- Cambiare
regime non produce crescita immediata: gli effetti economici dipendono da
istituzioni, eredità e trasformazioni successive.
- Spagna
e Corea crescevano già prima della democratizzazione, dimostrando che
politica ed economia seguono tempi differenti.
- Polonia
e Russia mostrano come transizioni simili possano iniziare traumaticamente
e produrre risultati molto differenti.
Cambiare
regime politico è uno degli eventi più profondi che possano interessare un
paese. Una dittatura diventa democrazia, un’economia pianificata passa al
mercato, cambiano le regole della proprietà, le istituzioni e spesso l’intero
rapporto tra Stato, imprese e cittadini. È quindi naturale aspettarsi che una
trasformazione politica produca rapidamente una trasformazione economica. La
storia, tuttavia, racconta qualcosa di molto più complesso. Osservando il PIL
reale pro capite prima e dopo alcune delle maggiori transizioni politiche degli
ultimi cinquant’anni, emerge che cambiare regime non equivale a premere un
interruttore della crescita. In alcuni casi l’economia stava già
accelerando prima della trasformazione politica; in altri il cambiamento
coincide inizialmente con una recessione; in altri ancora occorrono dieci o
vent’anni perché i benefici di nuove istituzioni diventino visibili. La domanda
interessante non è quindi soltanto se un nuovo regime sia associato a maggiore
crescita, ma quando, attraverso quali meccanismi e dopo quanto
tempo l’economia reagisca.
La
Spagna rappresenta un primo caso particolarmente istruttivo. Nel 1955,
vent’anni prima della morte di Francisco Franco, il PIL reale pro capite era di
circa 4.437 dollari internazionali del 2011. Nel 1975 era già salito a 12.613
dollari. La grande trasformazione economica spagnola era quindi iniziata
molto prima della democratizzazione. Il passaggio politico successivo alla
morte di Franco non crea dal nulla la crescita: interviene su un’economia già
profondamente trasformata dall’industrializzazione, dall’apertura
internazionale e dall’aumento della produttività. Dieci anni dopo, nel 1985, il
PIL pro capite raggiunge circa 14.697 dollari; vent’anni dopo, nel 1995,
arriva a circa 21.522. La democrazia coincide dunque con la prosecuzione
della modernizzazione, ma attribuire alla sola transizione politica tutta la
crescita successiva significherebbe ignorare ciò che era accaduto nei vent’anni
precedenti.
Il
Portogallo presenta una sequenza simile. La Rivoluzione dei Garofani del 1974
pose fine all’Estado Novo e aprì la strada alla democratizzazione. Nel 1954 il
PIL reale pro capite portoghese era appena 3.814 dollari; nel 1974
raggiungeva già 11.234 dollari. Anche qui la crescita precede nettamente
la trasformazione politica. Nel 1984 il valore arriva a circa 12.894 dollari
e nel 1994 a 18.819. Il confronto è significativo perché mostra anche
che l’effetto economico successivo alla transizione non è necessariamente
immediato. Il primo decennio produce un aumento relativamente contenuto
rispetto alla spettacolare espansione precedente; il progresso diventa molto
più evidente su un orizzonte ventennale.
La
Corea del Sud offre una variante ancora più spettacolare. Nel 1977, dieci anni
prima della grande svolta democratica del 1987, il PIL reale pro capite era
circa 5.368 dollari. Nel 1987 aveva già raggiunto 10.865 dollari,
praticamente raddoppiando in un decennio. La democratizzazione avviene quindi
quando il miracolo economico coreano è già pienamente in corso. Ma,
diversamente da una lettura secondo cui il precedente autoritarismo sarebbe
stato indispensabile alla crescita, l’espansione continua anche dopo il
cambiamento politico: nel 1997 il PIL pro capite raggiunge circa 21.056
dollari e nel 2007 arriva a 29.717. In vent’anni dal passaggio
democratico il livello reale per abitante aumenta quindi di quasi tre volte.
Spagna,
Portogallo e Corea mostrano un primo modello: la crescita precede il
cambiamento politico e continua dopo di esso. Il nuovo regime non
rappresenta necessariamente l’origine della trasformazione economica, ma può
accompagnarne una nuova fase. Questo rende estremamente difficile stabilire
causalità osservando soltanto un valore prima e uno dopo la transizione.
L’Europa
orientale dopo il 1989 mostra invece una storia completamente diversa. Qui non
cambia soltanto il regime politico. Cambia contemporaneamente il sistema
economico: proprietà pubblica, pianificazione centrale e prezzi amministrati
vengono progressivamente sostituiti da proprietà privata, mercati,
liberalizzazione dei prezzi e apertura internazionale. La portata dello shock è
quindi incomparabilmente maggiore.
I
documenti già sviluppati descrivono il collasso post-sovietico come una
transizione realizzata, in molti casi, senza istituzioni di mercato
consolidate, sistemi finanziari sviluppati o un quadro giuridico adeguato.
Liberalizzazione, privatizzazioni e dissoluzione delle precedenti reti
produttive furono accompagnate da inflazione e forti cadute della produzione.
Le Economie che Cambiano
La
Polonia mostra quanto possa essere ingannevole giudicare una transizione
soltanto dai primi anni. Nel 1980 il PIL reale pro capite era circa 9.149
dollari. Nel 1990, utilizzato qui come anno-soglia della trasformazione
post-socialista, era sceso a circa 8.150. Nel 1991 diminuì ulteriormente
a circa 7.626 dollari. Guardando soltanto questa fotografia, la
transizione sembrerebbe economicamente negativa. Ma nel 2000 il PIL pro capite
polacco raggiunge 12.732 dollari e nel 2010 supera 20.609. Nel
2022 arriverà a circa 32.468 dollari. La caduta iniziale non anticipava
quindi il risultato di lungo periodo.
La
Russia rende ancora più evidente il problema. Nel 1990 il PIL reale pro capite
era circa 12.400 dollari. Nel 1995 era precipitato a circa 8.586,
una riduzione di oltre il 30%. Ancora nel 2000, con circa 10.553 dollari,
rimaneva sotto il livello del 1990. Soltanto successivamente la ripresa diventa
più consistente: nel 2010 raggiunge circa 21.737 dollari e nel 2022
circa 25.437.
Polonia
e Russia partono dalla stessa grande frattura storica, ma le loro traiettorie
successive divergono. Nei materiali precedenti emerge che Polonia, Repubblica
Ceca, Slovacchia ed Estonia riuscirono a combinare stabilizzazione
macroeconomica, ricostruzione istituzionale, investimenti esteri e progressiva
integrazione nell’Unione Europea, mentre Russia, Ucraina e altre economie ex
sovietiche affrontarono una ricostruzione istituzionale più lenta e una
maggiore dipendenza dalle materie prime. Le Economie che Cambiano
È
proprio questa divergenza a contenere una delle lezioni principali. Cambiare
regime non significa automaticamente possedere le istituzioni necessarie
affinché il nuovo sistema funzioni. Privatizzare un’impresa è relativamente
rapido; costruire un sistema giudiziario affidabile, una burocrazia efficiente,
mercati finanziari funzionanti e autorità regolatorie credibili richiede molto
più tempo. Lo stesso documento sottolinea che introdurre il mercato non
garantisce automaticamente la crescita: diritti di proprietà, sistemi
giudiziari e politiche macroeconomiche credibili costituiscono infrastrutture
istituzionali fondamentali. Le Economie che Cambiano
Il
confronto tra questi cinque casi permette quindi di individuare almeno tre
dinamiche. La prima è quella di Spagna, Portogallo e Corea del Sud: la
trasformazione economica precede in misura considerevole quella politica. La
seconda è quella polacca: il cambiamento istituzionale coincide inizialmente
con una contrazione, ma viene seguito da una forte crescita. La terza è quella
russa: lo shock iniziale è molto profondo e il recupero del livello precedente
richiede un periodo più lungo.
Il
punto metodologico è fondamentale. Un semplice confronto “prima contro dopo”
rischia di attribuire al cambiamento politico fenomeni che erano già in corso
oppure di interpretare come fallimento permanente una recessione transitoria.
Per questo è molto più informativo osservare finestre di dieci o vent’anni.
I
dati Maddison utilizzati nell’analisi rendono evidente la differenza. In Spagna
il PIL pro capite passa da 12.613 dollari nel 1975 a 21.522 nel 1995,
circa il 71% in più. In Portogallo passa da 11.234 nel 1974 a 18.819 nel
1994, circa il 68% in più. La Corea del Sud passa da 10.865 nel 1987 a
29.717 nel 2007, un aumento di circa il 174%. La Polonia, prendendo il 1990
come riferimento, passa da 8.150 a 20.609 dollari nel 2010, circa il
153% in più. La Russia passa invece da 12.400 nel 1990 a 21.737 nel 2010,
circa il 75% in più, ma attraversando nel mezzo una contrazione molto più
profonda.
La
stessa variazione ventennale può quindi nascondere storie completamente
differenti. Un paese può crescere quasi senza interruzioni; un altro può prima
collassare e successivamente recuperare. Il valore finale non racconta da solo
il percorso.
La
risposta alla domanda iniziale — cosa accade realmente alla crescita quando
un paese cambia sistema politico? — è quindi meno semplice di quanto
suggerisca l’idea di una svolta istituzionale. Non esiste un effetto
economico unico della transizione politica. Il risultato dipende dal punto
di partenza, dalle istituzioni preesistenti, dalla natura del cambiamento,
dalla stabilità macroeconomica, dall’integrazione internazionale e dalla
capacità del nuovo sistema di creare regole credibili.
La
storia suggerisce soprattutto che politica ed economia funzionano con tempi
differenti. Un governo può cambiare in pochi giorni; una costituzione può
essere approvata in pochi mesi; un sistema di mercato può essere liberalizzato
rapidamente. Costruire capitale umano, amministrazioni efficienti, fiducia,
infrastrutture e capacità produttiva richiede invece anni o decenni.
Per
questo le grandi transizioni devono essere giudicate su orizzonti lunghi. La
Spagna del 1975 non nasce economicamente nel 1975. La Corea democratica eredita
decenni di industrializzazione. La Polonia del 1990 attraversa prima una fase
dolorosa di aggiustamento e poi accelera. La Russia dimostra quanto lunga possa
essere la ricostruzione dopo il collasso di un intero sistema economico.
Il
risultato più importante è quindi forse il più semplice: un cambio di regime
modifica le regole, ma non cancella la storia economica precedente. La
crescita dopo una transizione dipende tanto dalle nuove istituzioni quanto dal
capitale, dalle competenze e dalle strutture produttive ereditate. Le
transizioni politiche possono aprire opportunità straordinarie, ma il loro
risultato economico non è immediato né predeterminato. È il modo in cui le
nuove regole vengono trasformate in istituzioni funzionanti, investimenti e
produttività a determinare ciò che accade nei dieci o vent’anni successivi.
Figura
1. Il PIL prima e
dopo cinque grandi transizioni
Il
grafico statico confronta 10 anni prima, anno-soglia, 10 anni dopo e 20 anni
dopo. La differenza più importante è immediatamente visibile: Corea del
Sud, Spagna e Portogallo arrivano alla transizione dopo una forte crescita
precedente; Polonia e soprattutto Russia mostrano invece quanto una
trasformazione sistemica possa essere inizialmente accompagnata da contrazione
e soltanto successivamente da recupero.
Nota
metodologica: per
Spagna, Portogallo e Corea del Sud sono utilizzati rispettivamente 1975, 1974 e
1987 come anni di riferimento. Per Polonia e Russia il 1990 è utilizzato
come anno-soglia convenzionale della transizione post-socialista; la
trasformazione politica ed economica si sviluppò naturalmente su più anni. I
valori del grafico sono estratti dal Maddison Project Database 2023, foglio
GDPpc, e arrotondati al dollaro internazionale 2011 più vicino.
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