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Persistono forti squilibri territoriali, con
Centro-Nord dominante e Mezzogiorno ancora penalizzato nella rilevanza museale.
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La pandemia segna una rottura strutturale, con
recuperi diseguali e ritorni incompleti ai livelli pre-2020.
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Le regioni minori mostrano dinamismo, grazie a
valorizzazione locale, turismo di prossimità e strategie culturali mirate.
L’analisi dei
dati sulla densità e rilevanza del patrimonio museale regionale nel periodo
2017-2022 restituisce un quadro complesso e fortemente differenziato del
sistema museale italiano. Il valore dell’indicatore, che sintetizza la presenza
e l’importanza del patrimonio museale in rapporto al territorio, evidenzia con
chiarezza sia la storica concentrazione di musei in alcune regioni sia le
difficoltà strutturali di altre aree del Paese. Il periodo considerato è
inoltre segnato da una forte discontinuità rappresentata dalla pandemia di
Covid-19, che ha inciso in modo significativo sulla fruizione e
sull’operatività dei musei, con effetti non sempre omogenei.
Nel Nord Italia si osserva una situazione generalmente solida,
anche se non priva di oscillazioni. La Lombardia rappresenta il caso di
maggiore stabilità: i valori si mantengono costantemente intorno a 1,5 per
l’intero periodo, con una variazione complessiva nulla tra 2017 e 2022. Questo
dato segnala un sistema museale strutturato, resiliente agli shock esterni e
capace di recuperare rapidamente dopo la contrazione del 2020. Una dinamica
simile, seppur con maggiore volatilità, si riscontra in Veneto, che passa da
2,01 nel 2017 a un picco di 2,40 nel 2018, per poi scendere nel 2020 e risalire
fino a 1,93 nel 2022. La lieve flessione finale (-3,98%) non intacca il ruolo
centrale della regione nel panorama culturale nazionale.
Piemonte ed Emilia-Romagna mostrano invece traiettorie più
contrastate. Il Piemonte registra una lieve contrazione complessiva (-5,93%),
con valori che oscillano intorno a 1,1 e un parziale recupero nel 2021.
L’Emilia-Romagna, al contrario, chiude il periodo con un saldo positivo
(+8,41%), segno di una buona capacità di rilancio dopo il calo del 2020. Più
critica appare la situazione di Liguria e Friuli-Venezia Giulia, entrambe
caratterizzate da riduzioni consistenti rispettivamente del -28,35% e del
-21,19%. In questi casi, il crollo del 2020 non viene completamente recuperato
negli anni successivi, suggerendo fragilità strutturali o difficoltà di
riposizionamento dell’offerta museale.
Un caso particolarmente interessante è quello del Trentino-Alto
Adige/Südtirol, che pur partendo da valori medi registra una diminuzione
significativa nel 2022 (-18,35% rispetto al 2017). Questo andamento potrebbe
essere legato alla forte dipendenza dal turismo internazionale, drasticamente
ridotto durante e dopo la pandemia, con effetti diretti sulla rilevanza
percepita del sistema museale.
Passando al Centro Italia, emergono forti polarizzazioni. La
Toscana e il Lazio si confermano come le regioni con i valori più elevati
dell’intero Paese, a testimonianza di una concentrazione eccezionale di beni
museali di rilevanza nazionale e internazionale. Tuttavia, entrambe registrano
una flessione nel periodo considerato: la Toscana passa da 3,87 a 3,28
(-15,25%), mentre il Lazio scende da 7,20 a 6,13 (-14,86%). In particolare, il
Lazio evidenzia una caduta molto marcata nel 2020, legata alla chiusura dei
grandi poli museali e alla drastica riduzione dei flussi turistici, seguita da
un recupero solo parziale nel 2022. Questo dato suggerisce che i territori con
una forte dipendenza dal turismo culturale internazionale sono stati anche
quelli più esposti agli shock esogeni.
Accanto a queste regioni leader, il Centro Italia presenta casi
di dinamismo inatteso. L’Umbria, pur partendo da valori bassi, mostra un
incremento complessivo del +27,78%, con un picco significativo nel 2021. Questo
andamento può essere interpretato come il risultato di politiche di
valorizzazione locale e di una maggiore attenzione al turismo di prossimità,
che ha favorito regioni meno congestionate. Le Marche, invece, rimangono
sostanzialmente stabili, con una variazione minima (+3,45%), segno di un
sistema museale che resiste ma fatica a compiere un salto di qualità
strutturale.
Nel Mezzogiorno e nelle Isole la situazione appare più
problematica e frammentata. Campania e Sicilia rappresentano le principali
eccezioni, con valori relativamente elevati rispetto alla media del Sud. La
Campania mantiene livelli superiori a 3 per tutto il periodo, pur chiudendo con
una lieve riduzione (-4,68%). La Sicilia, invece, registra un calo più marcato
(-12%), segno di una difficoltà nel consolidare i progressi compiuti negli anni
precedenti. In entrambi i casi, il potenziale culturale elevatissimo non si
traduce ancora pienamente in una crescita stabile della rilevanza museale.
Le altre regioni meridionali presentano valori molto bassi e,
nella maggior parte dei casi, in diminuzione. Puglia, Calabria e Basilicata
mostrano cali percentuali rilevanti, rispettivamente -37,84%, -27,27% e
-18,75%. Questi dati indicano una persistente debolezza strutturale del sistema
museale, legata a fattori quali la frammentazione dell’offerta, la carenza di
investimenti e una limitata integrazione con i circuiti turistici e culturali nazionali.
Fa eccezione l’Abruzzo, che pur mantenendo valori assoluti molto bassi registra
l’incremento percentuale più elevato (+30,77%). Anche in questo caso, l’aumento
va letto alla luce di un effetto base: piccoli miglioramenti producono
variazioni percentuali elevate, senza però modificare in modo sostanziale il
posizionamento della regione.
Un discorso a parte meritano le regioni di piccole dimensioni. La
Valle d’Aosta mostra un andamento decisamente positivo (+28,32%), con una
crescita costante dopo il 2018. Questo risultato suggerisce che in territori
ridotti, con un’offerta museale ben definita e integrata nel contesto
turistico, è possibile rafforzare la rilevanza culturale anche in fasi di
crisi. Il Molise, al contrario, presenta forti oscillazioni e chiude con un
saldo negativo (-14,29%), confermando le difficoltà di continuità e di massa
critica che caratterizzano i sistemi museali più piccoli.
Nel complesso, il 2020 rappresenta uno spartiacque evidente per
tutte le regioni. In quasi ogni caso si osserva una caduta dell’indicatore, più
o meno pronunciata, seguita da un recupero parziale nel biennio successivo.
Tuttavia, solo poche regioni riescono a tornare ai livelli pre-pandemici o a
superarli. Questo elemento sottolinea come la crisi sanitaria abbia avuto
effetti duraturi e come la resilienza del sistema museale dipenda fortemente
dalla diversificazione dell’offerta, dalla capacità di innovazione e dal
radicamento territoriale.
In conclusione, i dati
evidenziano un’Italia museale a più velocità. Da un lato, regioni come Lazio,
Toscana, Veneto e Lombardia continuano a svolgere un ruolo trainante, pur
mostrando segnali di vulnerabilità. Dall’altro, molte regioni del Mezzogiorno
restano indietro, nonostante un patrimonio culturale potenzialmente straordinario.
Le esperienze positive di regioni come Umbria, Valle d’Aosta ed Emilia-Romagna
indicano però che politiche mirate di valorizzazione, integrazione territoriale
e innovazione possono produrre risultati concreti. Il rafforzamento della
densità e della rilevanza del patrimonio museale appare quindi non solo una
questione di dotazione storica, ma soprattutto di strategia, governance e
capacità di adattamento ai cambiamenti economici e sociali.
Fonte: ISTAT
Link: www.istat.it
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