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I dati
mostrano forti oscillazioni regionali, con aumenti al Nord e persistenti
criticità nel Sud.
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Anni come
2016, 2017 e 2022 segnano picchi di siccità e gestione idrica complessa
nazionale.
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Isole e
Mezzogiorno restano vulnerabili, nonostante cali recenti, con periodi secchi
ancora prolungati molto critici.
I dati sui
giorni consecutivi senza pioggia tra il 2011 e il 2023 raccontano una storia
complessa e tutt’altro che lineare del clima italiano, fatta di oscillazioni,
picchi improvvisi e differenze territoriali molto marcate. Non si tratta
soltanto di numeri, ma di un indicatore che incide direttamente su agricoltura,
risorse idriche, rischio incendi e gestione del territorio. Osservando la serie
storica regione per regione, emerge subito come l’andamento non sia uniforme né
nel tempo né nello spazio, e come alcuni anni rappresentino vere e proprie
cesure rispetto ai periodi precedenti.
Nel Nord Italia,
le regioni alpine e padane mostrano una variabilità significativa ma con valori
medi generalmente più contenuti rispetto al Centro-Sud e alle isole. Piemonte e
Valle d’Aosta oscillano in un intervallo che raramente supera i trenta giorni
consecutivi senza pioggia, con un picco evidente nel 2022 per il Piemonte e una
dinamica più contenuta per la Valle d’Aosta. Il confronto tra 2011 e 2023
segnala per entrambe una diminuzione, rispettivamente di due e tre giorni, che
in termini percentuali indica una lieve riduzione della durata massima dei
periodi secchi. Questo non significa affatto che il rischio di siccità sia
scomparso, ma piuttosto che la variabilità interannuale è diventata più
pronunciata, con anni molto secchi alternati ad anni relativamente più umidi.
La Liguria
presenta un profilo interessante, perché pur essendo una regione notoriamente
piovosa mostra comunque periodi secchi non trascurabili. Dal 2011 al 2023 si
osserva un leggero aumento, pari a circa un giorno e mezzo, che in termini
percentuali rappresenta una crescita modesta ma significativa. Questo dato va
letto insieme alla forte variabilità annuale, con valori che scendono intorno
ai tredici o quattordici giorni in alcuni anni e salgono oltre i venticinque in
altri. La Lombardia, invece, evidenzia un incremento più netto: dai ventitré
giorni del 2011 si passa ai ventotto del 2023, con un aumento assoluto di
cinque giorni e una variazione percentuale superiore al venti per cento. Qui il
2016 e il 2022 spiccano come anni particolarmente critici, con valori prossimi
o superiori ai trenta giorni, segno di una maggiore frequenza o intensità dei
periodi di alta pressione persistente.
Il Trentino-Alto
Adige e il Veneto mostrano dinamiche divergenti. Il primo registra una
diminuzione complessiva, passando da ventiquattro a diciannove giorni, mentre
il secondo aumenta in modo sensibile, da ventiquattro a trentuno. Nel Veneto il
biennio 2016-2017 è particolarmente rilevante, con valori molto elevati che
suggeriscono una fase prolungata di siccità. Questo contrasto tra regioni
vicine sottolinea come l’orografia, l’esposizione ai flussi atmosferici e la
distribuzione delle precipitazioni possano produrre effetti molto diversi anche
su distanze relativamente brevi.
Friuli-Venezia
Giulia ed Emilia-Romagna presentano a loro volta profili interessanti. Il
Friuli mostra una riduzione nel confronto di lungo periodo, con una diminuzione
di quattro giorni tra 2011 e 2023, mentre l’Emilia-Romagna registra un aumento
di otto giorni, uno dei più marcati dell’intero campione. In Emilia-Romagna il
2016 rappresenta un anno di svolta, con un valore molto alto, seguito da una
fase più variabile ma che culmina nel 2023 con trenta giorni consecutivi senza
pioggia. Questo andamento è coerente con le difficoltà idriche sperimentate
negli ultimi anni nel bacino del Po, dove la combinazione di minori
precipitazioni e temperature più elevate ha amplificato gli effetti della
siccità.
Spostandosi
verso il Centro Italia, la Toscana, l’Umbria, le Marche e il Lazio mostrano
andamenti in parte simili, caratterizzati da oscillazioni ampie e da un lieve
trend all’aumento in alcune aree. La Toscana passa da ventidue a ventinove
giorni, con un incremento di sette giorni che in termini percentuali supera il
trenta per cento. L’Umbria cresce in modo più contenuto, mentre le Marche
mostrano un aumento modesto. Il Lazio, invece, registra una diminuzione di tre
giorni, ma con valori che restano comunque elevati, spesso sopra i venticinque
giorni. In queste regioni il 2017 e il 2022 emergono come anni particolarmente
secchi, a conferma di come gli episodi di blocco atmosferico possano colpire
simultaneamente vaste porzioni del Paese.
Nel versante
adriatico centro-meridionale, Abruzzo e Molise presentano incrementi moderati,
con il Molise che passa da diciassette a ventitré giorni, segnando una crescita
significativa in termini relativi. Qui il segnale è quello di una maggiore
frequenza di periodi secchi prolungati, anche se i valori assoluti restano
inferiori a quelli di molte regioni meridionali e insulari. La Campania mostra
una lieve diminuzione complessiva, ma con oscillazioni molto ampie, che vanno
da valori superiori ai quaranta giorni a minimi intorno ai quindici. Questo
indica un regime pluviometrico sempre più irregolare, in cui a fasi molto
secche possono seguire periodi relativamente piovosi, senza però che si
stabilizzi una tendenza chiara e rassicurante.
Puglia,
Basilicata e Calabria evidenziano un quadro più preoccupante. La Puglia
registra una diminuzione di undici giorni tra 2011 e 2023, ma parte da valori
già molto elevati, superiori ai quarantacinque giorni, e resta comunque su
livelli critici. La Basilicata mostra una riduzione minima, mentre la Calabria
diminuisce di otto giorni. Anche qui, tuttavia, i valori assoluti rimangono
spesso sopra i venticinque o trenta giorni, segno di una vulnerabilità
strutturale alla siccità. La riduzione rispetto al 2011 non va interpretata
come un miglioramento stabile, ma piuttosto come l’effetto di un anno iniziale
particolarmente estremo, seguito da una serie di anni con forti oscillazioni.
Il caso delle
isole maggiori è forse il più emblematico. La Sicilia parte nel 2011 con un
valore eccezionalmente alto, quasi novanta giorni consecutivi senza pioggia, e
nel 2023 si colloca comunque intorno ai quarantotto giorni. La diminuzione
assoluta è enorme, oltre quaranta giorni, e la variazione percentuale supera il
quaranta per cento in senso negativo. Tuttavia, anche il valore finale resta
tra i più alti dell’intero Paese, e la serie storica mostra una persistente
tendenza a periodi secchi molto lunghi, con picchi che superano spesso i
cinquanta giorni. La Sardegna segue un percorso simile, con valori molto elevati
in diversi anni, in particolare nel 2017 e nel 2022, e una leggera diminuzione
nel confronto 2011-2023. Anche qui, la riduzione non elimina il problema
strutturale di una regione esposta a lunghi periodi di assenza di
precipitazioni.
Nel complesso,
questi dati suggeriscono che il clima italiano sta diventando sempre più
caratterizzato da una maggiore irregolarità, più che da un semplice aumento
lineare dei giorni senza pioggia in tutte le regioni. In alcune aree si
osservano aumenti netti, in altre diminuzioni, ma quasi ovunque cresce
l’ampiezza delle oscillazioni tra un anno e l’altro. Questo è coerente con
l’idea di un clima più instabile, in cui gli estremi diventano più frequenti e
più intensi. Gli anni 2016, 2017 e 2022 ricorrono spesso come momenti critici,
segnalando possibili fasi sinottiche ricorrenti di blocco atmosferico o di
persistente dominio anticiclonico.
Dal punto di
vista socio-economico, la lettura di questi numeri non può prescindere dalle
conseguenze pratiche. Un aumento dei giorni consecutivi senza pioggia, anche se
limitato a poche unità, può avere effetti importanti sulle colture, sulle
riserve idriche e sugli ecosistemi, soprattutto se si somma a temperature più
elevate che aumentano l’evaporazione e lo stress idrico. Allo stesso tempo, una
diminuzione apparente non garantisce maggiore sicurezza, se è accompagnata da
una maggiore concentrazione delle precipitazioni in pochi eventi intensi, che
spesso producono più danni che benefici.
In definitiva,
il quadro che emerge è quello di un’Italia climaticamente frammentata, in cui
le differenze regionali restano marcate ma sono attraversate da una tendenza
comune verso una maggiore variabilità e imprevedibilità. Le regioni del Nord
mostrano in alcuni casi segnali di aumento dei periodi secchi, quelle del
Centro oscillano senza una direzione univoca, mentre il Sud e le isole
continuano a confrontarsi con valori molto elevati, anche quando il confronto
di lungo periodo indica una riduzione. La sfida per il futuro non sarà soltanto
ridurre la vulnerabilità alla siccità, ma anche adattarsi a un regime climatico
in cui la gestione dell’acqua dovrà fare i conti con estremi più frequenti e
con una distribuzione delle piogge sempre meno regolare. In questo senso, i
numeri non sono solo una fotografia del passato recente, ma un avvertimento su
quanto sarà necessario ripensare politiche, infrastrutture e pratiche di uso
del suolo per affrontare un clima che cambia.
Fonte: ISTAT
Link: www.istat.it
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