Il Piemonte registra una diminuzione del 27% del tasso di affollamento carcerario tra il 2004 e il 2023
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Il sovraffollamento carcerario italiano
diminuisce mediamente del 20% tra il 2004 e il 2023.
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Persistono forti disuguaglianze regionali: la
Puglia supera il 150%, mentre la Sardegna resta sotto l’82%.
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Le misure legislative e la pandemia hanno
ridotto temporaneamente la pressione, ma senza soluzione strutturale
definitiva.
L’analisi dei
dati sull’affollamento degli istituti di pena italiani dal 2004 al 2023
evidenzia un quadro complesso, segnato da forti disomogeneità regionali, da
cicli di crescita e riduzione legati a interventi normativi e da una tendenza
generale al progressivo riequilibrio, pur senza una completa risoluzione del
problema del sovraffollamento. L’indice di affollamento, espresso in
percentuale rispetto alla capienza regolamentare, mostra valori che in numerose
regioni superano ampiamente la soglia del 100%, segno di una pressione
strutturale sul sistema penitenziario.
All’inizio del periodo considerato, nel 2004, il sovraffollamento
appare diffuso in quasi tutte le regioni, con valori particolarmente elevati in
Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna
e Puglia, tutte oltre il 135%. Le regioni del Mezzogiorno, come Sicilia,
Calabria e Campania, registrano anch’esse valori molto alti, a conferma di una
cronica saturazione del sistema penitenziario. Al contrario, solo la Sardegna
mostra una situazione più equilibrata, con un valore inferiore al 90%.
Nel quinquennio 2004-2009 si osserva un andamento crescente, con
un picco generale nel 2009, anno in cui quasi tutte le regioni raggiungono i
livelli massimi di affollamento. Tale tendenza può essere messa in relazione
con l’aumento complessivo della popolazione detenuta, non compensato da un
parallelo ampliamento della capacità ricettiva degli istituti. Emilia-Romagna e
Puglia superano rispettivamente il 188% e il 164%, rappresentando gli estremi
di un sistema ormai saturo. Questi livelli si collocano in un contesto in cui
il problema del sovraffollamento carcerario è stato riconosciuto a livello
europeo, con la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ha più volte richiamato
l’Italia a garantire condizioni di detenzione conformi agli standard umanitari.
A partire dal 2010 si registra una prima inversione di tendenza.
In alcune regioni, come il Trentino-Alto Adige e la Toscana, l’indice
diminuisce sensibilmente, mentre in altre, tra cui Lombardia e Puglia, il calo
è più graduale. Questo periodo coincide con l’introduzione di alcune misure
legislative volte a ridurre la popolazione carceraria, come la legge “svuota
carceri” e l’ampliamento dell’uso di pene alternative. Tuttavia, tali
provvedimenti non producono effetti uniformi: in regioni come la Campania e il
Lazio, il tasso di affollamento resta costantemente sopra il 130% fino al 2013,
a dimostrazione di una distribuzione diseguale dei benefici delle riforme e
della diversa capacità gestionale degli istituti regionali.
Il biennio 2013-2014 rappresenta un punto di svolta, con un calo
significativo dei tassi di affollamento nella maggior parte delle regioni.
Piemonte, Valle d’Aosta e Toscana scendono sotto il 100%, segnale di un temporaneo
allentamento della pressione. Tale miglioramento è imputabile, almeno in parte,
alle riforme penali e all’introduzione di misure come la detenzione domiciliare
e l’affidamento in prova. Tuttavia, il miglioramento è di breve durata: dal
2016 in avanti si registra una nuova crescita dell’affollamento, seppure su
livelli mediamente inferiori al decennio precedente.
Nel periodo 2016-2019, infatti, diverse regioni mostrano un nuovo
incremento, dovuto probabilmente a un aumento dei flussi in ingresso e a un
rallentamento nell’applicazione delle misure alternative. Lombardia, Veneto,
Friuli-Venezia Giulia e Puglia tornano a superare il 130%, mentre regioni come
la Sicilia e la Calabria si mantengono appena al di sotto di questa soglia. In
questo contesto, la media nazionale oscilla intorno al 120%, indice di una
persistente difficoltà strutturale.
L’anno 2020, segnato dall’emergenza pandemica, determina un
cambiamento significativo. La riduzione dei nuovi ingressi e le misure di
decongestione adottate per motivi sanitari (tra cui la liberazione anticipata
straordinaria e l’ampliamento della detenzione domiciliare) portano a una
diminuzione generalizzata dei tassi di affollamento. In quasi tutte le regioni
si osserva un calo tra il 10% e il 20%, con punte più marcate in
Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna. Tale flessione, tuttavia, appare
temporanea: già nel 2021-2022 i valori tornano a crescere, in particolare in
Lombardia, Puglia e Lazio, dove si superano nuovamente i 120 punti percentuali.
L’ultimo anno disponibile, il 2023, mostra una situazione ancora
eterogenea. Alcune regioni del Nord, come Piemonte e Valle d’Aosta, evidenziano
un miglioramento sostanziale rispetto ai picchi storici, con variazioni
percentuali negative superiori al 25%. Altre aree, invece, registrano un
peggioramento o una stabilizzazione su valori elevati: la Puglia raggiunge il
151,8%, Basilicata il 130,2% e Lombardia il 141,8%. Questi dati indicano che il
problema del sovraffollamento, pur ridimensionato rispetto al passato, resta
particolarmente acuto in alcune regioni del Mezzogiorno e del Nord industriale,
dove la domanda di detenzione continua a superare la capacità del sistema.
Analizzando le variazioni assolute e percentuali tra il 2004 e il
2023, si osserva un generale trend di riduzione, con un calo medio nazionale di
circa il 20%. Tuttavia, questa diminuzione non è uniforme: le regioni del
Nord-Ovest e del Centro, come Piemonte, Toscana ed Emilia-Romagna, registrano
miglioramenti significativi, mentre alcune aree del Sud, come Puglia e
Basilicata, mostrano incrementi, segno di un progressivo spostamento geografico
del fenomeno. Tale disomogeneità suggerisce che la politica penitenziaria
italiana ha prodotto effetti differenziati in base alla capacità gestionale e
infrastrutturale delle regioni.
La distribuzione territoriale dei tassi di affollamento riflette
inoltre il diverso equilibrio tra domanda penale e offerta di posti detentivi.
Regioni con una maggiore densità di popolazione e una forte urbanizzazione,
come Lombardia, Campania e Lazio, mostrano un affollamento cronico legato sia
al numero di reati che alla concentrazione degli istituti. Al contrario,
regioni a bassa densità carceraria, come il Trentino-Alto Adige e la Sardegna,
pur partendo da situazioni più favorevoli, evidenziano variazioni più marcate,
a testimonianza di una maggiore vulnerabilità ai mutamenti della popolazione
detenuta.
La lettura temporale dei dati consente anche di distinguere tre
fasi principali. La prima, compresa tra il 2004 e il 2009, è caratterizzata da
una crescita continua dell’affollamento, culminata nel massimo storico del
2009. La seconda, tra il 2010 e il 2015, segna un periodo di stabilizzazione e
parziale riduzione grazie a interventi legislativi mirati. La terza, dal 2016
al 2023, mostra un andamento altalenante, con una nuova fase di incremento
seguita dal calo pandemico e da una successiva stabilizzazione su livelli
ancora superiori alla capienza regolamentare.
Sotto il profilo territoriale, le differenze regionali si
ampliano nel tempo. Nel 2009 la forbice tra la regione più affollata
(Emilia-Romagna, 188%) e quella meno affollata (Umbria, 122%) era di circa 66
punti percentuali; nel 2023, la distanza tra la Puglia (151,8%) e la Valle
d’Aosta (72,9%) supera i 78 punti. Ciò suggerisce che, nonostante gli
interventi strutturali e normativi, il sistema penitenziario italiano resta
fortemente frammentato, con alcune regioni in grado di mantenere livelli
gestionali più sostenibili e altre ancora soggette a una pressione eccessiva.
Dal punto di vista delle tendenze di lungo periodo, si può notare
che le regioni settentrionali, storicamente caratterizzate da maggiore
efficienza amministrativa, mostrano una più marcata riduzione dell’affollamento
nel ventennio, mentre le regioni meridionali presentano un andamento più
irregolare. Questo riflette anche le disuguaglianze infrastrutturali e le
diverse politiche di edilizia penitenziaria, con un numero limitato di nuovi
istituti costruiti nel Mezzogiorno rispetto al Nord.
Il caso della Puglia è emblematico: partendo da un valore già
elevato nel 2004 (139,4%), la regione registra nel 2009 un picco del 164,2%,
poi un ulteriore aumento fino al 188,1% nel 2010. Nonostante una riduzione
negli anni successivi, il dato del 2023 (151,8%) conferma una condizione strutturalmente
critica. Anche la Basilicata mostra un andamento simile, con un incremento di
oltre 25 punti percentuali in vent’anni. In contrasto, regioni come il Piemonte
e la Toscana registrano un miglioramento netto, con cali rispettivamente del
27% e del 28%, testimoniando l’efficacia di politiche di gestione più
equilibrate e forse una maggiore applicazione di misure alternative alla
detenzione.
Un ulteriore aspetto riguarda la relazione tra andamento
dell’affollamento e dinamiche socio-economiche. In regioni industriali come
Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, il sovraffollamento è storicamente
associato a una più alta densità di popolazione urbana e a una maggiore
presenza di popolazione straniera detenuta. Nelle regioni del Sud, invece, i
fattori determinanti sembrano legati a infrastrutture inadeguate, minore
disponibilità di personale penitenziario e una minore efficienza
nell’applicazione di misure di reinserimento.
L’analisi del dato 2023 mostra, in conclusione, che il problema
del sovraffollamento non può essere considerato risolto, pur registrando un
miglioramento complessivo rispetto agli anni di massima criticità. Il valore
medio nazionale resta superiore al 110%, con punte che superano il 150% in
alcune aree. L’evoluzione storica suggerisce che gli interventi episodici o
emergenziali non sono sufficienti a garantire la sostenibilità del sistema. È
necessario un approccio strutturale che combini politiche di edilizia
penitenziaria, riforme della giustizia penale, potenziamento delle misure alternative
e una gestione più efficiente delle risorse umane.
In prospettiva, la
riduzione delle disuguaglianze regionali dovrebbe rappresentare un obiettivo
prioritario. La convergenza verso livelli di affollamento più omogenei passa
attraverso la programmazione di investimenti mirati e la promozione di
strategie di reinserimento sociale coordinate su scala nazionale. I dati
analizzati dimostrano che la sola riduzione numerica dei detenuti non è
sufficiente: occorre una revisione complessiva del modello penitenziario
italiano, capace di garantire standard dignitosi di vita carceraria, efficienza
gestionale e coerenza con i principi costituzionali e internazionali.
Fonte: ISTAT
Link: www.istat.it
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