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Il personale infermieristico cresce del 28,30% in Italia, ma restano forti divari territoriali

  

  • ·         Il personale infermieristico e ostetrico cresce del 28,30% in Italia tra 2013 e 2022.
  • ·         Restano forti divari territoriali, con il Mezzogiorno in recupero ma ancora sotto la media nazionale.
  • ·         Centro e Sud registrano gli aumenti più marcati, mentre Nord-est mantiene dotazioni già elevate.

 

 

L’indicatore ISTAT-BES relativo agli infermieri e alle ostetriche per 1.000 abitanti consente di osservare un aspetto fondamentale della capacità del sistema sanitario di rispondere ai bisogni della popolazione. La presenza di queste figure professionali, infatti, non riguarda soltanto la dotazione numerica del personale sanitario, ma rimanda più ampiamente alla qualità dell’assistenza, alla continuità delle cure, alla presa in carico dei pazienti e alla possibilità di garantire servizi efficaci nei diversi contesti territoriali. Infermieri e ostetriche svolgono un ruolo centrale sia negli ospedali sia nei servizi territoriali, nell’assistenza domiciliare, nella prevenzione, nella gestione della cronicità e nella tutela della salute materno-infantile.

Nel periodo 2013-2022 i dati mostrano un’evoluzione complessivamente positiva. A livello nazionale, il numero di infermieri e ostetriche per 1.000 abitanti aumenta in modo significativo, segnalando un rafforzamento della dotazione relativa di personale sanitario. Questa tendenza riguarda tutte le regioni e tutte le macro-aree del Paese: nessun territorio registra una riduzione tra l’inizio e la fine del periodo osservato. Il dato può quindi essere letto come un segnale di miglioramento della capacità assistenziale, anche alla luce delle maggiori esigenze emerse negli ultimi anni, in particolare durante e dopo l’emergenza pandemica.

Tuttavia, l’aumento complessivo non elimina le differenze territoriali. Le regioni italiane partono da livelli molto diversi e raggiungono nel 2022 risultati ancora disomogenei. Alcuni territori del Centro-Nord presentavano già nel 2013 una dotazione relativamente elevata e nel tempo consolidano la propria posizione; altre aree, soprattutto del Mezzogiorno, mostrano incrementi percentuali più marcati perché partivano da valori più bassi. In questo senso, la crescita osservata può essere interpretata anche come un processo di parziale recupero, ma non sempre sufficiente a colmare i divari storici.

L’analisi regionale e macro-regionale permette quindi di cogliere due aspetti complementari. Da un lato emerge una dinamica positiva, caratterizzata dall’aumento diffuso della presenza di infermieri e ostetriche rispetto alla popolazione residente. Dall’altro lato resta evidente la persistenza di squilibri territoriali, che incidono sulla capacità dei sistemi sanitari locali di garantire livelli omogenei di assistenza. Per questo motivo, l’indicatore non va letto solo come una misura quantitativa, ma come una chiave interpretativa delle disuguaglianze sanitarie territoriali e della necessità di rafforzare in modo equilibrato il personale sanitario in tutto il Paese.



Il dato ISTAT-BES sugli infermieri e ostetriche per 1.000 abitanti mostra, tra il 2013 e il 2022, un miglioramento generalizzato in tutte le regioni italiane. Nessuna regione registra una diminuzione nel periodo considerato: tutte aumentano la propria dotazione relativa di personale infermieristico e ostetrico. Questo è l’elemento più evidente e positivo della serie storica. Tuttavia, dietro la crescita complessiva rimangono differenze territoriali importanti, sia nei livelli di partenza sia nei livelli raggiunti nel 2022.

Nel 2013 la media semplice delle regioni considerate era pari a circa 5,7 infermieri e ostetriche ogni 1.000 abitanti. Nel 2022 sale a circa 7,2 per 1.000 abitanti, con un incremento medio di 1,5 unità. In termini percentuali, la crescita media è vicina al 28%. Si tratta quindi di un rafforzamento significativo della presenza di queste figure sanitarie, che rappresentano una componente essenziale dell’assistenza territoriale, ospedaliera, domiciliare e materno-infantile.

La crescita, però, non è uniforme. Alcune regioni partivano già da valori elevati e hanno registrato incrementi più contenuti; altre, invece, partivano da livelli molto bassi e mostrano aumenti percentuali più marcati. È il caso della Campania, che passa da 3,8 nel 2013 a 6,2 nel 2022, con una variazione assoluta di +2,4 e una variazione percentuale del 63,16%, la più alta dell’intera tabella. Questo dato indica un forte recupero, ma va letto con attenzione: la crescita percentuale è elevata anche perché il valore iniziale era molto basso. Nonostante il miglioramento, nel 2022 la Campania resta ancora sotto molte regioni del Centro-Nord.

Un altro caso rilevante è il Lazio, che aumenta da 4,9 a 7,5 infermieri e ostetriche per 1.000 abitanti. La variazione assoluta è la più alta della serie, pari a +2,6, mentre quella percentuale raggiunge il 53,06%. Il Lazio, a differenza della Campania, non solo recupera terreno, ma nel 2022 si colloca in una fascia medio-alta, superando regioni come Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo e Puglia. Questo suggerisce un rafforzamento particolarmente intenso del sistema sanitario regionale nel periodo osservato.

Tra le regioni con gli incrementi più consistenti compaiono anche Puglia, Molise e Basilicata. La Puglia passa da 5,0 a 7,2, con un aumento del 44%; il Molise da 6,5 a 8,8, con un incremento del 35,38%; la Basilicata da 5,7 a 7,6, con un aumento del 33,33%. In questi casi emerge una dinamica interessante del Mezzogiorno: diverse regioni meridionali, pur partendo spesso da livelli più bassi, registrano aumenti rilevanti. Ciò può essere letto come un processo di parziale convergenza, anche se non sufficiente a eliminare completamente i divari.

Nel 2022 il valore più alto è quello del Molise, con 8,8 infermieri e ostetriche per 1.000 abitanti. Seguono Trentino-Alto Adige con 8,3, Liguria con 8,1, Umbria con 8,0, poi Friuli-Venezia Giulia e Basilicata con 7,6, e Lazio con 7,5. Il Molise presenta quindi una dotazione molto elevata rispetto alla popolazione residente. Va però considerato che nelle regioni piccole l’indicatore per 1.000 abitanti può essere più sensibile alla struttura demografica, alla presenza di presidi sanitari, alla mobilità sanitaria e al rapporto tra popolazione residente e servizi disponibili.

All’estremo opposto, nel 2022 i valori più bassi sono quelli di Calabria, Lombardia e Sicilia. La Calabria arriva a 5,9, la Lombardia e la Sicilia a 6,0. È significativo che la Lombardia, pur essendo una regione economicamente forte e con un sistema sanitario molto sviluppato, presenti un valore relativamente basso in rapporto alla popolazione. Questo non significa automaticamente una minore qualità dell’assistenza, perché l’indicatore misura la dotazione per abitante e non considera altri aspetti come organizzazione, produttività, presenza del privato, composizione del personale o flussi di mobilità. Tuttavia, evidenzia una pressione potenziale sul personale infermieristico rispetto alla dimensione demografica.

Osservando il Nord, il quadro è differenziato. Il Trentino-Alto Adige parte dal valore più alto nel 2013, pari a 7,4, e arriva a 8,3 nel 2022. La crescita percentuale, pari al 12,16%, è la più bassa tra le regioni considerate, ma questo dipende dal livello iniziale già molto elevato. Anche Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Veneto ed Emilia-Romagna mostrano aumenti moderati, in genere compresi tra +0,9 e +1,0. Si tratta di territori che nel 2013 avevano già una dotazione relativamente solida e che nel decennio consolidano la propria posizione, senza però registrare salti particolarmente accentuati.

La Liguria merita una nota specifica. Parte da 6,5 nel 2013 e arriva a 8,1 nel 2022, con una crescita del 24,62%. Il dato è elevato e coerente con una regione caratterizzata da una popolazione mediamente anziana, che può richiedere una maggiore intensità assistenziale. Anche in questo caso, però, l’indicatore non misura direttamente il fabbisogno sanitario, ma solo il rapporto tra personale e popolazione.

Nel Centro Italia si osserva una crescita robusta. Toscana, Umbria, Marche e Lazio migliorano tutte in modo significativo. L’Umbria passa da 6,2 a 8,0, con un aumento del 29,03%; la Toscana da 5,8 a 7,3, con +25,86%; le Marche da 5,7 a 7,2, con +26,32%. Il Centro appare quindi come un’area in cui il rafforzamento della dotazione infermieristica e ostetrica è stato diffuso e abbastanza consistente.

Nel Sud e nelle Isole il quadro è più dinamico ma anche più diseguale. Da un lato ci sono forti recuperi, come Campania, Puglia, Basilicata, Molise e Sardegna. Dall’altro lato, alcune regioni restano su livelli bassi anche nel 2022: Calabria a 5,9 e Sicilia a 6,0. La Sardegna cresce da 5,0 a 6,7, con un incremento del 34%, ma rimane sotto la media delle regioni considerate. La Sicilia cresce del 27,66%, ma il livello finale resta tra i più bassi. Questo segnala che la crescita non basta, da sola, a colmare gli squilibri se il punto di partenza è debole.

Un aspetto interessante riguarda il 2020 e il 2021, anni segnati dall’emergenza pandemica. In molte regioni si osserva un aumento nel 2020, seguito talvolta da una lieve flessione nel 2021 e da un nuovo aumento nel 2022. Ad esempio, il Piemonte passa da 6,7 nel 2020 a 6,5 nel 2021, poi sale a 6,8 nel 2022. La Liguria scende da 8,2 nel 2020 a 7,7 nel 2021, poi risale a 8,1. Il Trentino-Alto Adige passa da 8,2 nel 2020 a 7,6 nel 2021, poi raggiunge 8,3 nel 2022. Queste oscillazioni suggeriscono che il periodo pandemico abbia inciso sulle dinamiche del personale, probabilmente con assunzioni straordinarie, riorganizzazioni e successive stabilizzazioni o variazioni amministrative.

Nel complesso, il dato restituisce un’immagine di rafforzamento del personale infermieristico e ostetrico in Italia, ma anche di persistenza dei divari regionali. La distanza tra il valore massimo e minimo nel 2013 era molto ampia: si andava dal 3,8 della Campania al 7,4 del Trentino-Alto Adige. Nel 2022 il minimo è 5,9 in Calabria e il massimo 8,8 in Molise. Il livello minimo si è alzato, segnale positivo, ma la dispersione resta evidente.

La lettura in chiave BES è particolarmente importante perché questo indicatore non descrive solo una dotazione professionale, ma rimanda alla qualità potenziale dei servizi sanitari e alla capacità dei territori di rispondere ai bisogni della popolazione. Più infermieri e ostetriche per abitante possono significare maggiore prossimità assistenziale, migliore presa in carico, più continuità nelle cure e maggiore capacità di risposta alle fragilità. Tuttavia, il solo numero non basta: occorre considerare anche distribuzione territoriale interna, condizioni di lavoro, turn over, età del personale, integrazione con i medici e servizi territoriali.

In conclusione, tra il 2013 e il 2022 l’indicatore migliora in modo netto e diffuso. Le regioni meridionali mostrano spesso le crescite percentuali più forti, segno di recupero, mentre alcune regioni del Nord partono da livelli più alti e crescono meno. Nel 2022 le migliori dotazioni si osservano in Molise, Trentino-Alto Adige, Liguria e Umbria; le più basse in Calabria, Lombardia, Sicilia e Campania. Il quadro complessivo è quindi positivo, ma non pienamente equilibrato: il rafforzamento del personale sanitario è evidente, ma la riduzione stabile delle disuguaglianze territoriali resta una sfida centrale.



 


Macro-Regioni. I dati macro-regionali sugli infermieri e ostetriche per 1.000 abitanti mostrano, tra il 2013 e il 2022, una crescita generalizzata in tutte le aree del Paese. Il valore nazionale passa da 5,3 a 6,8 unità per 1.000 abitanti, con una variazione assoluta di +1,5 e un incremento percentuale del 28,30%. Si tratta di un aumento rilevante, che segnala un rafforzamento della dotazione di personale sanitario nel decennio osservato. Tuttavia, la crescita non è uniforme: alcune aree recuperano più rapidamente, altre mantengono livelli più alti ma crescono meno.

Nel Nord il dato passa da 5,8 nel 2013 a 6,8 nel 2022, con una crescita di +1,0, pari al 17,24%. È un incremento positivo ma inferiore alla media nazionale. Questo dipende dal fatto che il Nord partiva già da livelli relativamente elevati. All’interno dell’area settentrionale, il Nord-est mantiene valori più alti rispetto al Nord-ovest per tutto il periodo. Nel 2022 il Nord-est raggiunge 7,2 infermieri e ostetriche ogni 1.000 abitanti, mentre il Nord-ovest si ferma a 6,5. La differenza tra le due aree è quindi pari a 0,7 punti, confermando una maggiore dotazione relativa nel Nord-est.

Il Nord-ovest registra una variazione da 5,4 a 6,5, pari a +1,1 e al 20,37%. La crescita è superiore a quella del Nord-est, ma il livello finale rimane più basso. Il Nord-est, invece, passa da 6,3 a 7,2, con un aumento assoluto di +0,9 e percentuale del 14,29%. È la crescita più contenuta tra le macro-aree, ma va letta insieme al valore iniziale: il Nord-est era già nel 2013 l’area con la dotazione più alta.

Il dato più interessante riguarda il Centro, che passa da 5,4 nel 2013 a 7,4 nel 2022. L’aumento assoluto è di +2,0, pari al 37,04%. Il Centro non solo cresce molto più della media nazionale, ma nel 2022 diventa l’area con il valore più alto tra quelle considerate. Questo indica un rafforzamento particolarmente marcato della presenza di infermieri e ostetriche rispetto alla popolazione residente. La crescita è abbastanza continua: da 5,4 nel 2013 si sale progressivamente fino a 7,1 nel 2021 e 7,4 nel 2022.

Anche il Mezzogiorno mostra un forte miglioramento. Il valore passa da 4,7 a 6,5, con una variazione assoluta di +1,8 e una crescita percentuale del 38,30%. È un incremento superiore a quello nazionale e leggermente superiore anche a quello del Centro in termini percentuali. Questo dato segnala un recupero significativo delle aree meridionali, che nel 2013 partivano da livelli nettamente inferiori rispetto al Centro-Nord. Tuttavia, nel 2022 il Mezzogiorno resta ancora sotto la media italiana, pari a 6,8, e distante dal Centro, pari a 7,4.

All’interno del Mezzogiorno, il Sud cresce più delle Isole. Il Sud passa da 4,6 a 6,7, con un incremento assoluto di +2,1 e percentuale del 45,65%, il più alto della tabella. Le Isole, invece, passano da 4,8 a 6,2, con un aumento di +1,4, pari al 29,17%. Questa differenza indica che il recupero meridionale è trainato soprattutto dalle regioni del Sud continentale, mentre le Isole migliorano ma in modo meno intenso.

Dal punto di vista temporale, la crescita appare abbastanza regolare fino al 2017. Tra il 2018 e il 2020 si osservano alcune oscillazioni, soprattutto nel Mezzogiorno: il valore passa da 5,8 nel 2017 a 5,6 nel 2018, poi sale a 6,2 nel 2019 e 6,3 nel 2020. Anche il Sud scende da 5,9 nel 2017 a 5,6 nel 2018, per poi salire a 6,3 nel 2019. Questi movimenti suggeriscono che la serie non segue sempre una crescita lineare, ma risente probabilmente di dinamiche amministrative, assunzioni, pensionamenti, riorganizzazioni del personale e aggiornamenti nei sistemi di rilevazione.

Nel 2020, anno della crisi pandemica, il valore nazionale raggiunge 6,6, in crescita rispetto al 6,4 del 2019. Nel 2021 si registra una lieve flessione a 6,5, seguita da una risalita a 6,8 nel 2022. Una dinamica simile si osserva nel Nord, che passa da 6,6 nel 2020 a 6,4 nel 2021 e torna a 6,8 nel 2022. Questo andamento può riflettere l’effetto di interventi straordinari durante l’emergenza sanitaria e successive stabilizzazioni o variazioni del personale.

Il dato complessivo evidenzia quindi una tendenza positiva: in dieci anni aumenta la disponibilità relativa di infermieri e ostetriche in tutte le aree del Paese. Allo stesso tempo, resta visibile un divario territoriale. Nel 2013 il Nord-est era l’area più dotata, con 6,3, mentre il Sud era il fanalino di coda, con 4,6. Nel 2022 il Centro raggiunge il valore massimo, 7,4, mentre le Isole restano al minimo, con 6,2. Il divario tra area più alta e più bassa è quindi ancora pari a 1,2 punti.

In conclusione, i dati descrivono un rafforzamento importante del personale infermieristico e ostetrico in Italia, con una crescita nazionale del 28,30%. Il Centro e il Sud mostrano i progressi più marcati, mentre il Nord-est conserva una posizione elevata ma cresce meno. Il Mezzogiorno recupera parte dello svantaggio iniziale, ma non raggiunge ancora la media nazionale. La sfida principale resta quindi trasformare la crescita quantitativa in un riequilibrio stabile della capacità assistenziale tra le diverse aree del Paese.

 


L’analisi dell’indicatore ISTAT-BES sugli infermieri e le ostetriche per 1.000 abitanti restituisce un quadro complessivamente positivo, ma ancora segnato da importanti differenze territoriali. Tra il 2013 e il 2022 la dotazione relativa di queste figure professionali cresce in tutte le regioni e in tutte le macro-aree del Paese. Il dato nazionale passa da 5,3 a 6,8 unità per 1.000 abitanti, con un incremento del 28,30%. Questo andamento conferma un rafforzamento del personale sanitario e segnala una maggiore attenzione alla componente infermieristica e ostetrica, centrale per il funzionamento del sistema sanitario.

Il miglioramento assume un significato particolarmente rilevante se letto alla luce dei bisogni crescenti della popolazione. L’invecchiamento demografico, l’aumento delle cronicità, la necessità di potenziare l’assistenza territoriale e l’esperienza della pandemia hanno reso ancora più evidente il ruolo strategico di infermieri e ostetriche. La loro presenza non incide soltanto sulla capacità degli ospedali di rispondere alla domanda di cura, ma anche sulla qualità dei servizi di prossimità, sulla prevenzione, sull’assistenza domiciliare e sulla continuità della presa in carico.

Tuttavia, la crescita quantitativa non coincide automaticamente con un riequilibrio del sistema. I dati mostrano infatti che i territori partivano da condizioni molto diverse e che nel 2022 permangono divari significativi. Alcune regioni, soprattutto del Mezzogiorno, registrano incrementi percentuali molto elevati, segno di un recupero importante rispetto ai bassi livelli iniziali. È il caso, ad esempio, della Campania, della Puglia, della Basilicata e del Molise. Allo stesso tempo, alcune aree restano ancora sotto la media nazionale, come Calabria, Sicilia e parte del Mezzogiorno insulare.

Anche la lettura macro-regionale conferma questa dinamica. Il Centro e il Sud mostrano gli aumenti più consistenti, mentre il Nord-est, pur crescendo meno, mantiene una dotazione elevata per l’intero periodo. Il Mezzogiorno recupera terreno, ma non raggiunge pienamente i livelli delle aree più dotate. Ciò dimostra che il processo di convergenza è avviato, ma non ancora concluso.

In definitiva, l’indicatore evidenzia un avanzamento importante nella disponibilità di personale infermieristico e ostetrico in Italia. Resta però aperta la questione dell’equità territoriale. La sfida dei prossimi anni non sarà soltanto aumentare ulteriormente il numero di professionisti, ma distribuirli in modo più equilibrato, valorizzarne le competenze, migliorare le condizioni di lavoro e integrarli stabilmente nei servizi territoriali. Solo così la crescita osservata potrà tradursi in un reale miglioramento della qualità dell’assistenza e in una riduzione duratura delle disuguaglianze sanitarie tra i territori.

Fonte: ISTAT

Link: www.istat.it


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