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Dal 2015 al 2022 tutte le regioni italiane
registrano un aumento costante dell’impermeabilizzazione del suolo.
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Nord Italia presenta i valori più elevati, ma Sud e
Isole mostrano incrementi percentuali spesso superiori.
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La crescita, lenta ma continua, segnala limiti delle
politiche di contenimento e rischi ambientali crescenti.
I dati
sull’“impermeabilizzazione del suolo da copertura artificiale” mostrano con
chiarezza una dinamica comune a tutte le regioni italiane: tra il 2015 e il
2022 non c’è praticamente nessun caso di stabilità o riduzione, ma ovunque si
registra un aumento, seppur con intensità diverse. Questo significa che il
consumo di suolo, inteso come trasformazione irreversibile di superfici
naturali o agricole in superfici artificiali (edificate, infrastrutturate,
asfaltate), continua a progredire in modo costante. Anche quando l’incremento
percentuale sembra modesto, il dato va letto alla luce del carattere cumulativo
e strutturale del fenomeno: una volta impermeabilizzato, il suolo difficilmente
torna alle sue funzioni ecologiche originarie.
A livello
nazionale emerge innanzitutto una forte differenziazione territoriale. Le
regioni del Nord, in particolare la Lombardia e il Veneto, presentano i valori
assoluti più elevati. Nel 2022 la Lombardia raggiunge il 12,16% di suolo
impermeabilizzato, mentre il Veneto si attesta all’11,88%. Si tratta di
percentuali molto alte, che riflettono un modello di sviluppo fortemente
urbanizzato, con una fitta rete di infrastrutture, insediamenti produttivi e
residenziali diffusi. Anche l’Emilia-Romagna (8,89%) e il Friuli-Venezia Giulia
(8,02%) mostrano livelli significativi, confermando il quadro di un Nord Italia
storicamente più esposto alla pressione urbanistica.
Il Centro
Italia si colloca su valori intermedi, ma comunque in crescita. Il Lazio, ad
esempio, passa dall’8,00% nel 2015 all’8,16% nel 2022, con una variazione
assoluta di 0,16 punti percentuali e una variazione relativa del 2%. La Toscana
sale da 6,09 a 6,17, mentre Marche e Umbria mostrano incrementi analoghi. Qui
il consumo di suolo sembra procedere in modo più graduale rispetto al Nord, ma
la direzione è la stessa: un lento ma costante aumento delle superfici
artificiali, spesso legato all’espansione periurbana, alla logistica e alle
infrastrutture.
Il
Mezzogiorno presenta un quadro più articolato. Da un lato ci sono regioni come
la Campania e la Puglia che hanno livelli relativamente elevati: la Campania
arriva al 10,52% nel 2022, con un incremento di 0,24 punti percentuali rispetto
al 2015, mentre la Puglia passa da 8,05 a 8,24. Dall’altro lato troviamo
regioni come la Basilicata, la Sardegna e il Molise, che partono da valori più
bassi (intorno al 3-4%) ma mostrano comunque una crescita continua. Questo indica
che, pur in presenza di una minore pressione urbanistica complessiva, anche
queste aree non sono immuni dai processi di artificializzazione del territorio.
Un aspetto
importante da sottolineare è che l’aumento è generalizzato e regolare nel
tempo. Quasi tutte le serie regionali mostrano una progressione lineare, con
incrementi piccoli ma costanti anno dopo anno. Questo suggerisce che non si
tratta di un fenomeno episodico o legato a singoli grandi progetti, ma di un
processo strutturale, alimentato da molte micro-trasformazioni: nuove
lottizzazioni, ampliamenti di aree industriali e commerciali, infrastrutture
viarie, logistica, urbanizzazione diffusa. In altre parole, il consumo di suolo
non avanza per “salti”, ma per accumulo.
Se si guarda
alle variazioni percentuali, emergono alcune differenze interessanti. Le
regioni con gli incrementi relativi più alti sono il Veneto (+2,50%), l’Abruzzo
(+2,46%), la Sardegna (+2,45%), la Puglia (+2,36%), la Campania (+2,33%) e la
Basilicata (+2,24%). Questo significa che, pur partendo da livelli diversi, in
queste regioni il ritmo di crescita dell’impermeabilizzazione è stato
relativamente più sostenuto rispetto ad altre. Al contrario, regioni come la
Liguria (+0,69%) e la Calabria (+1,00%) mostrano aumenti più contenuti in
termini percentuali, anche se comunque presenti.
Il caso
della Liguria è interessante: pur avendo un valore assoluto piuttosto alto
(7,26% nel 2022), la crescita nel periodo è modesta. Questo potrebbe essere
legato a diversi fattori: la conformazione geografica montuosa e costiera, che
limita l’espansione urbanistica, e forse anche una maggiore saturazione delle
aree già urbanizzate. In un territorio dove gran parte delle superfici
pianeggianti è già occupata, i margini per nuove trasformazioni sono più
ridotti, e questo si riflette in tassi di crescita più bassi.
La
Lombardia, invece, combina un valore assoluto molto elevato con una crescita
significativa in termini assoluti (+0,21). Anche se la variazione percentuale
(circa +1,76%) non è tra le più alte, va ricordato che si applica a una base
già molto ampia. Ogni decimo di punto percentuale in Lombardia rappresenta una
quantità enorme di suolo trasformato, con effetti rilevanti sul paesaggio,
sulla biodiversità, sulla gestione delle acque e sul rischio idrogeologico.
Il Veneto
merita un’attenzione particolare: è la regione con la variazione assoluta più
alta (+0,29) e una delle variazioni percentuali più elevate. Questo conferma un
modello di sviluppo territoriale che continua a consumare suolo in modo
intenso, probabilmente legato alla diffusione di insediamenti produttivi,
logistici e residenziali lungo gli assi infrastrutturali principali e nelle
aree di pianura. Il cosiddetto “sprawl” urbano, cioè l’espansione dispersa e a
bassa densità, è un fattore chiave in questo processo.
Nel
Centro-Sud, l’Abruzzo e la Sardegna spiccano per l’aumento percentuale
superiore al 2,4%. In entrambi i casi si parte da valori relativamente bassi,
ma la crescita indica che anche territori percepiti come “più naturali” o meno
urbanizzati stanno subendo una pressione crescente. Questo è particolarmente
rilevante dal punto di vista ambientale, perché in questi contesti il consumo
di suolo può avere impatti molto forti sugli ecosistemi, sulla frammentazione
degli habitat e sulla resilienza dei territori ai cambiamenti climatici.
Un altro
elemento da considerare è il legame tra impermeabilizzazione del suolo e
rischio idrogeologico. L’aumento delle superfici impermeabili riduce la
capacità del terreno di assorbire l’acqua piovana, aumentando il deflusso
superficiale e il rischio di allagamenti e frane. In regioni già fragili dal
punto di vista geomorfologico, come la Liguria, la Calabria o molte aree
appenniniche, anche piccoli incrementi possono tradursi in effetti significativi
sulla sicurezza del territorio. Per questo, anche le variazioni apparentemente
modeste non vanno sottovalutate.
Dal punto di
vista socio-economico, i dati riflettono anche le diverse traiettorie di
sviluppo regionale. Le regioni più industrializzate e densamente popolate
mostrano livelli più alti di impermeabilizzazione, coerenti con una maggiore
concentrazione di attività economiche e infrastrutture. Tuttavia, il fatto che
la crescita continui ovunque suggerisce che il modello di sviluppo rimane fortemente
dipendente dall’espansione fisica degli insediamenti, piuttosto che dalla
riqualificazione e dal riuso del patrimonio edilizio esistente.
Questo porta
a una riflessione importante sulle politiche territoriali. Negli ultimi anni si
parla molto di “consumo di suolo zero” e di rigenerazione urbana, ma i dati
mostrano che, almeno nel periodo 2015-2022, queste strategie non sono riuscite
a invertire la tendenza. Al massimo, in alcune regioni, sembrano averne
rallentato il ritmo. La crescita continua, anche se graduale, indica che gli
strumenti di pianificazione e le politiche pubbliche non sono ancora
sufficientemente efficaci nel contenere l’espansione delle superfici
artificiali.
In sintesi,
il quadro che emerge è quello di un Paese in cui l’impermeabilizzazione del
suolo continua ad aumentare in modo diffuso e strutturale. Le differenze
regionali sono importanti e riflettono modelli di sviluppo, caratteristiche
geografiche e livelli di urbanizzazione diversi, ma la direzione è comune a
tutti. Il Nord resta l’area più urbanizzata e impermeabilizzata, il Centro
segue con valori intermedi, e il Sud e le Isole, pur partendo da livelli più
bassi, mostrano tassi di crescita spesso sostenuti.
La sfida per
il futuro è duplice: da un lato, contenere l’ulteriore consumo di suolo,
puntando davvero su rigenerazione, densificazione e riuso; dall’altro, gestire
gli effetti di quanto già è stato impermeabilizzato, soprattutto in termini di
rischio idrogeologico, qualità ambientale e servizi ecosistemici. Questi dati,
letti nel loro insieme, non sono solo una fotografia statistica, ma un segnale
chiaro della necessità di ripensare il rapporto tra sviluppo, territorio e
sostenibilità. Se vuoi, posso anche aiutarti a trasformare questo commento in
una relazione accademica o in un capitolo di tesi con taglio più formale.
Macro-regioni. Questi dati sintetizzano
in modo efficace l’evoluzione dell’impermeabilizzazione del suolo in Italia tra
il 2015 e il 2022, offrendo una lettura per grandi ripartizioni territoriali
(Nord, Centro, Mezzogiorno, Sud, Isole) e per il totale nazionale. Il primo
elemento che emerge con chiarezza è la crescita generalizzata del fenomeno: in
tutte le aree considerate si registra un aumento, sia in termini assoluti sia
percentuali. Non compaiono fasi di stabilità o di riduzione, ma una progressione
lenta e continua che conferma come il consumo di suolo resti un processo
strutturale del modello di sviluppo territoriale italiano.
A livello
nazionale, l’Italia passa dal 7,00% di suolo impermeabilizzato nel 2015 al
7,14% nel 2022, con una variazione assoluta di 0,14 punti percentuali e una
crescita complessiva del 2%. Questo dato, apparentemente contenuto, va
interpretato con cautela: anche piccoli incrementi percentuali, applicati
all’intero territorio nazionale, corrispondono a estensioni molto rilevanti di
suolo trasformato in modo irreversibile. La linearità dell’aumento anno dopo
anno suggerisce che non si tratta di un fenomeno episodico, ma di un processo
cumulativo alimentato da molte trasformazioni diffuse: nuove costruzioni,
infrastrutture, ampliamenti urbani e produttivi.
Il Nord si
conferma l’area con i livelli più elevati di impermeabilizzazione. Nel 2022
raggiunge l’8,55%, partendo dall’8,39% del 2015, con una crescita dell’1,91%.
All’interno del Nord, però, emergono differenze interessanti tra Nord-ovest e
Nord-est. Il Nord-ovest presenta valori leggermente più alti in termini
assoluti (da 8,59 a 8,74), ma una crescita percentuale più contenuta (+1,75%).
Il Nord-est, invece, pur partendo da un livello inferiore (8,20 nel 2015), arriva
a 8,38 nel 2022 e registra l’aumento relativo più marcato tra le ripartizioni
settentrionali (+2,20%). Questo suggerisce che nelle regioni del Nord-est il
ritmo di trasformazione del suolo sia stato più intenso, probabilmente in
relazione alla forte dinamica insediativa e infrastrutturale che caratterizza
queste aree, spesso segnate da urbanizzazione diffusa e sviluppo lungo i
principali corridoi logistici.
Il Centro Italia
si colloca su valori intermedi, passando da 6,64 a 6,76, con una variazione
assoluta di 0,12 e una crescita percentuale dell’1,81%. Anche qui il trend è
regolare e continuo, senza accelerazioni improvvise. Questo andamento può
essere letto come il risultato di una pressione urbanistica più moderata
rispetto al Nord, ma comunque persistente, legata soprattutto all’espansione
delle aree periurbane, alle infrastrutture e alla trasformazione di suoli
agricoli in prossimità dei principali poli urbani.
Il Mezzogiorno,
considerato nel suo complesso, mostra valori più bassi rispetto al Centro-Nord,
ma una dinamica di crescita tutt’altro che trascurabile. Dal 5,81% del 2015 si
passa al 5,93% nel 2022, con un aumento del 2,07%, superiore a quello del
Centro e del Nord-ovest. Questo indica che, pur partendo da livelli più
contenuti di impermeabilizzazione, le regioni meridionali stanno conoscendo un
processo di trasformazione relativamente più rapido in termini proporzionali.
Se si distingue tra Sud e Isole, il quadro diventa ancora più interessante: il
Sud passa da 6,44 a 6,58 (+2,17%), mentre le Isole salgono da 4,87 a 4,98, con
la crescita percentuale più alta tra tutte le ripartizioni (+2,26%).
Il dato delle
Isole è particolarmente significativo: pur restando l’area con il livello
assoluto più basso di suolo impermeabilizzato, mostra il ritmo di crescita più
sostenuto. Questo suggerisce che territori tradizionalmente meno urbanizzati
stanno subendo una pressione crescente, con potenziali effetti rilevanti sugli
ecosistemi, sul paesaggio e sulla fragilità idrogeologica. In contesti
insulari, dove gli equilibri ambientali sono spesso più delicati, anche
incrementi relativamente piccoli possono produrre impatti importanti.
Nel complesso,
il confronto tra le diverse aree del Paese mette in luce due aspetti
fondamentali. Da un lato, persistono forti differenze territoriali: il Nord
resta l’area più impermeabilizzata, seguito dal Centro, mentre Mezzogiorno e
Isole mantengono valori più bassi. Dall’altro lato, però, il trend di crescita
è comune a tutte le ripartizioni, e in alcuni casi (Sud e Isole) risulta
persino più rapido in termini relativi. Questo conferma che il consumo di suolo
non è più solo un problema delle aree più sviluppate, ma riguarda l’intero
territorio nazionale.
Questi dati
suggeriscono infine una riflessione sulle politiche di governo del territorio.
Nonostante il crescente dibattito su sostenibilità, rigenerazione urbana e
contenimento del consumo di suolo, la tendenza complessiva resta orientata
all’aumento delle superfici artificiali. La sfida per i prossimi anni sarà
quindi non solo rallentare questa crescita, ma riuscire davvero a invertire la
rotta, puntando su riuso, densificazione e tutela delle risorse territoriali,
soprattutto nelle aree che oggi appaiono ancora relativamente meno compromesse.
Fonte: ISTAT
Link: www.istat.it
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