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I dati mostrano stabilità decennale, con
variazioni minime e politiche territoriali prevalentemente conservative in
Italia.
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Alcune regioni superano il trenta per cento
protetto, altre restano sotto venti percento complessivi oggi.
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Il Friuli Venezia Giulia cresce maggiormente,
mentre Veneto ed Emilia Romagna registrano lievi riduzioni finali.
Il set di dati sulle aree protette tra il 2012 e
il 2022 racconta una storia dominata più dalla continuità che dal cambiamento,
e proprio questa stabilità è l’elemento più interessante da interpretare dal
punto di vista territoriale e delle politiche ambientali. Le percentuali di
superficie regionale sottoposta a tutela rimangono infatti quasi ovunque
costanti per lunghi periodi, con variazioni minime e concentrate solo in pochi
casi verso la fine del decennio. Questo suggerisce che in Italia la geografia
delle aree protette sia ormai arrivata a una fase di maturità istituzionale, in
cui i grandi perimetri sono stati definiti negli anni precedenti e il periodo
considerato si caratterizza soprattutto per un consolidamento dell’esistente
piuttosto che per una vera e propria espansione della rete di tutela. Regioni
come Valle d’Aosta, Liguria, Trentino-Alto Adige, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise,
Campania e Calabria mostrano valori perfettamente invariati dal 2012 al 2022,
il che indica che per un intero decennio non si è ritenuto necessario, o non è
stato possibile, modificare in modo significativo l’estensione delle superfici
protette. In molti di questi casi, peraltro, le percentuali sono già molto
elevate, come in Abruzzo con il 36,6 per cento o in Campania con il 35,3 per
cento, e questo rende plausibile l’idea che si sia raggiunto una sorta di
equilibrio tra esigenze di conservazione e altri usi del territorio, equilibrio
che non è semplice superare senza entrare in conflitto con interessi economici,
infrastrutturali o sociali. Proprio l’Abruzzo rappresenta l’esempio più
evidente di una regione in cui la tutela ambientale costituisce un tratto
strutturale dell’organizzazione territoriale, con oltre un terzo della
superficie regionale protetta in modo stabile per tutto il periodo, mentre
anche realtà come la Valle d’Aosta con il 30,3 per cento o il Lazio con il 27,9
per cento confermano una forte presenza di aree sottoposte a vincoli di
conservazione. Accanto a queste, ci sono regioni con valori intermedi, come
Puglia, Veneto, Basilicata, Sicilia, Friuli-Venezia Giulia, Sardegna e Marche,
che si collocano in una fascia compresa grosso modo tra il 18 e il 25 per cento
e che mostrano qualche segnale di dinamismo in più, seppur sempre molto
contenuto. In particolare il Friuli-Venezia Giulia passa da 19,4 a 20,1 per
cento, con un aumento assoluto di 0,7 punti che, in termini relativi, rappresenta
la crescita più significativa dell’intero campione, superiore al 3 per cento, e
questo può essere interpretato come il risultato di un intervento
politico-amministrativo più deciso, forse legato all’istituzione di nuove aree
protette o all’ampliamento di quelle esistenti nella parte finale del decennio.
Anche Basilicata e Toscana registrano incrementi di 0,3 punti percentuali,
segnale di una tendenza, seppur prudente, verso un rafforzamento della tutela,
mentre Puglia, Sicilia e Sardegna crescono soltanto di 0,1 punti, variazioni
minime che però non sono irrilevanti se si considera che anche frazioni di
punto percentuale possono corrispondere a migliaia di ettari di territorio
sottratti ad altri usi e sottoposti a regimi di protezione più stringenti. In questo
quadro, il Veneto rappresenta un’eccezione interessante perché mostra una lieve
riduzione, da 23 a 22,7 per cento, pari a -0,3 punti, che pur essendo
numericamente modesta indica che la superficie protetta non è un dato
irreversibile e può anche diminuire, probabilmente a seguito di ridefinizioni
amministrative, riclassificazioni o modifiche dei perimetri, mentre
l’Emilia-Romagna scende leggermente da 12,2 a 12,1 per cento, confermando che
in alcune regioni la pressione sugli spazi è tale da rendere difficile non solo
l’espansione ma persino il mantenimento integrale delle aree protette
esistenti. Proprio Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Toscana e Umbria si
collocano nella fascia dei valori più bassi, con percentuali che oscillano tra
circa il 12 e il 17 per cento, e questo riflette chiaramente una struttura
territoriale più urbanizzata e intensamente utilizzata, soprattutto nella
pianura padana, dove lo spazio disponibile per nuove aree di tutela è più
limitato e più conteso tra agricoltura, industria, infrastrutture e
insediamenti urbani. Anche qui, tuttavia, si osservano piccoli segnali di
crescita, come nel caso del Piemonte che passa da 16,5 a 16,7 per cento o della
Lombardia che sale da 16 a 16,1, a dimostrazione di un approccio graduale che privilegia
interventi incrementali piuttosto che scelte di rottura. Se si guarda al quadro
complessivo, emerge con chiarezza che il decennio 2012–2022 è stato
caratterizzato più da una gestione di mantenimento che da una fase espansiva
della rete delle aree protette, e questo può essere interpretato sia come segno
di maturità del sistema sia come possibile indicatore di una certa inerzia
istituzionale, legata alla complessità dei processi decisionali, ai vincoli di
bilancio e alla necessità di garantire risorse adeguate per la gestione delle
aree già istituite prima di crearne di nuove. Le differenze territoriali tra
Nord, Centro e Sud restano comunque molto marcate e mostrano come le regioni
appenniniche e alpine, insieme a molte regioni meridionali, presentino quote di
territorio protetto sensibilmente più elevate rispetto a molte regioni del Nord
industriale, a conferma del peso che fattori geomorfologici e storici hanno
avuto nella costruzione delle politiche di conservazione. In definitiva, questi
dati restituiscono l’immagine di un sistema di tutela ambientale italiano che
appare stabile, consolidato e poco incline a cambiamenti rapidi, ma che allo
stesso tempo lascia intravedere, in alcuni contesti regionali, margini per un
rafforzamento progressivo della protezione, soprattutto se si considera che
anche variazioni apparentemente piccole possono avere effetti rilevanti sulla
conservazione della biodiversità e sulla qualità del territorio nel lungo
periodo.
Macro-Regioni
italiane. Il Nord resta fermo al 18,8 per cento per l’intero decennio, il
Centro oscilla solo di un decimo di punto arrivando al 20 per cento nel 2021 e
2022, il Mezzogiorno cresce lievemente da 25,1 a 25,2, mentre il dato nazionale
passa da 21,6 a 21,7. In termini assoluti e percentuali, le variazioni sono
estremamente contenute, tutte intorno allo 0,1 per cento o poco più, segno che
il sistema delle aree protette è ormai strutturato e che non si registrano
cambiamenti radicali nella distribuzione delle superfici tutelate. Il confronto
tra le tre grandi ripartizioni territoriali mette in luce differenze
consolidate. Il Mezzogiorno presenta stabilmente la quota più alta di
territorio protetto, attestandosi intorno al 25 per cento per tutto il periodo.
Questo dato riflette una combinazione di fattori geografici e storici: una
maggiore presenza di aree montane e rurali, una pressione insediativa
mediamente più bassa rispetto ad alcune zone del Nord e una tradizione di
istituzione di grandi parchi nazionali e regionali, soprattutto lungo
l’Appennino e in alcune aree costiere. Il Centro si colloca in una posizione
intermedia, poco sotto il 20 per cento, con una lieve crescita negli ultimi due
anni che lo porta a raggiungere questa soglia simbolica. Il Nord, invece,
rimane stabilmente sotto il 19 per cento, mostrando la quota più bassa di
territorio protetto e, soprattutto, l’assenza totale di variazioni nel
decennio. Questa differenza territoriale può essere letta alla luce delle
diverse strutture economiche e insediative. Il Nord è l’area più urbanizzata e
industrializzata del Paese, con una forte concentrazione di infrastrutture,
attività produttive e insediamenti, soprattutto nella pianura padana. In un
contesto del genere, l’espansione delle aree protette è più complessa perché lo
spazio disponibile è limitato e fortemente conteso tra diversi usi. Il Centro
presenta una situazione più equilibrata, con una presenza significativa di aree
rurali e collinari e una rete di parchi già abbastanza consolidata, mentre il
Mezzogiorno beneficia di una maggiore estensione di territori meno antropizzati
e di una forte incidenza di aree di alto valore naturalistico. Il dato nazionale,
che passa da 21,6 a 21,7 per cento, sintetizza bene questa dinamica complessiva
di stabilità. L’aumento di un solo decimo di punto in dieci anni indica che la
politica delle aree protette in Italia, almeno in questo periodo, è stata
orientata più al mantenimento e al consolidamento dell’esistente che a una vera
espansione della superficie tutelata. Questo non significa necessariamente
immobilismo, perché anche piccoli incrementi possono tradursi in migliaia di
ettari aggiuntivi protetti, ma suggerisce un approccio prudente e incrementale,
probabilmente legato alla complessità dei processi decisionali, ai vincoli
amministrativi e alla necessità di garantire risorse adeguate per la gestione
delle aree già istituite. Nel complesso, questi dati restituiscono l’immagine
di un sistema maturo, in cui le grandi scelte di perimetrazione sono state
compiute in passato e il decennio 2012–2022 rappresenta una fase di
assestamento. Le differenze tra Nord, Centro e Mezzogiorno restano nette e
strutturali, ma la tendenza generale è quella di una lenta e quasi
impercettibile crescita della tutela ambientale, più orientata al
consolidamento che a cambiamenti rapidi o radicali.
Fonte: ISTAT
Link: www.istat.it
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