Tra il 2000 e il 2021 Russia, Bosnia-Erzegovina, Malaysia, Vanuatu e Zambia mostrano un arretramento nell’accesso a combustibili puliti per uso alimentare domestico
- L’accesso
a combustibili domestici meno inquinanti cresce globalmente, ma resta
diseguale tra paesi ricchi e poveri.
- Viet
Nam, Indonesia, Cina e India mostrano forti miglioramenti nell’uso di
tecnologie energetiche domestiche moderne.
- Russia,
Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Malaysia evidenziano regressioni,
richiedendo cautela interpretativa e approfondimenti metodologici.
L’accesso a combustibili e tecnologie pulite per
cucinare rappresenta una componente essenziale dello sviluppo umano
contemporaneo. Non si tratta soltanto di un indicatore energetico, ma di una
misura che riflette condizioni di salute, benessere familiare, inclusione
sociale, sostenibilità ambientale e riduzione della povertà. Nei paesi in cui
le famiglie sono ancora costrette a utilizzare legna, carbone vegetale, residui
agricoli o biomasse tradizionali in ambienti domestici poco ventilati, cucinare
diventa un’attività associata a rischi sanitari, perdita di tempo, pressione
sulle risorse naturali e disuguaglianze di genere. Per questo motivo, l’indicatore
ACFTC – Access to clean fuels and technologies for cooking (% of population) –
consente di osservare una dimensione concreta e quotidiana della transizione
energetica globale. Il dataset analizzato, tratto dalla World Bank, copre
formalmente il periodo 1999-2023, anche se i dati più affidabili e comparabili
riguardano soprattutto gli anni 2000-2021. L’analisi mette in evidenza una
netta frattura tra paesi sviluppati, dove l’accesso è quasi sempre universale,
e paesi in via di sviluppo, dove i progressi sono più irregolari. Alcune
economie emergenti, soprattutto in Asia, hanno registrato miglioramenti molto
rapidi, mentre molti paesi dell’Africa subsahariana restano su livelli
estremamente bassi. L’obiettivo dell’articolo è quindi analizzare l’evoluzione
dell’accesso alla cottura pulita, individuando aree di progresso, persistenza
dei divari e possibili segnali di criticità.
Il dataset
analizza l’evoluzione dell’indicatore ACFTC – Access to clean fuels and
technologies for cooking (% of population), cioè la percentuale di
popolazione che dispone di combustibili e tecnologie pulite per cucinare.
Questo indicatore è particolarmente importante perché misura una dimensione
concreta dello sviluppo umano: la possibilità di cucinare senza ricorrere a
combustibili tradizionali e inquinanti, come legna, carbone vegetale, residui
agricoli o biomasse solide usate in modo inefficiente. L’accesso a tecnologie
pulite per la cottura non riguarda solo il settore energetico, ma coinvolge
salute pubblica, qualità della vita, uguaglianza di genere, tutela ambientale e
riduzione della povertà.
La serie
copre formalmente gli anni dal 1999 al 2023, ma i dati effettivamente
utilizzabili sono concentrati soprattutto tra il 2000 e il 2021. Per il 2022 e
il 2023, infatti, molti valori risultano mancanti. Anche il 1999 presenta
numerose assenze. Per questo motivo, il commento deve concentrarsi soprattutto
sul periodo 2000-2021, evitando di interpretare come peggioramento o
miglioramento ciò che in realtà è semplice mancanza di informazione statistica.
I valori vuoti non equivalgono a zero: indicano che il dato non è disponibile.
Il primo
elemento evidente è la profonda distanza tra paesi sviluppati e paesi in via di
sviluppo. Nei paesi sviluppati l’accesso ai combustibili e alle tecnologie
pulite per cucinare è quasi sempre pari al 100% per tutto il periodo osservato.
Australia, Austria, Belgio, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno
Unito, Stati Uniti, Paesi nordici, Svizzera, Paesi Bassi e molte economie
europee mostrano una copertura totale o praticamente totale già dal 2000. In
questi casi l’indicatore non segnala una dinamica di crescita, perché la
transizione verso forme pulite di cottura è stata già completata prima
dell’inizio della serie. La stabilità al 100% non significa assenza di
evoluzione tecnologica, ma saturazione dell’indicatore: la popolazione ha già
accesso generalizzato a elettricità, gas, GPL o altre soluzioni considerate
pulite.
Nei paesi
sviluppati, quindi, il problema dell’accesso di base appare sostanzialmente
risolto. Le sfide sono di natura diversa: riguardano l’efficienza energetica,
la sostenibilità delle fonti, la decarbonizzazione del sistema energetico e il
contenimento dei costi per le famiglie. Tuttavia, dal punto di vista specifico
della cottura domestica pulita, il dataset mostra una situazione di piena
copertura. Questo crea un forte contrasto con molti paesi in via di sviluppo,
dove l’accesso resta incompleto, diseguale e spesso molto basso.
Nei paesi in
via di sviluppo la situazione è molto più differenziata. Alcuni hanno compiuto
progressi molto consistenti, mentre altri sono rimasti quasi fermi. Le economie
emergenti dell’Asia mostrano alcune delle traiettorie più dinamiche. Il Viet
Nam passa da 13,4% nel 2000 a 96,1% nel 2021, avvicinandosi alla copertura
universale. L’Indonesia cresce da 6,7% a 86,9%, con un miglioramento molto
rapido soprattutto dopo il 2005. La Cina aumenta da 40,4% a 83,2%, mentre
l’India passa da 22,1% a 71,1%. Questi casi mostrano che, anche partendo da
livelli bassi o intermedi, una crescita sostenuta dell’accesso è possibile
quando si combinano urbanizzazione, investimenti infrastrutturali, aumento dei
redditi, politiche pubbliche e diffusione di combustibili più puliti.
Il caso
dell’India è particolarmente significativo perché parte da un livello basso e
raggiunge una quota superiore al 70% nel 2021. Il progresso è molto rilevante,
ma indica anche che una parte consistente della popolazione non ha ancora
accesso pieno a tecnologie pulite per cucinare. In un paese molto popoloso,
anche una percentuale residua relativamente contenuta corrisponde a milioni di
persone. Lo stesso ragionamento vale per la Cina, l’Indonesia, il Pakistan, il
Bangladesh e la Nigeria: l’interpretazione non deve basarsi solo sulla percentuale,
ma anche sulla dimensione demografica.
In Asia
meridionale emergono percorsi diversi. Il Bangladesh passa da 7,8% nel 2000 a
26,5% nel 2021, mostrando una crescita continua ma ancora insufficiente. Il
Pakistan cresce da 23,8% a 50,7%, raggiungendo circa metà della popolazione. Il
Nepal passa da 5,5% a 35,2%, mentre lo Sri Lanka cresce da 16,4% a 32,6%.
Questi dati suggeriscono che, nonostante i miglioramenti, l’accesso alla
cottura pulita resta una sfida strutturale per molte economie in via di sviluppo
dell’Asia meridionale. Il ritmo di crescita è positivo, ma non sempre
sufficiente a colmare rapidamente il divario con i paesi sviluppati.
Un quadro
diverso emerge in alcune economie asiatiche che hanno sperimentato
un’accelerazione molto forte. Oltre a Viet Nam e Indonesia, anche Bhutan e
Maldive mostrano progressi notevoli. Il Bhutan passa da 27,6% a 87,0%, mentre
le Maldive crescono da 48,2% a 99,5%. Questi paesi dimostrano che la
transizione verso combustibili puliti può avvenire rapidamente anche in contesti
non classificabili come pienamente sviluppati, purché siano presenti condizioni
favorevoli: dimensione territoriale gestibile, politiche mirate, miglioramento
delle reti energetiche e crescita dei redditi.
L’Africa
subsahariana rappresenta invece l’area con le maggiori criticità. Molti paesi
mostrano livelli estremamente bassi per tutto il periodo. Burundi, Repubblica
Centrafricana, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Malawi, Sud Sudan, Sierra
Leone, Uganda, Madagascar, Mozambico, Niger, Tanzania ed Etiopia restano su
valori molto contenuti anche nel 2021. In diversi casi l’indicatore è inferiore
al 5% o comunque sotto il 10%. L’Etiopia, ad esempio, passa da 0,9% a 7,5%; la
Tanzania da 0,6% a 6,9%; il Mozambico da 2,2% a 5,4%; il Niger da 0,9% a 3,0%.
Questi incrementi indicano un miglioramento, ma il livello finale resta molto
lontano dalla copertura universale.
La
situazione africana mostra chiaramente la natura multidimensionale del
problema. L’accesso a combustibili puliti per cucinare non dipende solo
dall’esistenza di una tecnologia, ma anche dalla capacità delle famiglie di
acquistarla, dalla disponibilità di reti di distribuzione, dalla presenza di
infrastrutture energetiche, dalla stabilità dei mercati, dalle politiche
pubbliche e dalle condizioni sociali. Nei contesti rurali, poveri o isolati, le
famiglie continuano spesso a utilizzare biomasse tradizionali perché sono più
economiche, disponibili localmente o culturalmente consolidate. Tuttavia, l’uso
di combustibili inquinanti comporta costi elevati in termini di salute, tempo e
ambiente.
Alcuni paesi
africani mostrano progressi più marcati. Il Sudan passa da 7,4% a 62,8%, il
Sudafrica da 56,3% a 88,4%, il Gabon da 64,4% a 89,7%, l’Egitto da 82,8% a
99,9%, il Marocco da 90,2% a 98,2% e la Tunisia da 93,6% a 99,9%. Questi casi
indicano che l’Africa non è omogenea. Il Nord Africa e alcune economie
relativamente più urbanizzate o con infrastrutture energetiche più sviluppate
presentano livelli molto più alti rispetto a molti paesi dell’Africa subsahariana.
Il divario, dunque, non è solo tra continenti, ma anche all’interno dello
stesso continente.
L’America
Latina e i Caraibi presentano una situazione intermedia. Alcuni paesi risultano
già a copertura totale, come Cile, Panama e Uruguay. Altri mostrano livelli
elevati o in crescita: Brasile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Perù e Suriname
si collocano in una fascia medio-alta. Il Perù, in particolare, passa da 41,9%
a 85,5%, mostrando una trasformazione significativa. Colombia e Costa Rica
superano entrambe il 90% nel 2021. Tuttavia, non tutti i paesi latinoamericani
raggiungono gli stessi risultati: Guatemala, Honduras, Nicaragua e Paraguay
rimangono su livelli più contenuti, pur mostrando miglioramenti graduali.
Questo suggerisce che anche in una regione relativamente più avanzata rispetto
ad altre aree in via di sviluppo persistono disuguaglianze territoriali e
sociali.
Un elemento
importante riguarda i paesi che mostrano una riduzione dell’indicatore. Alcuni
casi, come Russia, Bosnia-Erzegovina, Malaysia, Palau, Senegal, Vanuatu, Zambia
e Zimbabwe, evidenziano un calo nel periodo considerato. Questi andamenti vanno
interpretati con cautela. Una diminuzione dell’accesso può dipendere da crisi
economiche, aumento dei prezzi dell’energia, peggioramento infrastrutturale,
instabilità politica o crescita della popolazione non accompagnata da adeguata
espansione dei servizi. Tuttavia, potrebbe anche riflettere cambiamenti
metodologici o revisioni statistiche. Per esempio, il calo della Russia da
valori quasi universali a circa 72,9% appare particolarmente anomalo e
meriterebbe un controllo della fonte originaria e della metodologia.
Il confronto
tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo mette in luce una dinamica di
convergenza solo parziale. Da un lato, molti paesi emergenti stanno recuperando
terreno: Viet Nam, Indonesia, India, Cina, Perù, Bhutan, Maldive e Sudan
registrano miglioramenti notevoli. Dall’altro lato, numerosi paesi a basso
reddito restano bloccati su livelli estremamente bassi. Questo significa che il
divario globale si riduce per alcuni gruppi di paesi, ma rimane molto ampio per
altri. La convergenza non è automatica: dipende dalla combinazione tra sviluppo
economico, infrastrutture, politiche energetiche e capacità istituzionale.
Dal punto di
vista sociale, l’accesso a combustibili puliti per cucinare ha effetti
profondi. Nei paesi in via di sviluppo, la mancanza di accesso colpisce
soprattutto le famiglie povere e rurali. Le donne e i bambini sono spesso i
soggetti più esposti all’inquinamento domestico prodotto dalla combustione di
biomasse tradizionali. Inoltre, la raccolta di legna o altri combustibili può
richiedere molto tempo, riducendo le opportunità di istruzione, lavoro e
partecipazione sociale. Per questo l’indicatore ACFTC non misura soltanto una
dotazione energetica, ma anche una forma di inclusione sociale.
In
conclusione, il dataset mostra una frattura netta tra paesi sviluppati e paesi
in via di sviluppo. Nei primi, l’accesso a combustibili e tecnologie pulite per
cucinare è sostanzialmente universale e stabile. Nei secondi, la situazione è
molto più varia: alcune economie emergenti hanno compiuto progressi rapidi e si
stanno avvicinando ai livelli dei paesi sviluppati, mentre molti paesi poveri,
soprattutto nell’Africa subsahariana, restano lontani dalla copertura
universale. Il principale messaggio dei dati è che l’accesso alla cottura
pulita rappresenta ancora una delle grandi disuguaglianze dello sviluppo
globale. Migliorare questo indicatore significa intervenire non solo
sull’energia, ma anche sulla salute, sulla povertà, sull’ambiente e sulle
disuguaglianze di genere.
Andamento
delle serie storiche. Osservando le serie storiche dell’indicatore Access
to clean fuels and technologies for cooking (% of population), il
periodo realmente interpretabile è soprattutto il 2000-2021,
poiché per il 2022 e il 2023 i valori sono quasi sempre mancanti. L’aspetto più
rilevante è che la maggioranza dei paesi mostra un andamento crescente,
mentre un gruppo più ristretto presenta riduzioni, stagnazione
o oscillazioni. Tra i paesi con crescita più evidente emergono soprattutto
molte economie in via di sviluppo. Alcuni partono da livelli molto bassi e
registrano aumenti consistenti. L’Indonesia, ad esempio, passa
da 6,7% nel 2000 a 86,9% nel 2021: è una delle traiettorie più forti
dell’intero dataset. Anche il Viet Nam mostra un aumento molto
marcato, da 13,4% a 96,1%, arrivando quasi alla copertura universale. La Cina
cresce da 40,4% a 83,2%, mentre l’India passa da 22,1% a
71,1%. Questi casi indicano un processo di transizione molto netto verso
tecnologie di cottura più pulite. Altri paesi asiatici presentano progressi
importanti: il Bhutan sale da 27,6% a 87%, le Maldive
da 48,2% a 99,5%, il Tajikistan da 36,5% a 85,5%, il Myanmar
da 2% a 43,5%, il Nepal da 5,5% a 35,2% e il Pakistan
da 23,8% a 50,7%. Anche se i livelli finali sono diversi, la direzione è
chiaramente ascendente. In Africa si osservano molti aumenti, ma spesso da
livelli iniziali molto bassi. Il Sudan cresce da 7,4% a 62,8%,
il Sudafrica da 56,3% a 88,4%, il Gabon da
64,4% a 89,7% e l’Egitto da 82,8% a 99,9%. Più lenta, ma
comunque positiva, è la crescita di paesi come Ghana da 6,3% a
30,3%, Kenya da 1,8% a 23,9%, Nigeria da 0,6%
a 16,8%, Togo da 0,4% a 11,4%, Ethiopia da
0,9% a 7,5% e Tanzania da 0,6% a 6,9%. In questi casi il
miglioramento è reale, ma il livello finale resta ancora basso. In America
Latina prevalgono serie crescenti o stabili su livelli elevati. Il Perù
passa da 41,9% a 85,5%, il Paraguay da 48,3% a 69,8%, la Colombia
da 77,9% a 93,3%, il Brasile da 89% a 96,5%, il Suriname
da 76,1% a 94,8% e El Salvador da 57,9% a 92,7%. Anche Bolivia,
Costa Rica, Ecuador, Nicaragua,
Honduras e Guyana mostrano incrementi
progressivi. Accanto alle serie crescenti, vi sono paesi con valori stabili
al 100% per tutto il periodo: tra questi Australia, Austria, Belgio,
Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito, Stati Uniti, Spagna,
Svizzera, Paesi Bassi, Svezia e molte economie europee. In questi casi non si
osserva crescita perché l’accesso era già pienamente raggiunto all’inizio della
serie. Più interessanti sono i paesi con andamento decrescente.
La Federazione Russa cala fortemente da 99,9% nel 2000 a 72,9%
nel 2021. Anche Bosnia-Erzegovina scende da 52,3% a 41,65%, Malaysia
da 98% a 93,8%, Palau da 53,6% a 43%, Vanuatu
da 15,9% a 6,9%, Zambia da 13,9% a 10,2%, Senegal
da 34,6% a 29,4%, Grenada da 92,5% a 88,3%, Venezuela
da 97,5% a 95,5% e Uzbekistan da 83,3% a 82,8%, dopo un picco
intermedio. Alcuni casi, come Jamaica, St. Lucia
e St. Vincent and the Grenadines, crescono nella prima parte
della serie ma poi diminuiscono leggermente. Nel complesso, quindi, il dataset
mostra una tendenza globale prevalentemente positiva, ma non uniforme: molti
paesi migliorano, alcuni restano stabilmente al massimo, mentre un gruppo
limitato registra arretramenti o segnali di deterioramento.
Paesi con andamento regressivo. Il
grafico mostra i paesi che hanno registrato una riduzione dell’indicatore Access
to clean fuels and technologies for cooking (% of population) tra il
2000 e il 2021. A differenza della maggioranza dei paesi del dataset, che
presenta un miglioramento o una stabilità su valori elevati, questi casi
evidenziano una dinamica negativa. La riduzione indica che, nel periodo
osservato, la quota di popolazione con accesso a combustibili e tecnologie
pulite per cucinare è diminuita. Tuttavia, questi risultati devono essere
interpretati con cautela, perché in alcuni paesi il calo potrebbe dipendere
anche da revisioni statistiche, cambiamenti metodologici o problemi di
misurazione.
Il caso più rilevante è quello della Federazione
Russa, che passa da 99,9% nel 2000 a 72,9% nel 2021,
con una perdita di circa 27 punti percentuali. È il calo più
ampio tra quelli osservati. Il dato appare particolarmente anomalo, perché la
Russia partiva da una condizione quasi universale. Una riduzione di questa
dimensione potrebbe riflettere difficoltà nell’accesso effettivo a combustibili
puliti in alcune aree periferiche o rurali, problemi infrastrutturali, aumento
dei costi energetici o cambiamenti nel modo in cui l’indicatore è stato stimato.
Proprio per la sua intensità, il caso russo richiederebbe un approfondimento
specifico sulla metodologia della fonte originaria. Anche la Bosnia-Erzegovina mostra una riduzione significativa: dal 52,3% nel 2000 al 41,6% nel 2021, per un calo di circa 10,7 punti percentuali. Questo andamento
suggerisce una difficoltà persistente nella diffusione di tecnologie pulite per
la cottura. A differenza della Russia, la Bosnia-Erzegovina non parte da una
copertura quasi totale, ma da un livello intermedio. Il peggioramento indica
quindi che una parte della popolazione potrebbe essere rimasta dipendente, o
essere tornata a dipendere, da combustibili tradizionali. In questo caso
possono pesare fattori economici, fragilità infrastrutturali, divari
territoriali e condizioni sociali post-transizione. Il Montenegro
registra un calo più contenuto, ma comunque rilevante: da 66,4% a 62,0%,
pari a circa 4,4 punti percentuali. Il dato indica una
sostanziale stagnazione con lieve deterioramento. Non si tratta di un crollo,
ma di un segnale negativo, soprattutto perché il paese partiva da una quota
medio-alta. Il caso montenegrino suggerisce che il semplice livello iniziale
relativamente favorevole non garantisce automaticamente un miglioramento nel
tempo. La Malaysia passa da 98,0% a 93,8%,
perdendo circa 4,2 punti percentuali. Anche qui il calo va
letto con attenzione: il paese resta comunque su livelli molto elevati,
superiori al 90%. Tuttavia, la diminuzione è interessante perché riguarda
un’economia con forte sviluppo industriale e urbano. Potrebbe indicare
disuguaglianze residue tra aree urbane e rurali, cambiamenti statistici oppure
difficoltà nel mantenere l’accesso universale in presenza di trasformazioni
demografiche. Nel complesso, il grafico mostra che il progresso non è sempre
lineare. Alcuni paesi arretrano, altri ristagnano e pochi registrano cali molto
marcati. Russia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Malaysia dimostrano che anche
paesi con livelli iniziali medi o alti possono sperimentare una riduzione
dell’accesso, rendendo necessario monitorare non solo la crescita, ma anche la
capacità di mantenere nel tempo i risultati raggiunti.
Conclusione. L’analisi
dell’indicatore ACFTC mostra che l’accesso a combustibili e tecnologie pulite
per cucinare è migliorato nel periodo 2000-2021, ma in modo fortemente
diseguale tra aree geografiche e livelli di sviluppo. Nei paesi avanzati
l’accesso risulta già pienamente garantito all’inizio della serie storica, con
valori stabili intorno al 100%. In questi casi il problema dell’accesso di base
appare sostanzialmente superato, mentre le sfide future riguardano soprattutto
la sostenibilità delle fonti, l’efficienza energetica e la decarbonizzazione
dei consumi domestici. La situazione è molto diversa nei paesi in via di
sviluppo. Alcuni casi mostrano progressi notevoli: Viet Nam, Indonesia, Cina,
India, Bhutan, Maldive, Perù, Sudan e Sudafrica indicano che la transizione
verso tecnologie pulite può avanzare rapidamente quando crescita economica,
infrastrutture e politiche pubbliche si rafforzano reciprocamente. Tuttavia,
molti paesi, soprattutto nell’Africa subsahariana, restano ancora lontani dalla
copertura universale. In questi contesti il miglioramento percentuale, pur
presente, non basta a colmare un divario strutturale che riguarda milioni di
persone. Il messaggio principale del dataset è quindi duplice. Da un lato, la
transizione verso la cottura pulita è possibile e in molti paesi è già in
corso. Dall’altro, essa non procede automaticamente: richiede investimenti,
reti di distribuzione, accessibilità economica, stabilità istituzionale e
politiche mirate. Migliorare l’indicatore ACFTC significa intervenire
contemporaneamente su salute pubblica, povertà energetica, ambiente e
disuguaglianze sociali. La cottura pulita resta dunque una priorità centrale
dello sviluppo sostenibile globale.
Fonte: World Bank
Commenti
Posta un commento