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Nord-Est stabile o in miglioramento, grazie a
politiche ambientali più efficaci e continuità negli interventi
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Centro e Sud mostrano cali marcati, con forti
disuguaglianze territoriali nella qualità dell’aria
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Sardegna e Marche registrano i peggioramenti più
rilevanti, segnalando criticità strutturali persistenti
I dati sulla qualità dell’aria relativi al PM2.5
nel periodo 2010–2022 mostrano un quadro complesso e fortemente differenziato a
livello territoriale, evidenziando come i progressi o i peggioramenti non siano
stati omogenei tra le diverse regioni italiane. Nel complesso emerge una
tendenza generale alla riduzione delle performance positive nel tempo, con
poche eccezioni localizzate soprattutto nel Nord-Est, mentre molte regioni del
Centro e del Mezzogiorno registrano cali significativi, talvolta molto marcati.
Le regioni settentrionali storicamente più industrializzate e urbanizzate
presentano andamenti differenti tra loro: la Lombardia, ad esempio, mantiene
valori molto elevati e stabili lungo l’intero arco temporale, oscillando quasi
sempre intorno al 100 e chiudendo il periodo con una variazione negativa
contenuta, pari a circa il 3 per cento. Questo dato suggerisce una forte
capacità di controllo e gestione del fenomeno, probabilmente legata a politiche
ambientali strutturate, a sistemi di monitoraggio consolidati e a interventi
continui sul traffico, sul riscaldamento domestico e sulle emissioni industriali.
Anche il Veneto mostra un andamento complessivamente positivo, con valori
elevati e una variazione finale addirittura positiva, che indica un
miglioramento rispetto al 2010, segnale di un rafforzamento delle politiche di
qualità dell’aria e di una maggiore efficacia degli interventi nel tempo. Il
Trentino-Alto Adige rappresenta un altro caso virtuoso, con una crescita
costante che porta la regione a raggiungere il valore massimo nel 2021 e 2022,
evidenziando un netto miglioramento sia in termini assoluti sia percentuali.
Diversa è la situazione di Piemonte ed Emilia-Romagna, che pur partendo da
valori molto alti mostrano un lento ma costante deterioramento, con flessioni
più evidenti a partire dal 2019, probabilmente influenzate da fattori strutturali
legati alla conformazione geografica della Pianura Padana, alla densità
abitativa e alla difficoltà di dispersione degli inquinanti, nonostante gli
sforzi normativi. La Liguria presenta uno dei cali più marcati del Nord,
passando da valori elevati a una forte riduzione nel periodo finale, con una
perdita superiore al 30 per cento, dato che potrebbe riflettere criticità
specifiche legate alla concentrazione urbana lungo la costa, alla mobilità e
alla morfologia del territorio che limita il ricambio d’aria. Nel Centro Italia
la situazione appare complessivamente più critica. Toscana, Umbria, Marche e
Lazio mostrano tutte una tendenza al peggioramento, con riduzioni significative
sia in termini assoluti sia percentuali. La Toscana evidenzia un calo progressivo
e continuo, senza fasi di recupero rilevanti, che porta a una perdita di oltre
il 15 per cento rispetto al 2010, suggerendo difficoltà strutturali nel
contenimento delle polveri sottili, forse legate alla diffusione del
riscaldamento a biomassa, alla mobilità privata e alla presenza di aree urbane
medio-grandi. L’Umbria e le Marche mostrano andamenti particolarmente
discontinui, con oscillazioni ampie e un peggioramento netto nel lungo periodo,
soprattutto per le Marche che registrano una delle variazioni negative più
elevate dell’intera tabella. Questo andamento irregolare può indicare una forte
sensibilità a fattori congiunturali, come specifiche annate meteorologiche o
variazioni nella copertura del monitoraggio, ma anche una minore stabilità
delle politiche di prevenzione. Il Lazio, pur partendo da valori relativamente
alti, mostra una progressiva erosione delle performance, soprattutto negli
ultimi anni, probabilmente influenzata dal peso dell’area metropolitana di
Roma, dove traffico, densità abitativa e riscaldamento domestico costituiscono
fattori critici persistenti. Nel Mezzogiorno e nelle Isole il quadro è ancora
più problematico e disomogeneo. Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria,
Sicilia e Sardegna presentano in molti casi forti cali, con alcune eccezioni
temporanee ma senza una tendenza strutturale al miglioramento. L’Abruzzo mostra
una riduzione significativa dopo il 2016, pur mantenendo valori non
estremamente bassi, mentre il Molise evidenzia una variabilità estrema, con
passaggi improvvisi da valori molto elevati a valori molto bassi, segnale di
una situazione instabile e probabilmente influenzata da un numero limitato di
stazioni di rilevamento o da interventi non continuativi. La Campania, dopo
anni di valori massimi, registra un calo evidente a partire dal 2017, con una
parziale ripresa finale che però non consente di recuperare completamente i
livelli iniziali; questo andamento potrebbe riflettere una combinazione di
fattori strutturali, come l’elevata urbanizzazione, e di politiche ambientali
non sempre efficaci o uniformemente applicate sul territorio. La Puglia segue
una traiettoria simile, con un progressivo deterioramento che si accentua negli
ultimi anni, mentre la Calabria e la Sicilia mostrano andamenti fortemente
altalenanti ma complessivamente negativi, con riduzioni percentuali molto
rilevanti che indicano un peggioramento della qualità dell’aria nel lungo
periodo. Il caso più critico è quello della Sardegna, che registra il calo
percentuale più elevato dell’intero campione, passando da valori medio-alti a
livelli molto bassi nel 2021 e 2022, segnale di un peggioramento strutturale
che potrebbe essere legato a cambiamenti nel sistema di monitoraggio, a
criticità locali legate alla produzione energetica o a un aumento relativo
delle fonti emissive rispetto alla capacità di controllo. Fa eccezione la
Basilicata, che pur partendo da valori estremamente bassi nel 2010 mostra una
crescita percentuale molto elevata; tuttavia questo miglioramento va
interpretato con cautela, poiché il valore assoluto finale rimane modesto e
l’aumento percentuale è fortemente influenzato dalla base iniziale molto
ridotta. Nel complesso, l’analisi dei dati suggerisce che la qualità dell’aria
in relazione al PM2.5 in Italia non segue una traiettoria univoca di
miglioramento, ma risente fortemente delle caratteristiche territoriali, della
continuità delle politiche ambientali e della capacità amministrativa delle
singole regioni. Le regioni del Nord-Est e alcune aree alpine mostrano una
maggiore resilienza e capacità di miglioramento, mentre il Centro e soprattutto
il Sud evidenziano criticità persistenti e, in molti casi, un peggioramento nel
lungo periodo. Questo quadro sottolinea la necessità di politiche più mirate e
differenziate, capaci di tenere conto delle specificità locali, rafforzando al
contempo il coordinamento nazionale per garantire standard minimi di qualità
dell’aria e ridurre le disuguaglianze territoriali che emergono con chiarezza
da questa serie storica.
Fonte: ISTAT
Link: www.istat.it
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