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La spesa culturale dei Comuni crolla nel Sud e resiste nel Nord: un divario in crescita

 

·         Dal 2010 al 2021 la spesa culturale dei Comuni cala quasi ovunque, con riduzioni drammatiche nel Mezzogiorno, dove in alcune regioni supera il 50 per cento.

·         Le regioni del Nord mantengono livelli di investimento più alti e relativamente stabili, mostrando maggiore resilienza anche durante la pandemia.

·         Il divario territoriale nella spesa culturale si amplia, mettendo a rischio l’accesso equo alla cultura e indebolendo soprattutto i territori già fragili.

 

L’analisi della spesa corrente dei Comuni italiani per la cultura nel periodo 2010-2021 mostra un quadro complesso, segnato da dinamiche territoriali molto eterogenee. Le differenze tra regioni riflettono non solo le condizioni economiche locali e le politiche pubbliche, ma anche gli effetti della crisi post-2008, delle misure di contenimento della spesa pubblica e, negli ultimi anni, dell’impatto della pandemia. La cultura, tradizionalmente una voce sensibile dei bilanci comunali, risponde infatti a scelte strategiche variabili e alla capacità finanziaria degli enti locali.

Nel Nord-Ovest, il Piemonte evidenzia un progressivo ridimensionamento della spesa culturale comunale, passando da 19,9 euro pro capite nel 2010 a 18,6 nel 2021. Il calo non è tra i più marcati, ma risulta significativo per un territorio che ospita importanti istituzioni culturali, soprattutto nell’area torinese. La Valle d’Aosta, con dati disponibili dal 2016, mostra invece livelli di spesa relativamente elevati e una buona tenuta nel tempo, confermando la centralità della cultura nelle politiche regionali. La Liguria presenta una sorprendente stabilità: il valore del 2021 è praticamente identico a quello del 2010, segno di un sistema culturale sostenuto in modo costante, nonostante alcune oscillazioni intermedie. La Lombardia, pur essendo la regione economicamente più forte del Paese, registra una flessione più evidente, scendendo da 24,9 euro a 21,6. Questa dinamica può essere interpretata come risultato della forte pressione sui bilanci locali negli anni della spending review, ma anche del peso crescente di soggetti privati e fondazioni che spesso affiancano o sostituiscono la spesa pubblica nella promozione culturale.

Nel Nord-Est emergono caratteristiche differenti. Il Trentino-Alto Adige mantiene livelli di spesa molto alti, pur passando da 55,4 euro nel 2010 a 49 nel 2021. La diminuzione esiste, ma i valori restano comunque di gran lunga superiori a quelli del resto d’Italia, grazie a un modello autonomistico che da sempre attribuisce grande importanza alla cultura come elemento identitario. Il Veneto manifesta un calo moderato, con una ripresa negli anni immediatamente precedenti alla pandemia; nel 2021 la spesa risale leggermente, ma rimane più bassa rispetto al 2010. Il Friuli-Venezia Giulia presenta una sostanziale stabilità, con una lieve contrazione nel lungo periodo, ma con valori costantemente medio-alti. Anche l’Emilia-Romagna conserva una posizione di rilievo nel panorama nazionale, nonostante una diminuzione nel tempo: il 2021 evidenzia un recupero rispetto al 2020, confermando la resilienza di un sistema culturale strutturato e diffuso sul territorio. La Toscana segue un percorso analogo: pur restando una delle regioni con il più ricco patrimonio culturale, registra una riduzione rispetto ai livelli iniziali, probabilmente legata alla presenza di forti poli turistici e a una crescente dipendenza da soggetti privati e istituzionali esterni ai Comuni.

Nell’Italia centrale emergono segnali più preoccupanti. L’Umbria registra una delle diminuzioni più consistenti, passando da 23,8 euro nel 2010 a 17,1 nel 2021. La contrazione, distribuita lungo tutto il decennio, suggerisce difficoltà strutturali dei Comuni umbri, spesso di dimensioni ridotte e con scarsa disponibilità finanziaria. Le Marche mostrano un calo meno pronunciato ma continuo, con un tentativo di recupero negli anni immediatamente precedenti alla pandemia, che però non modifica sostanzialmente la tendenza generale. Il Lazio evidenzia una riduzione significativa, soprattutto considerando la presenza della capitale: la spesa scende da 28,5 euro a 21,4. Le difficoltà finanziarie di Roma e di altri Comuni laziali hanno probabilmente inciso in modo determinante su questa contrazione.

Il quadro del Mezzogiorno è quello che presenta le criticità più accentuate. L’Abruzzo cala da 12,1 a 8,8 euro, con un andamento in discesa quasi ininterrotto. Il Molise registra una delle riduzioni più drastiche dell’intero Paese, passando da 11,3 euro a 5,7, con una perdita del 50 per cento. La Campania mostra il crollo più grave: da 7,1 euro si scende a soli 2,7, rendendo la spesa culturale comunale quasi residuale. Ciò evidenzia quanto la debolezza finanziaria endemica degli enti locali meridionali abbia compresso la capacità di investire in cultura, nonostante il ricchissimo patrimonio storico e artistico dell’area. La Puglia scende da 10,6 euro a 6,9, con diversi tentativi di risalita, probabilmente legati all’utilizzo di fondi europei, che però non compensano la riduzione complessiva della spesa comunale diretta. Anche la Basilicata perde il 34 per cento, pur mostrando un picco nel 2019 che sembra collegato agli investimenti straordinari generati da Matera capitale europea della cultura. La Calabria scende da 11,1 a 5,8 euro, quasi dimezzando il valore iniziale, in linea con la cronica fragilità economica dei Comuni della regione. La Sicilia registra una contrazione meno estrema, ma comunque significativa, passando da 12,1 euro nel 2010 a 8,3 nel 2021, in un contesto di investimenti culturali che rimangono modesti.

L’unica eccezione positiva nel Mezzogiorno è la Sardegna, che mostra un lieve incremento complessivo e si mantiene su valori relativamente elevati. La regione ha una tradizione di investimenti pubblici nel settore culturale più solida rispetto ad altri territori meridionali, anche grazie a una maggiore stabilità finanziaria degli enti locali e a una forte attenzione alla propria identità culturale.

Osservando il quadro complessivo emergono tre direttrici principali. La prima riguarda le regioni del Nord, che pur registrando cali moderati mantengono livelli di spesa sensibilmente superiori alla media nazionale, capaci di sostenere un’offerta culturale articolata e continuativa. La seconda riguarda il Centro, dove la tendenza è negativa in modo più marcato, con casi come Lazio e Umbria che mostrano difficoltà strutturali. La terza riguarda il Mezzogiorno, dove la spesa culturale comunale subisce contrazioni profondissime, tali da compromettere in alcuni casi la capacità di garantire servizi culturali minimi alla popolazione.

La pandemia ha rappresentato un ulteriore fattore di pressione, colpendo in modo differenziato i territori. Le regioni con un sistema culturale più robusto hanno mostrato una maggiore resilienza, mentre quelle già fragili hanno visto amplificarsi le loro criticità. Tuttavia, non tutti i cali sono attribuibili esclusivamente alla pandemia: in molti casi essi seguono una tendenza discendente già evidente da tempo.

In conclusione, i dati mostrano un’Italia culturale frammentata e sempre più diseguale. Mentre alcune regioni mantengono investimenti significativi e capacità progettuale, altre sembrano avviate verso una progressiva marginalizzazione culturale. Questo divario rischia di tradursi non solo in minori opportunità per i cittadini, ma anche in una perdita di coesione sociale e di possibilità di sviluppo locale. Una strategia nazionale più coordinata, capace di valorizzare i fondi europei e di sostenere in particolare i territori più deboli, potrebbe contribuire a riequilibrare il quadro, evitando che la cultura diventi un ulteriore indicatore di disparità territoriale e restituendo ai Comuni un ruolo centrale nella costruzione di comunità più vivaci, consapevoli e inclusive.

 

Fonte: ISTAT

Link: www.istat.it







 


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