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Nel
1913 l’Argentina era più ricca di Italia e Giappone; nel 2022 viene ampiamente
superata.
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Nel
1950 l’Italia produceva oltre cinque volte la Corea del Sud; nel 2013 arriva il
sorpasso.
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Il
declino relativo nasce quando un paese continua a crescere, ma sistematicamente
meno dei concorrenti.
La
storia economica mondiale non è fatta soltanto di paesi poveri che diventano
ricchi. Esiste anche il percorso inverso: economie che in una determinata fase
storica occupavano posizioni privilegiate e che, nel corso delle generazioni
successive, hanno visto dissolversi gran parte del proprio vantaggio. Quasi mai
si tratta di un ritorno letterale alla povertà del passato. Più frequentemente
il declino è relativo: il paese continua a produrre più reddito per abitante,
ma cresce così lentamente, o attraversa crisi così profonde, da essere superato
da economie che inizialmente erano molto più indietro.
I
dati storici del Maddison Project Database 2023 consentono di osservare alcune
di queste inversioni attraverso il PIL reale pro capite, espresso in dollari
internazionali del 2011. Il caso probabilmente più famoso è quello
dell’Argentina. Nel 1913 il paese aveva un PIL pro capite di circa 6.052
dollari. L’Italia era a 4.057 e il Giappone ad appena 2.431. In altri termini,
l’Argentina produceva per abitante circa il 49% in più dell’Italia e quasi due
volte e mezzo il livello giapponese.
Centonove
anni dopo la gerarchia è completamente rovesciata. Nel 2022 il PIL pro capite
argentino è pari a 18.292 dollari, mentre l’Italia raggiunge 36.224 e il
Giappone 38.269. Il reddito argentino è dunque diventato circa tre volte quello
del 1913, ma quello italiano è quasi nove volte il proprio livello iniziale e
quello giapponese quasi sedici volte. L’Argentina non è diventata più povera
rispetto al 1913: sono soprattutto gli altri ad essere diventati molto più
ricchi.
La
dinamica argentina mostra perché il concetto di declino economico debba essere
utilizzato con attenzione. Nel 1950 il paese raggiungeva già 7.949 dollari pro
capite. Nel 1970 era salito a 11.639 e nel 1980 a 13.080. Poi arrivano le
grandi interruzioni. Nel 1990 il PIL pro capite è sceso a 10.254 dollari, oltre
il 21% sotto il livello di dieci anni prima. Recupera successivamente fino a
14.369 dollari nel 2000, ma nel 2002 precipita nuovamente a circa 12.095.
Un’altra accelerazione porta il paese a 19.424 dollari nel 2015, ma nel 2022 il
livello è ancora soltanto 18.292.
Il
problema non è quindi l’assenza di periodi di crescita. È l’incapacità di
trasformarli in un processo cumulativo sufficientemente stabile. Ogni grande
crisi abbassa la base dalla quale deve ripartire la crescita successiva. Nel
frattempo le economie concorrenti continuano ad avanzare.
L’Italia
offre una versione meno estrema, ma molto interessante, dello stesso
meccanismo. Non è un paese diventato povero: nel lunghissimo periodo è
diventato enormemente più ricco. Eppure negli ultimi decenni ha subito una
rilevante perdita di posizione relativa.
Nel
1990 il PIL pro capite italiano era pari a 26.003 dollari, leggermente
superiore ai 25.391 della Germania nella serie Maddison. Nel 2000 i due paesi
erano ancora quasi perfettamente allineati: 32.717 dollari in Italia contro
33.367 in Germania. La distanza era appena 650 dollari per abitante.
Nel
2022 la situazione è molto diversa. La Germania raggiunge 46.648 dollari e
l’Italia 36.224. Il divario supera 10.400 dollari per abitante.
Ancora
più spettacolare è il confronto italiano con la Corea del Sud. Nel 1950 il PIL
pro capite italiano era 5.582 dollari, quello sudcoreano appena 998. Nel 1960
il rapporto era 9.430 contro 1.548. Nel 1970, 15.492 contro 2.975. Ancora nel
2000 l’Italia conservava quasi 9.600 dollari di vantaggio: 32.717 contro
23.108.
Poi
la distanza si chiude rapidamente. Nel 2010 siamo a 34.766 dollari per l’Italia
e 31.538 per la Corea. Nel 2013 arriva il sorpasso: 33.712 dollari in Corea del
Sud contro 33.317 in Italia. Nel 2022 Seul raggiunge 41.321 dollari, oltre
5.000 più dell’Italia.
Anche
in questo caso parlare semplicemente di impoverimento italiano sarebbe
sbagliato. Il vero fenomeno è la perdita di posizione relativa determinata
dalla differenza nelle velocità di crescita.
Un’altra
grande inversione riguarda il rapporto tra alcune economie europee e gli Stati
Uniti. Nel lungo Ottocento l’Europa occidentale era ancora uno dei grandi
centri economici mondiali, ma il vantaggio americano si consolida
progressivamente. Il secondo dopoguerra vede poi una straordinaria rincorsa
europea. Nel 2000 Francia, Germania e Italia registravano rispettivamente circa
33.410, 33.367 e 32.717 dollari pro capite, mentre gli Stati Uniti erano a
45.886.
Nel
2022 gli USA raggiungono 58.487 dollari. La Germania arriva a 46.648, la
Francia a 39.066 e l’Italia a 36.224. L’aspetto interessante non è soltanto che
gli Stati Uniti siano più ricchi: è che alcune economie europee che avevano
recuperato rapidamente terreno nella seconda metà del Novecento hanno
successivamente smesso di convergere alla stessa velocità.
Il
Giappone offre una terza forma di inversione. In questo caso non osserviamo
tanto il passaggio da paese ricco a paese povero, quanto quello da grande
inseguitore destinato apparentemente a raggiungere la frontiera a economia
avanzata caratterizzata da una lunga frenata.
Nel
1950 il PIL pro capite giapponese era appena 3.062 dollari. Nel 1970 era già
15.484, nel 1980 21.404 e nel 1990 29.949. In quarant’anni il reddito reale per
abitante era aumentato quasi dieci volte.
Da
quel momento la curva cambia. Nel 2000 il Giappone raggiunge 33.211 dollari,
nel 2010 35.011 e nel 2022 38.269. Tra 1990 e 2022 l’aumento è quindi soltanto
del 28% circa. La differenza rispetto alla Corea del Sud è impressionante: nel
1990 il Giappone aveva 29.949 dollari contro 13.874 della Corea, più del
doppio. Nel 2022 la Corea raggiunge 41.321 dollari e supera i 38.269
giapponesi.
In
appena 32 anni una distanza superiore a 16.000 dollari per abitante viene
completamente cancellata e cambia segno.
È
proprio questo tipo di confronto a mostrare che le grandi inversioni economiche
raramente avvengono in un singolo momento. Non esiste necessariamente un anno
nel quale un paese “diventa povero”. Il processo è molto più lento e meno
visibile: un’economia cresce dell’1%, un’altra del 3%; la differenza appare
modesta nel breve periodo, ma dopo venti, quaranta o sessant’anni modifica
completamente la gerarchia.
L’Argentina
è forse l’esempio più radicale perché partiva da una posizione eccezionalmente
favorevole. L’Italia mostra invece come una grande convergenza possa
arrestarsi. Il Giappone dimostra che persino uno dei miracoli economici più
impressionanti del Novecento può entrare in una fase di crescita molto lenta.
Dall’altra parte della classifica troviamo economie come Corea del Sud, Taiwan
e Singapore, che hanno sfruttato decenni di crescita elevata per compiere il
percorso opposto.
Taiwan
passa da 1.728 dollari pro capite nel 1922 a 53.143 nel 2022, moltiplicando il
reddito per circa 30,8 volte. Singapore passa da 2.884 a 80.320, circa 27,9
volte. La Corea del Sud sale da 1.493 a 41.321, circa 27,7 volte. Sono proprio
questi paesi a dimostrare che ogni declino relativo ha una controparte: se
qualcuno scende nella gerarchia, qualcun altro la sta scalando.
Il
punto fondamentale è che ricchezza e posizione relativa sono due concetti
differenti. Un paese può diventare contemporaneamente più ricco rispetto al
proprio passato e più povero rispetto agli altri. È esattamente ciò che è
successo all’Argentina rispetto a Italia e Giappone. Ed è, in forma meno
estrema, ciò che è accaduto all’Italia rispetto alla Germania e alla Corea del
Sud negli ultimi decenni.
La
vera domanda non è quindi quali paesi siano letteralmente passati dalla
ricchezza alla povertà. Nei dati moderni i casi di regressione permanente del
reddito reale per abitante sono meno comuni di quanto suggerisca questa
formula. La domanda più interessante è quali economie abbiano perso il
vantaggio che possedevano.
Da
questa prospettiva, la storia economica appare come una successione continua di
sorpassi. Nel 1913 l’Argentina era davanti all’Italia e al Giappone; oggi è
molto indietro. Nel 1950 l’Italia aveva un PIL pro capite oltre cinque volte
quello sudcoreano; oggi è la Corea a essere davanti. Nel 1990 il Giappone
produceva per abitante più del doppio della Corea del Sud; nel 2022 è stato
superato. Nel 2000 Italia e Germania erano quasi alla pari; ventidue anni dopo
sono separate da oltre 10.000 dollari.
Le
grandi inversioni della storia economica insegnano quindi che nessuna posizione
è acquisita definitivamente. La prosperità accumulata nel passato offre un
vantaggio, ma non garantisce quella futura. Se la produttività rallenta, gli
investimenti diminuiscono o le crisi cancellano ripetutamente una parte della
crescita, economie inizialmente più arretrate possono recuperare distanze che
sembravano impossibili da colmare.
Il
vero declino economico comincia spesso molto prima che diventi evidente nelle
classifiche. Comincia quando un paese continua a crescere, ma sistematicamente
meno degli altri. Per alcuni anni la differenza sembra irrilevante. Dopo una
generazione può diventare un sorpasso. Dopo due generazioni può avere riscritto
completamente la geografia mondiale della ricchezza.
I
valori utilizzati nel testo seguono le serie del Maddison Project Database 2023
già impiegate nell’articolo precedente.
Per
rendere il confronto metodologicamente omogeneo, il grafico parte dal 1950 e
mostra i quattro paesi sulla stessa scala. In questo modo si vedono
contemporaneamente la perdita relativa dell’Argentina, la grande crescita
italiana seguita dalla frenata, il miracolo giapponese e l’eccezionale rincorsa
sudcoreana.
Fonte. Maddison Project Database
Link: https://www.rug.nl/ggdc/historicaldevelopment/maddison/?lang=en
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