- Tra il 1950 e il 1970 il PIL pro capite italiano
quasi triplica, segnando il miracolo economico.
- Dal 2007 al 2022 il reddito reale per abitante
resta sostanzialmente fermo, evidenziando la stagnazione italiana.
- La storia economica italiana alterna secoli di
immobilità, rapida convergenza industriale e recente perdita di dinamismo.
Osservare la
storia economica italiana attraverso il PIL pro capite significa confrontarsi
con una traiettoria molto meno lineare di quanto suggerisca l'immagine
convenzionale del progresso economico. I dati del Maddison Project Database
2023, che ricostruiscono l'andamento del reddito per abitante nel
lunghissimo periodo, mostrano infatti tre Italie differenti: un'economia
relativamente prospera già in epoca preindustriale, un paese capace di una
straordinaria accelerazione tra la fine dell'Ottocento e il secondo dopoguerra
e, infine, un'economia avanzata che negli ultimi decenni ha progressivamente
perso dinamismo.
Il dato più
sorprendente emerge proprio guardando ai secoli più lontani. Secondo le
ricostruzioni del database, il PIL pro capite italiano è stimato in circa 1.407
dollari internazionali del 2011 nell'anno 1. Nel 1451 raggiunge circa 2.530
dollari e nel 1501 2.549. Si tratta, naturalmente, di stime storiche che devono
essere interpretate con maggiore cautela rispetto ai dati contemporanei: non
esistevano sistemi di contabilità nazionale e le grandezze economiche vengono
ricostruite attraverso fonti indirette. Il loro valore principale consiste
quindi nell'individuare ordini di grandezza e tendenze di lungo periodo.
Ciò che emerge
è comunque significativo. Tra il Quattrocento e l'inizio dell'Ottocento il
reddito italiano per abitante rimane sostanzialmente intrappolato intorno a una
fascia compresa fra 2.300 e 2.550 dollari. Nel 1601 il valore stimato è di
circa 2.543 dollari; nel 1701 scende a 2.469; nel 1801 è ancora soltanto 2.515.
Tre secoli, dunque, senza una vera crescita strutturale del reddito medio.
È una
rappresentazione particolarmente efficace della natura delle economie
preindustriali. Incrementi della produzione potevano essere assorbiti
dall'aumento della popolazione, mentre produttività, tecnologia e capacità di
accumulazione crescevano troppo lentamente per determinare un miglioramento
permanente delle condizioni economiche individuali. L'Italia, nonostante la
ricchezza commerciale e urbana di alcune sue aree, non riuscì a trasformare il
proprio vantaggio storico in un processo precoce di industrializzazione.
Ancora nel 1820
il PIL pro capite indicato dal database è pari a circa 2.523 dollari. Nel 1861,
anno dell'unificazione politica, arriva appena a 2.558. In termini di reddito
medio, quindi, l'Italia unita nasce come un paese ancora sostanzialmente
preindustriale.
È dalla seconda
metà dell'Ottocento che la curva comincia finalmente a cambiare inclinazione.
Nel 1870 il PIL pro capite raggiunge 2.826 dollari; nel 1900 sale a 3.264 e nel
1913 supera i 4.000, attestandosi a 4.057 dollari. La crescita resta modesta se
confrontata con quella che caratterizzerà il secondo dopoguerra, ma la
discontinuità storica è evidente: dopo secoli di quasi immobilità, il reddito
per abitante comincia ad aumentare in maniera persistente.
L'industrializzazione,
lo sviluppo delle infrastrutture, l'integrazione del mercato nazionale,
l'espansione delle attività manifatturiere e la progressiva trasformazione
dell'agricoltura contribuirono a modificare la struttura produttiva. Il
processo fu geograficamente diseguale e socialmente costoso, ma pose le basi
per il successivo sviluppo industriale.
Le due guerre
mondiali e la crisi degli anni Trenta interrompono e deformano questa
traiettoria. Nel 1929 il PIL pro capite raggiunge circa 4.889 dollari e nel
1938 si colloca a 4.981. Nel 1950, all'inizio della ricostruzione postbellica,
è pari a 5.582 dollari. È da questo momento che prende avvio la fase più
impressionante dell'intera serie storica italiana.
In appena dieci
anni, tra il 1950 e il 1960, il PIL pro capite passa da 5.582 a 9.430 dollari:
un incremento di circa il 69 per cento. Nel 1970 raggiunge 15.492 dollari. In
vent'anni, dunque, il reddito medio reale per abitante risulta quasi
triplicato.
È il periodo
del cosiddetto “miracolo economico”, durante il quale l'Italia completa in
tempi estremamente rapidi il passaggio da paese prevalentemente agricolo a
grande economia industriale. L'aumento della produttività, gli investimenti,
l'urbanizzazione, le migrazioni interne, la crescita dell'industria
manifatturiera e l'integrazione nei mercati europei trasformano radicalmente il
paese. Automobili, elettrodomestici e nuovi consumi di massa diventano
manifestazioni visibili di un fenomeno economico più profondo: la capacità di
produrre una quantità crescente di beni e servizi per ogni abitante.
La crescita
prosegue anche nei decenni successivi, sebbene progressivamente meno impetuosa.
Il PIL pro capite arriva a 20.959 dollari nel 1980 e a 26.003 nel 1990. Nel
2000 supera i 32.700 dollari e nel 2007 raggiunge circa 36.311 dollari.
Quest'ultimo
dato rappresenta un passaggio fondamentale per comprendere la seconda parte
della storia. Il problema italiano contemporaneo, infatti, non è tanto un
crollo permanente del reddito quanto la fine della lunga dinamica di
convergenza e crescita che aveva caratterizzato il Novecento.
Dopo il 2007 la
curva cambia nettamente forma. La crisi finanziaria internazionale e,
soprattutto, la successiva crisi europea producono una profonda contrazione. Il
PIL pro capite scende a circa 34.055 dollari nel 2009. Dopo una parziale
ripresa nel 2010-2011, torna a diminuire: nel 2013 è pari a circa 33.317
dollari.
Il dato è
particolarmente significativo perché mostra quanto lunga sia stata la fase
necessaria per recuperare i livelli precedenti alla crisi. Nel 2019 il PIL pro
capite raggiunge 35.407 dollari, ancora inferiore al massimo del 2007. La
pandemia provoca poi una nuova caduta, portando il valore a circa 32.385
dollari nel 2020. Nel 2022 il recupero conduce il PIL pro capite a 36.224
dollari, sostanzialmente sul livello registrato quindici anni prima.
È qui che il
termine “declino” deve essere utilizzato con precisione. L'Italia del XXI
secolo non è diventata un paese povero, né i dati mostrano un ritorno alle
condizioni economiche del passato. Il declino è soprattutto relativo e
dinamico: consiste nella perdita della capacità di aumentare rapidamente il
reddito per abitante.
La differenza
con il Novecento è impressionante. Tra il 1950 e il 1970 il PIL pro capite
aumentò di quasi tre volte; tra il 2007 e il 2022, invece, risulta
sostanzialmente invariato. Il problema centrale diventa quindi quello della
produttività e della capacità di generare nuova crescita in un'economia ormai
matura.
La prospettiva
plurisecolare del Maddison Project consente così di evitare due interpretazioni
opposte ma ugualmente semplicistiche. La prima è quella di un'Italia
inevitabilmente destinata al declino: la storia del Novecento dimostra che il
paese è stato capace di trasformazioni economiche eccezionalmente rapide. La
seconda è l'idea che la crescita sia un processo automatico e irreversibile. I
secoli di stagnazione precedenti all'industrializzazione e il rallentamento
recente mostrano esattamente il contrario.
La vicenda
italiana può essere letta come una grande parabola della crescita moderna. Per
secoli il reddito individuale cambia pochissimo; poi, con industrializzazione e
aumento della produttività, la curva si impenna. Nel secondo dopoguerra
l'Italia sfrutta questo processo con particolare intensità, recuperando
rapidamente terreno e raggiungendo il gruppo delle economie avanzate. Quando
però la capacità di convergere si esaurisce, emerge una questione più
difficile: non basta più adottare tecnologie e modelli produttivi già
sperimentati altrove, ma occorre spostare continuamente in avanti la frontiera
della produttività.
In questa
prospettiva, il dato forse più eloquente dell'intera serie non è quello del
1451, né quello del boom economico. È il confronto tra 2007 e 2022: 36.311
contro 36.224 dollari per abitante. Quindici anni durante i quali, al netto
delle oscillazioni, il reddito reale pro capite italiano non ha sostanzialmente
fatto progressi.
Dopo secoli di
immobilità e un Novecento caratterizzato da una delle più profonde
trasformazioni economiche della sua storia, l'Italia sembra quindi essere
entrata in una terza fase: non più quella della povertà preindustriale, né
quella della rincorsa, ma quella della difficile ricerca di un nuovo motore di
crescita. Ed è probabilmente proprio questa la domanda che la lunga serie
storica lascia aperta: non se l'Italia sia ancora un paese ricco, ma se sia
nuovamente capace di diventare più ricca.
Fonte: Maddison
Historical Data
Link: https://www.rug.nl/ggdc/historicaldevelopment/maddison/?lang=en
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