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Nessuna
città europea compare oggi fra le dieci aree urbane più popolose del mondo.
- · L’Europa,
culla del capitalismo moderno, perde centralità demografica, mentre il
baricentro urbano si sposta verso Asia e Africa.
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Il
ridimensionamento demografico non implica necessariamente irrilevanza: Londra e
Parigi conservano un’influenza economica e culturale superiore alle loro
dimensioni.
La classifica delle città più
popolose del mondo offre un’immagine particolarmente significativa delle
trasformazioni economiche e geopolitiche contemporanee. Nelle prime dieci
posizioni non compare infatti alcuna città europea: dominano le grandi aree urbane
asiatiche, come Jakarta, Tokyo, Dhaka, Nuova Delhi e Shanghai, affiancate dal
Cairo. Si tratta di un cambiamento storico rilevante, soprattutto considerando
il ruolo svolto dalle città europee nella costruzione del capitalismo
occidentale.
Londra, Amsterdam, Parigi, Anversa,
Genova e Venezia furono per secoli centri decisivi del commercio
internazionale, della finanza e dell’accumulazione di capitale. In queste città
si svilupparono banche, borse, compagnie commerciali e reti coloniali che
contribuirono alla formazione dell’economia mondiale moderna. Successivamente,
città industriali come Manchester, Liverpool e Birmingham divennero
protagoniste della rivoluzione industriale, mentre Londra consolidò il proprio
ruolo di centro finanziario globale. Il fatto che oggi nessuna città europea
appaia ai vertici demografici sembra dunque indicare uno spostamento del
baricentro mondiale verso l’Asia e, in prospettiva, verso l’Africa.
Si può interpretare questo fenomeno
come un ulteriore segnale del declino occidentale? In parte sì, ma con alcune
precisazioni. La perdita del primato demografico riflette la crescita più
lenta, il calo della natalità e l’invecchiamento della popolazione europea.
Indica inoltre che la quota maggiore dell’espansione urbana ed economica futura
potrebbe concentrarsi nei paesi emergenti. Tuttavia, popolazione e potere non
coincidono automaticamente. Londra, Parigi, Francoforte e altre città europee
conservano un’importanza finanziaria, culturale, scientifica e politica molto
superiore alle loro dimensioni demografiche.
Più che dimostrare un declino
inevitabile, la classifica segnala quindi una trasformazione degli equilibri
mondiali. L’Europa non è necessariamente irrilevante, ma non rappresenta più il
centro esclusivo della modernità capitalistica. La sua sfida sarà mantenere
influenza e capacità d’innovazione in un mondo sempre più urbano, asiatico,
africano e multipolare.
Andamenti
generali
Il dataset raccoglie 3.079
osservazioni relative a 100 grandi aree urbane, con dati storici quinquennali
dal 1950 al 2020 e proiezioni, sempre a intervalli di cinque anni, dal 2020 al
2100. Nel 1950 sono disponibili valori per 97 città, mentre dal 2000 la
copertura comprende tutte le 100 città. È importante precisare che la somma
delle popolazioni non rappresenta l’intera popolazione urbana mondiale, ma
soltanto quella delle città incluse nel campione. Inoltre, le cifre sembrano
riferirsi ad agglomerati urbani, che possono essere molto più estesi dei
rispettivi confini amministrativi.
La tendenza generale è
inequivocabile: negli ultimi settant’anni il peso demografico delle grandi
città è cresciuto enormemente. Nel 1950 le 97 città con dati disponibili
totalizzavano circa 160,5 milioni di abitanti, con una media di 1,65 milioni e
una mediana di poco superiore a un milione. Nel 1975 il totale era già salito a
345,2 milioni, più del doppio rispetto al 1950. Nel 2000 le 100 città
raggiungevano complessivamente 678,6 milioni di residenti, mentre nel 2020
sfioravano il miliardo, attestandosi a 997,7 milioni. Fra il 1950 e il 2020 la
popolazione aggregata del campione è quindi aumentata di oltre sei volte, anche
se una piccola parte della differenza dipende dalla copertura incompleta del
primo anno.
La crescita non riguarda soltanto
le città ai vertici della classifica. La popolazione media passa da 1,65
milioni nel 1950 a quasi 10 milioni nel 2020, mentre la mediana aumenta da
circa 1,01 a 6,86 milioni. Questo incremento della mediana è particolarmente
significativo: indica che l’espansione urbana è stata diffusa e non limitata a
poche metropoli eccezionalmente grandi. Nel 1950 soltanto sette città
superavano i 5 milioni di abitanti e una sola, Tokyo, oltrepassava i 10
milioni. Nel 2000 erano già 45 sopra i 5 milioni, 20 sopra i 10 milioni e due
sopra i 20 milioni. Nel 2020 ben 76 città superavano i 5 milioni, 30
oltrepassavano i 10 milioni e dieci raggiungevano almeno 20 milioni.
Anche la geografia delle maggiori
concentrazioni urbane è cambiata. Nel 1950 la graduatoria rifletteva ancora in
parte la centralità economica e industriale delle città dei paesi più
sviluppati. Tokyo era prima con 12,55 milioni di abitanti, seguita da New York
con 9,34 milioni, Osaka con 7,95 milioni e Londra con 7,91 milioni. Fra le
prime dieci figuravano inoltre Mosca, Parigi, Buenos Aires e Los Angeles.
L’Asia era già presente con Tokyo, Osaka, Kolkata e Jakarta, ma le grandi città
europee e nordamericane occupavano ancora una porzione considerevole della
classifica.
Nel 1975 Tokyo aveva raggiunto
24,28 milioni e conservava nettamente il primato. Osaka era seconda con 14,45
milioni e New York terza con 12,08 milioni. Cominciava però a emergere una
nuova struttura urbana: Jakarta arrivava a 11,70 milioni, Città del Messico a
11,12 milioni, San Paolo a 10,54 milioni e Seul a 10,08 milioni. La crescita
delle città asiatiche e latinoamericane stava quindi riducendo il predominio
relativo delle metropoli occidentali.
Nel 2020 il cambiamento appare
pienamente realizzato. La città più popolosa del dataset è Jakarta, con 39,07
milioni di abitanti, davanti a Tokyo, con 33,70 milioni, e Dhaka, con 32,64
milioni. Seguono Nuova Delhi con 29,10 milioni, Shanghai con 27,65 milioni e
Guangzhou con 26,51 milioni. Completano le prime dieci Manila, con 24,01
milioni, Il Cairo, con 24 milioni, Seul, con 22,24 milioni, e Kolkata, con
22,05 milioni. Tutte le prime dieci città del 2020 si trovano dunque in Asia o,
nel caso del Cairo, in Africa. New York, Londra e Parigi non scompaiono come
grandi centri globali, ma il loro peso demografico relativo diminuisce rispetto
alle metropoli dei paesi emergenti.
Un altro risultato interessante
riguarda la concentrazione. Nel 1950 le prime dieci città rappresentavano il
41,9% della popolazione complessiva osservata. Nel 1975 la loro quota era scesa
al 35,3%, nel 2000 al 29,4% e nel 2020 al 28,2%. La crescita delle grandi città
si è quindi accompagnata a una distribuzione più equilibrata della popolazione
all’interno del campione: le metropoli al vertice sono diventate enormi, ma
numerose città inizialmente più piccole sono cresciute ancora più rapidamente.
Entro il 2100, tuttavia, la quota delle prime dieci risalirebbe leggermente al
30,5%, segnalando una possibile nuova concentrazione intorno alle metropoli più
dinamiche.
I casi di crescita storica più
rapida sono impressionanti. Kuala Lumpur passa da circa 65.700 abitanti nel
1950 a 7,86 milioni nel 2020, moltiplicando la propria popolazione quasi 120
volte. Dar es Salaam cresce da 58.400 a 6,85 milioni, ossia di circa 117 volte.
Shenzhen sale da 173.000 a 13,43 milioni, moltiplicandosi quasi 78 volte.
Yaoundé, Abidjan, Amman, Kinshasa e Nairobi aumentano tutte di oltre 40 volte.
Queste percentuali dipendono in parte da basi iniziali molto contenute, ma
documentano comunque la straordinaria trasformazione di centri regionali in
grandi agglomerati urbani.
In termini assoluti, i maggiori
incrementi tra il 1950 e il 2020 si registrano invece a Jakarta, che guadagna
circa 35,16 milioni di residenti, e a Dhaka, con un aumento di 31,43 milioni.
Nuova Delhi cresce di 26,67 milioni, Guangzhou di 25,52 milioni, Shanghai di
24,55 milioni e Manila di 21,42 milioni. Tokyo aggiunge 21,15 milioni di
persone, ma la sua crescita relativa, pari a circa 2,7 volte, è molto inferiore
a quella delle città dell’Asia meridionale e sud-orientale.
Le proiezioni indicano un ulteriore
aumento fino alla metà del secolo. Nel 2030 le 100 città dovrebbero ospitare
complessivamente 1,083 miliardi di persone; nel 2050 il totale raggiungerebbe
1,190 miliardi, circa il 19% in più rispetto al 2020. La media salirebbe a
11,90 milioni e la mediana a 8,59 milioni. Nel 2050 sarebbero 37 le città con
almeno 10 milioni di abitanti, 15 quelle sopra i 20 milioni e sette quelle
oltre i 30 milioni.
La leadership passerebbe a Dhaka,
prevista a 52,12 milioni nel 2050, seguita da Jakarta con 51,78 milioni.
Shanghai arriverebbe a 34,91 milioni, Nuova Delhi a 33,89 milioni, Karachi a
32,59 milioni e Il Cairo a 32,37 milioni. Tokyo, pur mantenendo 30,66 milioni
di residenti, scenderebbe al settimo posto. La graduatoria suggerisce quindi
una crescente centralità dell’Asia meridionale, mentre l’Africa comincia ad
assumere un ruolo molto più rilevante.
Dopo il 2050 il quadro diventa meno
uniforme. Nel 2100 il totale delle 100 città scenderebbe a circa 1,126
miliardi, il 5,3% in meno rispetto al 2050, pur rimanendo il 12,9% sopra il
livello del 2020. Ben 47 città presentano una popolazione prevista inferiore a
quella del 2020. Tokyo scenderebbe a 24,07 milioni, Seul da 22,24 a 11,42
milioni, Osaka da 13,46 a 7,09 milioni e Hong Kong da 4,81 a 1,34 milioni.
Riduzioni consistenti interesserebbero anche diverse città cinesi e alcune
grandi metropoli latinoamericane ed europee.
Parallelamente, le città africane e
dell’Asia meridionale continuerebbero a espandersi. Nel 2100 Dhaka
raggiungerebbe 55,01 milioni, Jakarta 49,70 milioni, Karachi 43,69 milioni e Il
Cairo 36,75 milioni. Luanda salirebbe da 9,78 milioni nel 2020 a 30,65 milioni,
con un incremento superiore al 200%. Dar es Salaam arriverebbe a 20,05 milioni,
quasi triplicando, mentre Yaoundé raggiungerebbe 13,23 milioni. Questi
andamenti sono coerenti con una futura urbanizzazione mondiale sempre più
concentrata nei paesi con popolazioni giovani e ancora in forte crescita.
Nel complesso, i dati raccontano
tre grandi trasformazioni: la moltiplicazione delle dimensioni urbane, lo
spostamento del baricentro demografico dalle città occidentali verso l’Asia e
l’Africa e, infine, la progressiva divergenza fra metropoli ancora in
espansione e città destinate alla stagnazione o al declino. Le proiezioni non
devono essere considerate previsioni certe, soprattutto su un orizzonte lungo
come il 2100, ma mostrano con chiarezza dove potrebbero concentrarsi le
maggiori sfide future: abitazioni, infrastrutture, trasporti, acqua, energia,
servizi sanitari e adattamento climatico.
Il ridimensionamento delle città
europee
Un’ulteriore considerazione
riguarda la presenza molto limitata delle città europee nelle posizioni più
elevate della classifica. A rigore, le città europee non sono del tutto assenti
dal dataset: vi compaiono, fra le altre, Londra, Parigi, Madrid, Mosca e San
Pietroburgo. Tuttavia, soprattutto nei dati più recenti e nelle proiezioni,
nessuna di esse figura tra le dieci aree urbane più popolose. La loro “assenza”
deve quindi essere interpretata come un’uscita dai vertici demografici
mondiali, non come una mancata inclusione nel file.
Nel 1950 la situazione era
profondamente diversa. Londra, con circa 7,91 milioni di abitanti, era la
quarta città più popolosa del campione. Mosca, con 5,53 milioni, occupava la
sesta posizione, mentre Parigi era settima con 5,36 milioni. Tre città europee
figuravano quindi nelle prime dieci, riflettendo il peso storico, industriale,
economico e politico del continente. Nel 2020, invece, le prime dieci posizioni
risultano interamente occupate da città asiatiche, con la sola eccezione
africana del Cairo.
Questo ridimensionamento relativo
non significa necessariamente che le città europee abbiano attraversato una
crisi urbana. Parigi, per esempio, passa dai 5,36 milioni del 1950 ai 9,35
milioni del 2020. Mosca e Londra rimangono grandi agglomerati internazionali.
La differenza fondamentale è che la loro crescita è stata molto più lenta
rispetto a quella di Jakarta, Dhaka, Nuova Delhi, Shanghai, Manila o Karachi.
Mentre numerose metropoli asiatiche hanno guadagnato decine di milioni di
abitanti, le città europee hanno raggiunto più precocemente una fase di
maturità demografica.
Le cause sono numerose. L’Europa
presenta bassi livelli di natalità, popolazioni mediamente più anziane e un
processo di urbanizzazione già molto avanzato. Non esistono quindi grandi masse
di popolazione rurale destinate a trasferirsi nelle metropoli, come è invece
avvenuto in Asia e potrebbe continuare ad avvenire in Africa. Inoltre, la
struttura urbana europea è relativamente policentrica: la popolazione è
distribuita fra molte città medie e grandi, anziché concentrarsi in pochi
agglomerati superiori ai 20 o 30 milioni di abitanti. La presenza di reti di
trasporto sviluppate favorisce anche l’insediamento in centri minori collegati
alle principali capitali.
Contano infine le modalità
statistiche con cui sono delimitate le aree urbane. I confini amministrativi
europei sono spesso frammentati e possono non coincidere con l’effettiva
regione metropolitana, rendendo delicati i confronti internazionali. In ogni caso,
i dati mostrano che il peso delle città europee sarà sempre meno demografico e
sempre più legato a funzioni economiche, finanziarie, culturali e politiche.
Nel XXI secolo, dunque, essere una città globale non significa necessariamente
essere una delle città più popolose.
Fonte: Our World in Data
Link: https://ourworldindata.org/urbanization
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