare qualità |
|
Casa |
Più
nuclei piccoli; domanda di alloggi accessibili e di dimensioni ridotte |
|
Trasporti |
Maggiore
esigenza di mobilità accessibile e servizi a domanda |
|
Finanza locale |
Costi
fissi distribuiti su una base demografica più ristretta |
Anche il patrimonio
abitativo cambia funzione. La crescita delle famiglie unipersonali aumenta la
domanda di alloggi piccoli, accessibili e vicini ai servizi, mentre in alcune
aree si ampliano lo sfitto e il sottoutilizzo. Le politiche urbane dovranno
favorire adattamento degli edifici, rigenerazione e forme di abitare
collaborativo, evitando nuovo consumo di suolo in territori che perdono popolazione.
Nel sistema educativo, il minor numero di bambini non dovrebbe tradursi
esclusivamente in tagli. Può diventare l’occasione per ridurre il numero di
alunni per classe, estendere il tempo pieno, migliorare i servizi per la prima
infanzia e riequilibrare le opportunità territoriali.
Linee
di intervento e priorità di policy. Nessuna singola misura
può invertire rapidamente una tendenza costruita in decenni. Una politica
demografica credibile deve essere stabile, integrata e valutabile. Gli incentivi
monetari una tantum hanno effetti limitati se non sono accompagnati da servizi,
occupazione sicura, casa accessibile e condivisione del lavoro di cura.
|
Priorità |
Contenuto
operativo |
|
1. Sostegno ai
progetti familiari |
Asili
nido, congedi ben retribuiti, servizi scolastici, abitazione e stabilità
lavorativa |
|
2. Più
partecipazione al lavoro |
Occupazione
femminile e giovanile, contrasto all’inattività, conciliazione vita-lavoro |
|
3. Migrazioni
governate |
Canali
regolari, formazione linguistica, riconoscimento titoli, integrazione
territoriale |
|
4. Produttività
e competenze |
Digitalizzazione,
automazione, formazione continua e trasferimento tecnologico |
|
5. Longevità in
salute |
Prevenzione,
medicina di prossimità, assistenza domiciliare e sostegno ai caregiver |
|
6. Adattamento
territoriale |
Servizi
sovracomunali, mobilità flessibile, connettività e rigenerazione delle aree
interne |
|
7.
Programmazione per scenari |
Indicatori
annuali, soglie di allerta e revisione periodica dei piani |
La
natalità va affrontata come questione di libertà e non come semplice obiettivo
numerico. Le indagini mostrano spesso una distanza tra figli desiderati e
realizzati; ridurla significa rimuovere ostacoli economici, organizzativi e
culturali. Tuttavia, anche un recupero della fecondità produrrebbe effetti
consistenti sulla popolazione attiva solo dopo molti anni. Nel frattempo sono
indispensabili misure sull’occupazione e sull’integrazione. Le politiche
migratorie devono essere collegate ai fabbisogni reali e alla capacità di
inclusione. Attrazione di studenti e lavoratori, contrasto allo sfruttamento,
cittadinanza economica e sociale e distribuzione equilibrata sul territorio
possono trasformare la migrazione da semplice compensazione numerica a
investimento di lungo periodo. Infine, la programmazione pubblica dovrebbe
incorporare sistematicamente le previsioni demografiche. Ogni piano sanitario,
scolastico, previdenziale, abitativo o infrastrutturale dovrebbe esplicitare
quale scenario utilizza e come cambierebbero le decisioni in presenza di valori
più alti o più bassi.
Conclusioni.
L’Italia
del 2050 e del 2080 sarà probabilmente meno popolosa, più anziana e composta da
famiglie più piccole. Lo scenario mediano indica una riduzione a 54,7 milioni
nel 2050 e 45,8 milioni nel 2080. La popolazione in età 15-64 anni si contrae
molto più del totale, mentre la quota dei 65 anni e più supera un terzo dei
residenti. Aumentano le persone sole, soprattutto anziane, e diminuiscono le
coppie con figli. La direzione del cambiamento è più certa della sua
dimensione. Migrazioni, fecondità e sopravvivenza possono modificare
l’intensità del percorso, ma difficilmente annullano nel medio termine
l’inerzia prodotta dalla struttura per età. Per questo la politica non dovrebbe
limitarsi a inseguire il ritorno a un passato demografico non più
riproducibile: deve rendere sostenibile e inclusiva la transizione. La vera
sfida consiste nel preservare benessere, coesione e capacità produttiva con una
popolazione diversa. Ciò richiede più lavoro regolare, più produttività,
servizi di cura moderni, migrazioni integrate, territori adattabili e un
sostegno continuativo alle scelte familiari. Le previsioni non determinano il
futuro, ma rendono visibile il costo dell’inazione e consentono di programmare
per tempo. La demografia non è un destino immutabile, ma è una struttura lenta:
agire tardi significa disporre di meno alternative.
Riferimenti e fonti
•
ISTAT, Previsioni della popolazione
residente e delle famiglie – Base 1/1/2024, rapporto di sintesi pubblicato il
28 luglio 2025.
•
ISTAT, Previsioni regionali della
popolazione residente per sesso ed età: file relativi agli anni 2026, 2030,
2040, 2050, 2060, 2070 e 2080.
• Elaborazioni proprie sui valori dello scenario mediano e sugli intervalli di confidenza al 90%.
Nota metodologica finale
Le somme per grandi
classi di età sono state calcolate sui dati per singola età e sesso totale. Gli
indici di dipendenza adottano le classi convenzionali 0-14, 15-64 e 65 anni e
più. I valori sono arrotondati e possono presentare scarti minimi rispetto ai
totali pubblicati.
Fonte: ISTAT
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