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Il Veneto registra la crescita più alta
d’Italia, passando dal 6,7% al 35,3% nel 2023.
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Il Lazio raggiunge il 41,2% di rappresentanza
femminile, segnando un progresso strutturale e stabile.
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Piemonte e Campania mostrano un calo marcato,
evidenziando un arretramento nella parità politica locale.
L’evoluzione della rappresentanza femminile a
livello locale in Italia tra il 2012 e il 2023 mostra un quadro complesso e
disomogeneo, segnato da progressi significativi in alcune regioni e da
arretramenti in altre. Analizzando i dati disponibili, emergono tendenze che
riflettono non solo la diversa sensibilità territoriale alle politiche di
genere, ma anche l’effetto delle riforme normative e delle dinamiche politiche
locali. Il tema della rappresentanza femminile si colloca infatti al crocevia
tra cambiamento culturale, volontà politica e trasformazioni istituzionali, e i
numeri mostrano quanto il percorso verso la parità sia ancora irregolare. Nel
2012 la presenza delle donne nei consigli regionali e comunali era mediamente
bassa, con percentuali che raramente superavano il 20%. In molte regioni, come
Lombardia, Puglia, Molise e Friuli-Venezia Giulia, i valori si attestavano
sotto il 10%. Solo alcune aree, come Piemonte e Valle d’Aosta, presentavano
tassi leggermente più elevati, intorno al 20%. Tuttavia, già a partire dal 2013
si osservano i primi segnali di cambiamento, probabilmente legati alle prime
applicazioni delle norme sulle quote di genere introdotte a livello nazionale e
regionale. La Lombardia, ad esempio, passa da un modesto 8,8% nel 2012 a un
18,5% l’anno successivo, segnando un incremento netto e costante negli anni
successivi. Tra il 2015 e il 2017 si assiste a una fase di consolidamento, con
alcune regioni che mantengono percentuali stabili e altre che iniziano una
crescita più sostenuta. L’Emilia-Romagna, ad esempio, raggiunge il 36% già nel
2014 e si mantiene su quel livello fino al 2020, evidenziando una stabilità che
suggerisce una politica di equilibrio di genere ormai consolidata. Anche la
Toscana e l’Umbria, pur partendo da valori medi intorno al 16%, raddoppiano la
rappresentanza femminile entro il 2018, raggiungendo rispettivamente il 26,8% e
il 38,1%. Questi dati segnalano una maturità politica più marcata nelle regioni
del Centro Italia, dove la presenza femminile appare strutturata e non legata a
singole contingenze elettorali. Molto diversa la situazione al Sud, dove la
crescita è più lenta e discontinua. La Campania, ad esempio, rimane ferma sul
23,5% per diversi anni, per poi crollare al 15,7% dopo il 2018, perdendo quasi
otto punti percentuali. Anche la Calabria mostra ritardi significativi, con
valori inferiori al 10% fino al 2019 e solo un deciso miglioramento a partire
dal 2020, quando raggiunge il 19,4%. La Basilicata si muove su percentuali
minime, intorno al 3-4%, mentre in Molise si registra un andamento molto
irregolare, con picchi di crescita notevoli ma anche cadute repentine. Queste
oscillazioni possono essere spiegate dalla dimensione ridotta delle assemblee
locali e dal peso delle dinamiche politiche locali, dove la presenza femminile
dipende spesso da poche figure di riferimento e non da un sistema consolidato
di partecipazione. Le regioni del Nord mostrano invece andamenti più lineari,
ma non sempre positivi. Il Piemonte, che nel 2012 contava il 23,3% di donne,
perde progressivamente rappresentanza fino a scendere al 15,7% nel 2023, con
una variazione assoluta negativa di 7,6 punti e una diminuzione percentuale di
oltre il 32%. Anche la Valle d’Aosta registra una riduzione simile, passando
dal 14,3% iniziale all’11,4%, segno che in alcune aree l’attenzione al
riequilibrio di genere non ha retto nel tempo. Al contrario, la Liguria segna
un incremento costante dal 15% al 19,4%, e la Lombardia mostra un aumento
significativo, culminando nel 28,1% nel 2023, con una crescita del 219%
rispetto al 2012. Questi risultati indicano che, pur con differenze
territoriali, il Nord presenta nel complesso una tendenza al miglioramento,
soprattutto dove le istituzioni regionali hanno adottato misure di sostegno
alla partecipazione femminile. Tra i casi più interessanti spicca il Veneto,
che passa da un modestissimo 6,7% nel 2012 a un sorprendente 35,3% nel 2023,
con un incremento del 426%. È uno degli esempi più emblematici di come una
politica di promozione delle pari opportunità possa produrre effetti tangibili nel
medio periodo. Simile è il caso del Trentino-Alto Adige, dove il tasso di
presenza femminile cresce in modo costante fino a raggiungere il 34,3%, con
punte più elevate nella Provincia Autonoma di Trento, che arriva addirittura al
40%. Quest’ultimo dato, uno dei più alti d’Italia, testimonia il ruolo
trainante di alcune realtà locali nella sperimentazione di politiche innovative
in tema di rappresentanza. L’Emilia-Romagna continua a distinguersi per livelli
elevati di partecipazione femminile, confermando nel 2023 il 32% di
rappresentanza, in linea con le regioni più avanzate. Anche il Lazio mostra
un’evoluzione notevole, passando dal 18,6% al 41,2%, con una variazione
positiva di oltre ventidue punti. Si tratta di un salto qualitativo importante
che colloca la regione ai vertici nazionali, segnale di un percorso politico
orientato alla parità di genere e probabilmente sostenuto da liste elettorali
più equilibrate e da una crescente visibilità delle donne nella vita pubblica. Analizzando
i dati complessivi, si nota come le regioni del Centro abbiano assunto un ruolo
di avanguardia, raggiungendo valori prossimi o superiori al 35%, mentre il Sud
continua a evidenziare un divario marcato, con alcune eccezioni. La Puglia, ad
esempio, parte da un livello molto basso (4,3% nel 2012) ma registra una
crescita progressiva fino al 13,7% nel 2023, triplicando la presenza femminile.
Anche la Sicilia mostra un incremento moderato ma costante, passando dal 16,7%
al 21,4%. In generale, il Mezzogiorno appare più lento nell’assorbire le
trasformazioni legate alla parità di genere, un dato che riflette probabilmente
la minore presenza di reti associative femminili e di politiche pubbliche
dedicate. Se si guarda alle variazioni percentuali, le regioni che più si
distinguono per miglioramento sono il Veneto, il Molise e la Provincia di
Trento, tutte con crescite superiori al 200%. Questi incrementi così ampi vanno
però interpretati tenendo conto della bassa base di partenza: regioni che nel
2012 avevano livelli quasi nulli hanno potuto mostrare balzi notevoli in
termini relativi. Più significativo è il consolidamento di regioni come
Toscana, Umbria e Lazio, che non solo hanno aumentato la rappresentanza
femminile ma l’hanno mantenuta stabile negli anni recenti, segno di un cambiamento
più strutturale. Di contro, alcuni territori mostrano una regressione
preoccupante. Oltre al Piemonte e alla Valle d’Aosta, anche la Campania subisce
un calo netto, passando dal 23,5% al 15,7%. Questo arretramento del 33% è tra i
peggiori registrati e segnala la difficoltà nel mantenere gli equilibri di
genere in contesti politici più frammentati. È possibile che la riduzione sia
legata alla composizione delle liste o a un minore numero di candidature
femminili vincenti, ma riflette anche un problema di continuità nelle politiche
di parità. Osservando la progressione temporale, si può notare che il periodo
2012-2016 rappresenta una fase di avvio, con l’attuazione delle prime misure di
riequilibrio, mentre tra il 2017 e il 2020 la crescita diventa più diffusa.
Dopo il 2020, tuttavia, le variazioni si riducono e in alcune regioni si
registra un rallentamento o un’inversione di tendenza. La pandemia potrebbe
aver avuto un impatto indiretto, riducendo le opportunità di visibilità
politica per le donne o modificando le priorità dei partiti. In ogni caso, la
fotografia del 2023 mostra un’Italia spaccata in due: da un lato regioni con
una rappresentanza femminile ormai superiore al 30%, dall’altro aree ancora
ferme sotto il 20%. Nel complesso, la media nazionale tende a crescere rispetto
al 2012, ma il percorso verso la parità resta incompiuto. Le differenze
territoriali sono ampie e riflettono le peculiarità istituzionali e culturali
dei diversi contesti. Il Nord-Est e il Centro si confermano le aree più avanzate,
mentre il Sud, pur migliorando, rimane in ritardo. Le variazioni assolute più
significative, come quelle registrate in Lombardia, Veneto e Lazio, indicano
che la crescita è possibile quando si combinano interventi legislativi efficaci
e un cambiamento nella percezione del ruolo politico delle donne. Un altro
aspetto interessante riguarda la stabilità delle percentuali negli ultimi anni
del periodo considerato. In molte regioni, dal 2020 al 2023, i valori restano
invariati, segno che si è raggiunto un equilibrio, ma anche che la spinta
iniziale delle politiche di genere potrebbe essersi esaurita. Per consolidare i
risultati ottenuti e ridurre le disparità, sarà necessario introdurre misure
aggiuntive, come la promozione di leadership femminili, il sostegno alla
formazione politica delle donne e incentivi per le liste paritarie. In
conclusione, i dati dal 2012 al 2023 raccontano una storia di progressi
diseguali, di successi in alcune regioni e di resistenze in altre. La
rappresentanza femminile a livello locale in Italia è cresciuta in media, ma
resta lontana dall’equilibrio ideale. Le regioni che hanno saputo combinare
politiche inclusive e innovazione istituzionale, come il Trentino, il Veneto,
l’Emilia-Romagna e il Lazio, mostrano che il cambiamento è possibile e
duraturo. Al contrario, dove le iniziative sono state episodiche o legate a
singoli cicli elettorali, i risultati non si sono consolidati. Il futuro della
rappresentanza di genere dipenderà dalla capacità delle istituzioni locali di
rendere la presenza delle donne non solo un obiettivo statistico, ma una
componente stabile e riconosciuta della vita democratica.
Fonte: ISTAT
Link: www.istat.it
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