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Centro Italia ancora il più incerto: Toscana e Marche guidano il pessimismo del 2023

 

Analizziamo l’evoluzione, dal 2012 al 2023, della quota di popolazione che esprime un giudizio negativo sulle prospettive future, suddivisa per regione. Si tratta di un indicatore importante, spesso interpretato come misura del pessimismo economico e sociale e, più in generale, del clima di fiducia verso il futuro. Analizzando i dati nel loro insieme emergono chiaramente tre elementi: una tendenza generale alla riduzione del pessimismo nella maggior parte delle regioni; una forte variabilità territoriale che distingue Nord, Centro e Sud; e alcune anomalie legate a specifici periodi, in particolare la crisi economica post-2012 e la pandemia del 2020–2021.Nella maggior parte delle regioni italiane il valore del pessimismo è più alto tra il 2012 e il 2013, anni che seguono la crisi del debito sovrano europeo e il peggioramento del contesto economico nazionale. Molte regioni registrano allora percentuali comprese tra il 20% e oltre il 30%, con picchi in Toscana (30,1% nel 2012), Sicilia (28%), Puglia (26,9%) ed Emilia-Romagna (25,9%). Dopo il 2013, quasi ovunque si osserva una progressiva diminuzione dei giudizi negativi, segno di un miglioramento percepito della situazione economica, dell’occupazione e della qualità della vita. Questo trend discendente è però irregolare: alcune regioni mostrano cali costanti (Lombardia, Veneto), mentre altre oscillano di anno in anno (Sicilia, Emilia-Romagna, Marche). Tali oscillazioni riflettono probabilmente fattori locali: cambiamenti politici regionali, crisi industriali specifiche, variazioni nell’occupazione giovanile o nell’attrattività economica.

Il 2020 rappresenta un momento di interruzione del trend discendente, e i dati lo testimoniano: l’impatto della pandemia porta quasi ovunque a un aumento del pessimismo. In Piemonte si passa dal 12,9% al 16,1%, in Emilia-Romagna dal 15,3% al 14,5% (un incremento più lieve), in Toscana dal 13,7% al 17,4%. Tuttavia, colpisce che in molte regioni del Mezzogiorno l’aumento sia più contenuto: Campania (da 10,5% a 8,9%), Sicilia (da 12,3% a 12,5%), Sardegna (da 9% a 9,1%). Ciò potrebbe derivare dal fatto che le regioni già abituate a condizioni economiche più difficili abbiano percepito la crisi pandemica come meno dirompente rispetto alle regioni più dinamiche, dove l’impatto su servizi, turismo e industria è stato maggiore.

Nel biennio 2021–2023 il pessimismo tende nuovamente a ridursi, pur con alcuni rimbalzi. In molte regioni i valori del 2023 risultano tra i più bassi dell’intera serie storica, suggerendo che nonostante le incertezze globali (guerre, inflazione, tensioni sui costi dell’energia) la percezione soggettiva del futuro non ha subito un crollo analogo a quello del 2012–2013.

L’analisi longitudinale dei dati evidenzia divergenze sistematiche tra le regioni italiane.

Lombardia, Trentino-Alto Adige e Veneto sono costantemente tra le regioni con i livelli più bassi di giudizi negativi. La Lombardia passa dal 18,4% del 2012 all’11,2% del 2023, con un minimo del 9,2% nel 2021. Il Trentino-Alto Adige presenta valori ancora più contenuti, oscillanti tra il 9% e il 16% nell’intero periodo; nel 2018 raggiunge un minimo del 9%, segnando uno dei livelli più bassi a livello nazionale.

Ciò riflette la forza del tessuto economico-produttivo settentrionale, caratterizzato da occupazione elevata, salari medi più alti e servizi più efficienti. Tuttavia, alcune regioni del Nord-Ovest mostrano picchi inattesi: il Piemonte, ad esempio, ha valori inizialmente alti (23,7% nel 2012 e 27% nel 2013) più simili alle regioni centrali che a quelle settentrionali. Questo può essere interpretato come risultato della contrazione di alcuni settori industriali tradizionali e delle difficoltà, in quegli anni, del sistema produttivo piemontese.

Il Friuli-Venezia Giulia presenta un andamento irregolare: dal 21% del 2012 scende fino all’11,7% nel 2017, per poi risalire al 16,6% nel 2022. Un incremento così marcato può essere collegato alle tensioni economiche regionali, soprattutto in ambito industriale e transfrontaliero.

Regioni come Toscana, Umbria e Marche presentano valori iniziali molto alti (tra il 23% e il 30%), e benché il trend sia discendente nel lungo periodo, le fluttuazioni sono più evidenti rispetto al Nord.

La Toscana, in particolare, oscilla tra picchi elevati (30,1% nel 2012; 19% nel 2015) e riduzioni significative (10,6% nel 2021), per poi risalire al 16% nel 2023. Le Marche registrano un andamento simile, con un valore sorprendentemente alto nel 2022 (18,1%), non coerente con la media nazionale. Questi andamenti possono essere associati alla struttura economica regionale, caratterizzata da sistemi di piccole e medie imprese che risentono in modo diretto delle crisi internazionali e delle variazioni nella domanda.

Il Lazio mostra invece un pessimismo più contenuto e stabile. Dal 23,4% del 2012 arriva a un minimo del 10,5% nel 2023, con pochi scossoni importanti. Questo può riflettere la peculiarità di un’economia regionale meno dipendente dall’industria e più sostenuta dal settore pubblico.

Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, le regioni meridionali non presentano sistematicamente valori più alti delle regioni settentrionali. Alcune, come Basilicata, Calabria e Sardegna, mostrano livelli di pessimismo simili a quelli del Centro-Nord. Ad esempio, la Sardegna scende costantemente fino all’8,7% nel 2021, un valore tra i più bassi d’Italia.

La Campania passa dal 26,6% nel 2012 all’8,4% nel 2023: una diminuzione molto significativa, che segnala un miglioramento percepito delle condizioni di vita. La Puglia mostra un andamento simile, pur con una risalita nel 2023 (12,5%).

Più irregolare la Sicilia, dove il pessimismo resta più alto della media nazionale e presenta un picco anomalo nel 2017 (19,1%), seguito da una lenta discesa.

Anche il Molise mostra oscillazioni forti (dal 22,2% nel 2012 al 9,4% nel 2020, per poi risalire al 16,3% nel 2022). Questo potrebbe dipendere dall’elevata sensibilità delle piccole regioni alle variazioni congiunturali e dagli effetti amplificati di eventi locali.

In sintesi, il Mezzogiorno non è omogeneamente più pessimistico: alcune regioni mostrano addirittura performance migliori del Nord.

Il 2020–2021 costituisce un punto di svolta. In molte regioni del Centro-Nord si osserva un aumento del pessimismo nel 2020, seguito da una riduzione nel 2021, mentre nel Sud l’impatto è più contenuto.

Regioni con forte vocazione turistica (Toscana, Veneto, Emilia-Romagna) sono tra quelle che vedono un aumento più evidente nel 2020, coerentemente con la crisi del settore. Le regioni a minore dipendenza dal turismo, come Basilicata e Sardegna, mostrano variazioni più limitate. Questa differenziazione suggerisce che il pessimismo è influenzato non solo dal contesto nazionale, ma anche dalla struttura economica regionale.

Nel 2023 i dati mostrano una generale riduzione del pessimismo, con valori spesso inferiori rispetto al 2012. Le regioni più ottimiste risultano Campania (8,4%), Sardegna (9,2%) e Basilicata (10%). Le più pessimiste sono Toscana (16%), Marche (14,1%), Piemonte e Friuli-Venezia Giulia (entrambi 14,1%). Colpisce che alcune regioni economicamente forti del Nord presentino valori più alti di alcune regioni del Sud: segno che il benessere materiale non è l’unico fattore che determina la percezione del futuro.

Nel complesso, il dataset mostra un’Italia che dal 2012 al 2023 diventa meno pessimista, con un miglioramento percepito che attraversa tutte le regioni, pur con intensità diverse. Le differenze territoriali persistono, ma assumono forme complesse: il Sud non è sempre più pessimista; il Centro mostra una forte variabilità; alcune regioni del Nord presentano andamenti più irregolari del previsto. La pandemia rappresenta una parentesi di criticità, ma non ha invertito la tendenza di lungo periodo verso un maggiore ottimismo. I dati suggeriscono che la percezione del futuro dipende da un intreccio di fattori economici, sociali e culturali, e che la resilienza territoriale gioca un ruolo fondamentale nel modulare il sentimento collettivo davanti alle crisi.

 

Fonte: ISTAT

Link: www.istat.it

 









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