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Giappone,
Corea e Tigri asiatiche dimostrano che enormi divari economici possono ridursi
sorprendentemente in fretta.
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La
Corea è passata da un settimo del reddito europeo alla sostanziale parità in
settant’anni.
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La
Cina non ha ancora completato la rincorsa, ma ha già dimezzato gran parte della
distanza.
La
distanza che separa le economie povere da quelle ricche viene spesso
rappresentata come un divario quasi strutturale, destinato a riprodursi nel
tempo e difficile da colmare nell’arco di poche generazioni. Se si osservano i
livelli di reddito raggiunti dall’Europa occidentale già nella prima metà del
Novecento e li si confronta con quelli di gran parte dell’Asia nello stesso
periodo, questa impressione appare comprensibile. La storia economica del
secondo dopoguerra mostra tuttavia un quadro molto diverso. L’esperienza del
Giappone, della Corea del Sud e delle cosiddette Tigri asiatiche dimostra
infatti che, in presenza di determinate condizioni istituzionali, tecnologiche
e produttive, un divario accumulato nel corso di uno o due secoli può essere
ridotto in pochi decenni. La Cina, pur non avendo ancora completato questo
processo di convergenza, rappresenta oggi il caso quantitativamente più
importante di questa trasformazione.
Per
comprendere la portata del fenomeno è necessario partire dall’origine del
divario. All’inizio del XIX secolo le differenze di reddito tra Europa
occidentale e Asia erano significative, ma ancora relativamente contenute
rispetto a quelle che si sarebbero formate successivamente. Secondo le
ricostruzioni del Maddison Project Database, nel 1820 il PIL pro capite
dell’Europa occidentale era pari a circa 2.171 dollari internazionali, contro
1.317 del Giappone, 882 della Cina e circa 816 della Corea. La grande
divergenza si accentuò soprattutto nel corso dell’Ottocento, quando la
rivoluzione industriale permise alle economie europee di aumentare rapidamente
la produttività attraverso la meccanizzazione, l’impiego crescente di energia
fossile, la costruzione delle reti ferroviarie, l’urbanizzazione e una
progressiva riorganizzazione della produzione.
Nel
1870 il PIL pro capite dell’Europa occidentale aveva raggiunto circa 3.288
dollari, mentre il Giappone si attestava intorno a 1.580 e la Cina rimaneva
sotto i mille. Alla vigilia della Prima guerra mondiale la distanza si era
ulteriormente ampliata: nel 1913 il reddito medio per abitante dell’Europa
occidentale superava i 5.500 dollari, mentre quello giapponese era ancora
intorno a 2.430, quello coreano a circa 1.170 e quello cinese inferiore ai
mille dollari. Il divario tra Europa e Asia non deve quindi essere interpretato
semplicemente come il riflesso di una povertà originaria delle economie
asiatiche, ma come il risultato di tassi di crescita profondamente differenti
protratti nel tempo. L’Europa industrializzata si allontanò progressivamente
dalle economie che non avevano ancora realizzato una trasformazione analoga
della propria struttura produttiva.
Proprio
questo elemento consente però di comprendere anche il processo inverso. Se un
differenziale di crescita mantenuto per molti decenni può produrre una
divergenza enorme, un differenziale di segno opposto può produrre una
convergenza altrettanto rapida. Il primo grande esempio asiatico fu il
Giappone. Nel 1950, dopo la distruzione provocata dalla Seconda guerra
mondiale, il PIL pro capite giapponese era di poco superiore ai 3.000 dollari,
contro più di 7.200 nell’Europa occidentale. In termini relativi, il Giappone
disponeva quindi di circa il 42 per cento del reddito europeo. Nel ventennio
successivo, tuttavia, l’economia giapponese conobbe un’espansione eccezionale.
Nel 1960 il PIL pro capite aveva già superato i 6.000 dollari e nel 1970 era
arrivato a circa 15.480 dollari, equivalente a circa il 96 per cento del
livello dell’Europa occidentale.
Il
dato è particolarmente importante perché permette di misurare concretamente la
velocità della convergenza: nell’arco di appena vent’anni il Giappone passò da
meno della metà del reddito europeo a una sostanziale parità. Tale risultato
non fu prodotto da una singola causa, ma dalla combinazione di elevati
investimenti, crescita dell’istruzione, accumulazione di capitale, diffusione
delle tecnologie occidentali, sviluppo dell’industria manifatturiera e forte
orientamento verso i mercati esteri. Il caso giapponese mostrò inoltre un
principio fondamentale dell’economia dello sviluppo: un paese relativamente
arretrato può, almeno in alcune fasi, crescere più rapidamente di un paese che
si trova già alla frontiera tecnologica, perché non deve necessariamente produrre
autonomamente tutte le innovazioni di cui ha bisogno. Può importare tecnologie
già esistenti, adattarle e incorporarle nel proprio sistema produttivo,
ottenendo così forti aumenti di produttività.
La
Corea del Sud costituisce probabilmente l’esempio più netto di questo
meccanismo. Nel 1950 il suo PIL pro capite era inferiore ai mille dollari, pari
ad appena il 14 per cento circa di quello dell’Europa occidentale. Anche nel
1960, con un reddito pro capite intorno a 1.550 dollari, il paese rimaneva
molto distante dalle economie industrializzate. Nei decenni successivi,
tuttavia, la trasformazione fu rapidissima: il PIL pro capite si avvicinò ai
3.000 dollari nel 1970, superò i 6.000 nel 1980, raggiunse quasi 14.000 dollari
nel 1990 e oltrepassò i 23.000 nel 2000. Alla fine degli anni Ottanta la Corea
aveva già superato la metà del livello dell’Europa occidentale; intorno al 2009
era oltre l’80 per cento e nel 2020 aveva sostanzialmente raggiunto la parità.
Il
confronto relativo al 2022 è particolarmente significativo. In quell’anno il
PIL pro capite coreano risulta pari a circa 41.321 dollari internazionali,
mentre quello dell’Europa occidentale si colloca intorno a 41.323. Si tratta,
dal punto di vista statistico, di una sostanziale equivalenza. Un paese che nel
1950 disponeva di circa un settimo del reddito europeo ha dunque raggiunto lo
stesso livello nell’arco di poco più di settant’anni. La trasformazione coreana
non può essere ridotta alla semplice crescita quantitativa del prodotto: essa
ha comportato il passaggio da un’economia prevalentemente agricola e a basso
reddito a un sistema industriale e tecnologico avanzato, caratterizzato da
livelli elevati di istruzione, infrastrutture moderne, grandi imprese
esportatrici e una crescente capacità di innovazione.
Il
caso coreano diventa ancora più significativo se inserito nel quadro più ampio
delle quattro Tigri asiatiche, vale a dire Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e
Singapore. Pur presentando differenze notevoli dal punto di vista politico,
geografico e istituzionale, queste economie hanno condiviso alcuni tratti
fondamentali: una rapida accumulazione di capitale, un forte investimento nel
capitale umano, un’espansione dell’industria manifatturiera e dei servizi
avanzati, una notevole integrazione nei mercati internazionali e, soprattutto,
la capacità di spostarsi progressivamente verso attività a maggiore
produttività e valore aggiunto.
Considerate
nel loro insieme e utilizzando una media ponderata per la popolazione, nel 1950
le Tigri asiatiche disponevano di un PIL pro capite pari a circa il 19 per
cento di quello dell’Europa occidentale. Il rapporto salì progressivamente fino
a superare il 50 per cento nella seconda metà degli anni Ottanta e l’80 per
cento nei primi anni Duemila. Intorno al 2013 il gruppo raggiunse
complessivamente il livello europeo e negli anni successivi lo superò. Nel 2022
il reddito medio ponderato delle quattro economie si collocava intorno a 47.600
dollari pro capite, rispetto ai circa 41.300 dell’Europa occidentale. Nell’arco
di poco più di settant’anni, quindi, esse sono passate da meno di un quinto del
livello europeo a un valore superiore di circa il 15 per cento.
La
Cina presenta una traiettoria differente, sia per le dimensioni del paese sia
per il ritardo con cui il processo di convergenza ha assunto una velocità
significativa. Nel 1950 il PIL pro capite cinese era intorno agli 800 dollari
internazionali, pari a poco più dell’11 per cento del livello dell’Europa
occidentale. Ancora nel 1980 rimaneva inferiore ai 2.000 dollari. È soprattutto
a partire dagli ultimi decenni del Novecento che la crescita accelera: il PIL
pro capite raggiunge circa 3.000 dollari nel 1990, supera i 4.700 nel 2000,
oltrepassa i 9.600 nel 2010 e arriva a circa 19.240 dollari nel 2022. In
termini relativi, la Cina è così passata da poco più di un decimo del livello
europeo a circa il 47 per cento.
La
Cina non ha dunque ancora completato la convergenza osservata in Giappone o
Corea, ma il dato assume una rilevanza particolare considerando la scala
demografica del processo. È relativamente più semplice immaginare una rapida
trasformazione in economie di dimensioni ridotte come Singapore o Hong Kong;
molto più complesso è realizzare incrementi sostenuti della produttività e del
reddito in un paese con oltre un miliardo di abitanti. Proprio per questo il
caso cinese rappresenta una delle trasformazioni economiche più rilevanti
dell’età contemporanea, anche se il suo esito finale rimane aperto e dipenderà
dalla capacità di mantenere elevata la produttività, gestire l’invecchiamento
demografico, sviluppare innovazione autonoma e affrontare i vincoli finanziari
e geopolitici.
La
domanda su quanto tempo occorra per diventare ricchi non ammette dunque una
risposta unica. La storia economica non offre una legge secondo cui ogni paese
povero è destinato prima o poi a convergere verso quelli avanzati. Al
contrario, numerosi paesi hanno attraversato lunghi periodi di stagnazione
oppure sono rimasti intrappolati a livelli intermedi di reddito. La convergenza
richiede istituzioni relativamente efficaci, capitale umano, infrastrutture,
investimenti, capacità di assorbire tecnologia e accesso ai mercati. Tuttavia,
i casi asiatici mostrano con altrettanta chiarezza che la distanza iniziale non
costituisce di per sé una condanna permanente.
Il
punto decisivo è il differenziale di crescita mantenuto nel tempo. Se
un’economia avanzata cresce dell’1,5 per cento annuo in termini pro capite
mentre un’economia inseguitrice riesce a crescere stabilmente del 4 o del 5 per
cento, anche una distanza inizialmente molto ampia può ridursi in maniera
sostanziale nell’arco di alcuni decenni. L’effetto della crescita composta
rende particolarmente potente la persistenza di pochi punti percentuali di
differenza ogni anno. Ciò che in una fotografia statica appare come un ritardo
enorme può quindi modificarsi radicalmente quando si osservano le traiettorie
nel lungo periodo.
L’esperienza
dell’Asia orientale suggerisce, in conclusione, che non servono necessariamente
due secoli per recuperare un divario formatosi in due secoli. Il Giappone ha
ridotto gran parte della distanza dall’Europa occidentale nell’arco di una
generazione; la Corea del Sud è passata da circa un settimo del reddito europeo
alla sostanziale parità in poco più di settant’anni; le Tigri asiatiche,
considerate complessivamente, hanno addirittura superato il benchmark europeo.
La Cina si trova ancora a metà del percorso, ma ha già ridotto in misura
considerevole una distanza che, fino a pochi decenni fa, appariva enorme. La
lezione più generale è quindi che la posizione relativa di un paese
nell’economia mondiale non è immutabile: ciò che conta non è soltanto il
livello di reddito da cui si parte, ma la capacità di sostenere per un periodo
sufficientemente lungo una crescita della produttività superiore a quella delle
economie che si intende raggiungere.
Fonte:
Maddison Historical Data
Link:
https://www.rug.nl/ggdc/historicaldevelopment/maddison/?lang=en
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