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Nel periodo 2011-2023 la durata dei periodi di
caldo aumenta ovunque con forte accelerazione recente
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Nord e regioni alpine mostrano incrementi
inattesi confermando l’estensione del riscaldamento climatico italiano
contemporaneo strutturale
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Sud e isole registrano gli aumenti percentuali
più elevati evidenziando crescente vulnerabilità territoriale climatica diffusa
I dati sull’indice di durata dei periodi di caldo
dal 2011 al 2023 mostrano un quadro molto articolato ma allo stesso tempo
coerente con l’intensificarsi degli estremi climatici in Italia, mettendo in
evidenza differenze territoriali significative e una tendenza generale
all’aumento soprattutto negli anni più recenti, con il 2022 e il 2023 che
emergono come anni di svolta per molte regioni; osservando il Piemonte si nota
una forte variabilità interannuale con valori elevati già nel 2011 e nel 2015,
seguiti da una fase più contenuta fino al balzo netto del 2022 e soprattutto
del 2023, che porta la variazione assoluta a 18 e quella percentuale oltre il
50%, segnalando un’accelerazione recente del fenomeno; dinamica simile ma
ancora più marcata si osserva in Valle d'Aosta, dove dopo anni di oscillazioni
anche importanti il valore del 2023 raggiunge 58, con una crescita percentuale
superiore al 60%, dato particolarmente rilevante se si considera la
tradizionale minor esposizione delle aree alpine ai periodi di caldo
prolungato; la Liguria presenta un andamento meno regolare, con un minimo
relativo nei primi anni del decennio e un picco eccezionale nel 2022, seguito
da una lieve riduzione nel 2023 che comunque mantiene l’indice su livelli molto
alti rispetto al passato, determinando una variazione percentuale complessiva
prossima al 60%, a conferma del ruolo del contesto costiero e dell’umidità nel
prolungare la percezione e la durata del caldo; la Lombardia evidenzia una
crescita più moderata in termini percentuali ma comunque significativa, con il
crollo del 2021 che appare come un’anomalia seguita da un rimbalzo molto forte
nel biennio successivo, suggerendo una crescente instabilità climatica
piuttosto che una progressione lineare; nel Trentino-Alto Adige il dato
colpisce per l’eccezionale incremento del 2023 che porta l’indice a 61, con una
variazione percentuale superiore al 70%, confermando che anche i territori
montani stanno sperimentando un allungamento significativo dei periodi di
caldo, con potenziali ricadute sugli ecosistemi e sulle risorse idriche; il
Veneto mostra invece una crescita complessivamente più contenuta, con una
variazione percentuale inferiore al 10%, ma questa apparente stabilità nasconde
forti oscillazioni interne, come il valore nullo del 2021 e il rapido recupero
negli anni successivi, che indicano una crescente imprevedibilità; il
Friuli-Venezia Giulia è uno dei pochi casi con variazione percentuale negativa,
dato che il valore del 2023 risulta leggermente inferiore rispetto al 2011, ma
anche qui la lettura deve essere prudente perché la serie mostra picchi molto
alti come nel 2018 e una forte sensibilità alle singole annate;
l’Emilia-Romagna presenta una traiettoria più chiaramente crescente, con un
aumento del 31% circa e un 2023 che consolida livelli di caldo prolungato
superiori alla media del periodo, in linea con le criticità già emerse sul fronte
della siccità; in Toscana l’indice cresce in modo marcato soprattutto negli
ultimi due anni, con il 2022 che rappresenta un massimo assoluto e il 2023 che,
pur leggermente inferiore, conferma una tendenza strutturale all’aumento, pari
a oltre il 27% rispetto al 2011; l’Umbria mostra un caso particolare, con una
variazione finale modesta ma una volatilità elevatissima culminata nel valore
eccezionale del 2022, che suggerisce un territorio sempre più esposto a eventi
estremi concentrati; le Marche segnano una riduzione complessiva dell’indice
rispetto al 2011, ma anche qui il dato medio nasconde un picco molto alto nel
2022 che rompe la continuità storica e indica come anche regioni apparentemente
meno colpite possano sperimentare anni di caldo intenso e prolungato; il Lazio
evidenzia una crescita superiore al 30%, con valori particolarmente elevati nel
2022 e nel 2023 che riflettono la combinazione tra fattori climatici e
urbanizzazione, soprattutto nelle aree metropolitane; in Abruzzo la variazione
percentuale supera il 120%, uno degli aumenti più rilevanti dell’intero
dataset, dovuto in larga parte ai valori molto bassi del 2011 e all’impennata
degli ultimi anni, che segnala un cambiamento strutturale nel regime termico
regionale; il Molise segue una traiettoria simile, con una crescita prossima
all’88% e un 2022 particolarmente critico, indicando come anche regioni di
dimensioni ridotte stiano vivendo un’intensificazione dei periodi di caldo; la
Campania mostra un incremento superiore al 100%, con il 2023 che registra il
valore massimo della serie, evidenziando una crescente persistenza del caldo
che si somma a condizioni di elevata densità abitativa; la Puglia presenta uno
degli aumenti percentuali più alti, oltre il 140%, con un trend quasi
costantemente crescente che culmina nei valori elevati del 2022 e 2023,
confermando la vulnerabilità delle regioni meridionali ai cambiamenti
climatici; la Basilicata registra anch’essa un aumento superiore al 130%, con
oscillazioni ma una chiara accelerazione finale che sottolinea l’estensione
geografica del fenomeno; la Calabria è uno dei casi più eclatanti, con una
variazione percentuale superiore al 370%, dovuta a valori iniziali molto bassi
e a un’impennata improvvisa dal 2021 in poi, che segnala un cambiamento drastico
nella durata dei periodi di caldo; la Sicilia parte da un valore nullo nel 2011
e raggiunge 37 nel 2023, rendendo impossibile il calcolo di una variazione
percentuale ma evidenziando comunque un aumento netto e continuo negli ultimi
anni, coerente con il ruolo dell’isola come hotspot climatico del Mediterraneo;
infine la Sardegna mostra l’incremento percentuale più elevato, oltre il 430%,
con una crescita che diventa particolarmente accentuata dopo il 2017 e culmina
nel 2022, per poi mantenersi su livelli molto alti nel 2023, indicando una
trasformazione profonda del regime climatico regionale; nel complesso questi
dati suggeriscono che, al di là delle differenze locali, l’Italia sta
sperimentando un allungamento significativo e diffuso dei periodi di caldo, con
una forte accelerazione nell’ultimo triennio che rafforza l’interpretazione di
un cambiamento climatico ormai strutturale e non più riconducibile a semplici
anomalie temporanee.
I dati sull’indice di durata dei periodi di caldo
dal 2011 al 2023, aggregati per grandi ripartizioni territoriali, restituiscono
un quadro chiaro di crescente persistenza del caldo in tutto il Paese, con
differenze marcate tra aree ma anche con una forte convergenza negli anni più
recenti. Considerando il dato complessivo dell’Italia, emerge una traiettoria
caratterizzata da una fase iniziale relativamente stabile o oscillante, seguita
da una netta accelerazione a partire dal 2021 e soprattutto nel biennio
2022-2023, quando l’indice raggiunge i valori più elevati dell’intera serie
storica. Questo andamento suggerisce un cambiamento strutturale nella durata
degli episodi di caldo, più che una semplice successione di annate anomale. Nel
Nord il valore iniziale del 2011 è già elevato, pari a 35, a testimonianza di
una storica esposizione a periodi caldi prolungati anche nelle aree
settentrionali. Dopo un calo significativo tra il 2012 e il 2014, si osserva
una nuova risalita nel 2015 e una successiva fase di oscillazione fino al
minimo del 2021, quando l’indice scende a 3. Questo dato rappresenta
un’anomalia evidente, immediatamente seguita da un rimbalzo molto forte nel
2022 e da un ulteriore incremento nel 2023, che porta il Nord al valore massimo
di 48. Il Nord-ovest e il Nord-est mostrano dinamiche simili, con il Nord-ovest
che nel 2023 raggiunge addirittura 52, il valore più alto dell’intero dataset,
e il Nord-est che arriva a 45, confermando una crescente persistenza del caldo
anche in territori tradizionalmente più temperati. Il Centro Italia presenta un
andamento particolarmente interessante, perché accanto a oscillazioni frequenti
mostra un picco eccezionale nel 2022, con un valore di 55 che supera nettamente
tutte le altre aree nello stesso anno. Questo dato segnala come il Centro possa
essere particolarmente vulnerabile a singole annate estreme, probabilmente per
la combinazione di fattori climatici e geografici. Nel 2023 l’indice scende a
39, ma rimane comunque su livelli molto più alti rispetto alla media del
decennio precedente. Il Mezzogiorno, il Sud e le Isole partono da valori
decisamente più bassi nel 2011, soprattutto le Isole che registrano un valore
nullo. Tuttavia, proprio queste aree mostrano nel lungo periodo una crescita
più evidente. Il Mezzogiorno passa da 12 a 37, il Sud da 17 a 38 e le Isole da
0 a 34. In particolare, dal 2021 in poi si osserva un salto netto, con valori
che si allineano o addirittura superano quelli del Nord in alcune annate.
Questo indica che il caldo non solo è più intenso, ma tende anche a durare più
a lungo nelle regioni meridionali e insulari. Nel complesso, il confronto tra
le diverse ripartizioni territoriali evidenzia una progressiva riduzione delle
differenze storiche tra Nord e Sud, con un generale innalzamento dell’indice su
scala nazionale. La fase 2022-2023 appare come un punto di svolta, in cui tutte
le aree registrano valori elevati, confermando che la durata dei periodi di
caldo è ormai una caratteristica strutturale del clima italiano contemporaneo.
Fonte: ISTAT
Link: www.istat.it
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