- La
povertà estrema mondiale si è ridotta drasticamente dal 1990, trainata
dalla crescita economica asiatica sostenuta.
- L'Africa
subsahariana concentra ancora la maggiore incidenza della povertà estrema,
nonostante progressivi miglioramenti economici registrati.
- L'Italia
presenta livelli minimi di povertà estrema internazionale, persistendo
tuttavia rilevanti disuguaglianze socioeconomiche interne nazionali.
La
povertà estrema rappresenta una delle principali sfide economiche e sociali
della comunità internazionale. Per decenni milioni di persone hanno vissuto in
condizioni di grave deprivazione, senza un reddito sufficiente per soddisfare i
bisogni essenziali quali alimentazione, accesso all'acqua potabile, assistenza
sanitaria e istruzione. Negli ultimi trent'anni, tuttavia, il mondo ha
assistito a un cambiamento storico: la quota della popolazione globale che vive
in povertà estrema si è progressivamente ridotta grazie alla crescita
economica, allo sviluppo del commercio internazionale, all'industrializzazione
di numerosi Paesi emergenti e all'attuazione di politiche pubbliche volte a
migliorare il benessere delle fasce più vulnerabili della popolazione. Nonostante
questi importanti risultati, il fenomeno non è stato eliminato e continua a
interessare centinaia di milioni di persone, soprattutto nelle aree
caratterizzate da instabilità politica, conflitti armati, crisi climatiche e
limitato sviluppo economico. L'obiettivo del presente lavoro è analizzare
l'evoluzione della povertà estrema nel mondo attraverso i dati forniti dalla
Banca Mondiale e da Our World in Data, evidenziando le principali tendenze
temporali, le differenze tra le diverse aree geografiche e il ruolo svolto
dalle economie emergenti. Particolare attenzione sarà dedicata al confronto tra
Oriente e Occidente e alla posizione dell'Italia nel contesto europeo e
internazionale, al fine di comprendere le trasformazioni che hanno
caratterizzato l'economia mondiale negli ultimi decenni.
L’evoluzione
della povertà estrema nel mondo
I dati sulla quota di popolazione
che vive in condizioni di povertà estrema mostrano una delle trasformazioni
economiche e sociali più rilevanti degli ultimi decenni. L’indicatore considera
estremamente povere le persone che vivono con meno di 3 dollari internazionali
al giorno, calcolati a prezzi costanti e corretti per le differenze nel costo
della vita tra i diversi Paesi. Non si tratta quindi di tre dollari convertiti
semplicemente nelle valute nazionali, ma di una soglia costruita per rendere
confrontabili condizioni economiche molto diverse.
Il primo elemento che emerge è la
forte diminuzione della povertà estrema a livello mondiale. Nel 1990 circa il
43,4% della popolazione globale viveva al di sotto della soglia considerata.
Nel 2000 la percentuale era scesa al 36,2%, nel 2010 al 21% e nel 2015 al
13,4%. Nel 2019, immediatamente prima della pandemia, il valore aveva raggiunto
il 10,8%. Secondo le stime presenti nel dataset, nel 2026 la quota dovrebbe
scendere leggermente sotto il 10%.
Nel complesso, tra il 1990 e il
2026 l’incidenza della povertà estrema mondiale si è quindi ridotta di oltre 33
punti percentuali. In termini relativi, significa che la percentuale di persone
estremamente povere è diminuita di circa tre quarti. Il risultato è
particolarmente significativo perché si è verificato durante una fase di forte
crescita della popolazione mondiale. Nel 1990 gli abitanti del pianeta erano
circa 5,3 miliardi; nel 2023 hanno superato gli 8 miliardi. La riduzione della
povertà non è dunque il risultato di una diminuzione demografica, ma di un
effettivo miglioramento delle condizioni economiche di una parte molto ampia
della popolazione.
Anche il numero assoluto delle
persone coinvolte è diminuito, sebbene più lentamente rispetto alla
percentuale. Nel 1990 vivevano in povertà estrema circa 2,3 miliardi di
persone. Nel 2000 erano ancora più di 2,2 miliardi, mentre nel 2010 erano scese
a circa 1,47 miliardi. Nel 2015 il numero era vicino al miliardo e nel 2019 a
circa 841 milioni. Nel 2023 si stimavano ancora approssimativamente 859 milioni
di persone sotto la soglia. Quest’ultimo dato dimostra che una percentuale
apparentemente contenuta corrisponde comunque a una quantità enorme di
individui.
L’andamento non è stato
perfettamente lineare. Il 2020 rappresenta una chiara interruzione della
tendenza positiva. Tra il 2019 e il 2020 la quota mondiale è aumentata dal
10,8% all’11,4%, mentre il numero di persone estremamente povere è cresciuto da
circa 841 a 900 milioni. La pandemia ha ridotto l’occupazione e i redditi,
colpendo soprattutto i lavoratori informali e le famiglie prive di risparmi o
di sistemi pubblici di protezione. Dopo il 2020 la percentuale ha ripreso a
diminuire, ma il recupero è stato relativamente lento. Nel 2023 il valore
mondiale, pari al 10,6%, era solo leggermente inferiore a quello del 2019.
Le medie mondiali nascondono
inoltre differenze territoriali enormi. Il progresso più spettacolare si
registra nell’Asia orientale e nel Pacifico. Nel 1990 circa il 67% degli
abitanti di questa regione viveva in povertà estrema. Nel 2019 la quota era scesa
al 2,6% e nel 2026 dovrebbe avvicinarsi all’1,6%. La trasformazione è legata
soprattutto alla crescita economica della Cina e, in misura diversa, di Paesi
come Vietnam e Indonesia.
Il caso cinese è particolarmente
significativo. Nel 1981 il dataset indica che circa il 97% della popolazione
cinese viveva sotto la soglia dei 3 dollari al giorno. Nel 2022 la percentuale
riportata è sostanzialmente pari a zero. Anche il Vietnam è passato da circa il
57,5% nel 1992 all’1,6% nel 2022. L’Indonesia è scesa da oltre l’86% nel 1984 a
circa il 4% nelle stime più recenti. Questi risultati mostrano l’effetto che
possono produrre, nel lungo periodo, crescita economica, industrializzazione,
urbanizzazione, aumento della produttività e integrazione nei mercati
internazionali.
Un miglioramento molto consistente
si osserva anche nell’Asia meridionale. La quota regionale è diminuita da quasi
il 50% nel 1990 a circa il 2,5% nelle stime del 2026. L’India, che per le sue
dimensioni demografiche influenza fortemente la media mondiale, è passata da
quasi il 60% nel 1977 a poco più del 5% nel 2022. Il Bangladesh è sceso da
circa il 47% nel 1983 al 5,9% nel 2022, mentre il Nepal è passato da oltre
l’82% nel 1984 a circa il 2,4%. Il Pakistan ha ottenuto progressi importanti,
ma nel 2024 presenta ancora una quota vicina al 23%.
La situazione è molto diversa
nell’Africa subsahariana. Nel 1990 circa il 61,5% della popolazione regionale
viveva in povertà estrema. Nel 2019 la percentuale era scesa al 43,9%, ma nel
2020 è risalita al 46%. Per il 2026 viene stimato un valore del 43,3%. La
riduzione è quindi molto più lenta rispetto a quella asiatica. Inoltre, a causa
della rapida crescita demografica, anche quando la percentuale diminuisce il
numero assoluto delle persone povere può rimanere stabile o perfino aumentare.
All’interno dell’Africa
subsahariana esistono comunque differenze importanti. Nell’Africa occidentale e
centrale la quota è diminuita da circa il 61,4% nel 1990 al 33,8% stimato per
il 2026. Nell’Africa orientale e meridionale, invece, il valore previsto per il
2026 rimane vicino al 50%. Alcuni Paesi presentano livelli particolarmente
elevati: nella Repubblica Democratica del Congo la quota raggiungeva circa
l’85% nel 2020; in Mozambico superava l’81% nel 2022; in Malawi era superiore
al 75% nel 2019; in Burundi era circa il 74% nel 2020. Anche Zambia, Repubblica
Centrafricana e Madagascar presentano percentuali prossime o superiori al 70%.
Questi dati mostrano che la povertà
estrema è sempre più concentrata in economie caratterizzate da conflitti,
instabilità politica, fragilità istituzionale, infrastrutture insufficienti e
forte dipendenza dall’agricoltura di sussistenza. In molti di questi Paesi la
crescita economica non riesce a mantenere il passo con l’aumento della
popolazione. Inoltre, guerre civili, crisi climatiche, epidemie e oscillazioni
dei prezzi delle materie prime possono annullare rapidamente i progressi
ottenuti.
Preoccupante è anche l’andamento
del Medio Oriente, del Nord Africa, dell’Afghanistan e del Pakistan. La quota
regionale era pari a circa il 34,2% nel 1990 ed era scesa all’11,6% nel 2019.
Successivamente è tornata a crescere, raggiungendo il 12,6% nel 2020 e, secondo
le stime, circa il 14,5% nel 2026. Tale peggioramento riflette probabilmente il
peso di guerre, instabilità economica, migrazioni forzate e crisi politiche. In
Siria, per esempio, la percentuale è salita da poco più dell’1% nel 1996 a quasi
il 18% nel 2022. Anche lo Yemen ha registrato un forte aumento nel periodo
coperto dai dati.
L’America Latina e i Caraibi
presentano una situazione intermedia. La quota regionale è diminuita dal 20,7%
nel 1990 al 6,2% nel 2019 e dovrebbe raggiungere circa il 4% nel 2026. Il
progresso è evidente, ma la regione rimane vulnerabile alle recessioni, all’inflazione
e all’elevata disuguaglianza. Haiti costituisce un’eccezione drammatica:
l’ultimo valore disponibile, relativo al 2012, indica una quota superiore al
65%. Occorre però evitare confronti troppo rigidi, perché gli ultimi dati
nazionali non si riferiscono sempre allo stesso anno.
Nei Paesi ad alto reddito la
povertà misurata con questa soglia è generalmente inferiore all’1%. Ciò non
significa che in Europa o in Nord America la povertà sia assente. La soglia di
3 dollari al giorno identifica forme di privazione estreme ed è particolarmente
utile per confrontare i Paesi a basso reddito. Nei Paesi ricchi la povertà
viene normalmente misurata attraverso soglie relative, legate al reddito
mediano nazionale, che producono valori molto più elevati.
I dati devono infine essere
interpretati con alcune cautele. Le informazioni derivano da indagini sulle
famiglie che possono misurare il reddito oppure i consumi. Le metodologie
possono cambiare nel tempo e creare interruzioni nelle serie storiche. I valori
regionali e mondiali relativi agli anni più recenti, soprattutto quelli fino al
2026, includono estrapolazioni e previsioni basate sull’andamento delle
economie nazionali. Non hanno quindi lo stesso grado di certezza delle
osservazioni direttamente ricavate dalle indagini.
Nel complesso, il quadro è
caratterizzato da un grande progresso storico, ma anche da profonde
disuguaglianze. La povertà estrema non è una condizione inevitabile:
l’esperienza dell’Asia dimostra che può ridursi rapidamente. Tuttavia, il
rallentamento successivo alla pandemia e la crescente concentrazione della
povertà nei Paesi fragili rendono difficile raggiungere l’obiettivo
internazionale di eliminarla entro il 2030. Le politiche future dovranno
combinare crescita economica, istruzione, sanità, infrastrutture, protezione
sociale, stabilità politica e capacità di risposta alle crisi climatiche. La
diminuzione della media mondiale rappresenta un successo, ma non deve
nascondere il fatto che centinaia di milioni di persone continuano a vivere in
condizioni di privazione estrema.
Oriente ed Occidente
L'analisi dei dati evidenzia una
progressiva ridefinizione degli equilibri economici tra Occidente e Oriente. Se
fino agli anni Novanta gran parte della povertà estrema era concentrata nei
Paesi asiatici, la rapida crescita economica di economie come Cina, Vietnam e,
più recentemente, India ha determinato una drastica riduzione della quota di
popolazione che vive sotto la soglia di povertà. Questo processo è stato
favorito dall'industrializzazione, dall'apertura ai mercati internazionali,
dagli investimenti esteri e dall'espansione delle esportazioni, che hanno
trasformato l'Oriente nel principale motore della crescita economica mondiale.
Parallelamente, l'Occidente ha mantenuto livelli di reddito e benessere molto
elevati, ma ha visto diminuire il proprio peso relativo nell'economia globale a
favore delle economie emergenti asiatiche. I dati mostrano quindi come il
divario storico tra Occidente e Oriente si sia notevolmente ridotto: se da un
lato i Paesi occidentali continuano a rappresentare le economie più avanzate,
dall'altro molte nazioni orientali hanno compiuto un rapido percorso di
sviluppo, contribuendo in modo decisivo alla riduzione della povertà mondiale.
Questo cambiamento conferma il progressivo spostamento del baricentro economico
globale verso l'Asia, pur permanendo profonde differenze interne tra i diversi
Paesi della regione e persistendo gravi situazioni di povertà in alcune aree
ancora caratterizzate da instabilità politica e istituzionale.
L’Italia nel contesto europeo e internazionale
Nel contesto europeo e internazionale, l’Italia presenta livelli di povertà estrema molto bassi, in linea con quelli delle economie avanzate dell’Europa occidentale. Grazie a un reddito medio elevato, a un sistema sanitario pubblico, alle pensioni, agli strumenti di assistenza sociale e a una rete di servizi essenziali, la quota di popolazione che vive sotto la soglia internazionale dei 3 dollari al giorno risulta marginale. Tuttavia, questo dato non significa che la povertà sia assente nel Paese. In Italia il problema assume soprattutto la forma della povertà relativa e della povertà assoluta calcolata rispetto al costo della vita nazionale, che colpiscono famiglie numerose, giovani con lavori precari, disoccupati, immigrati e residenti nelle regioni meridionali. Rispetto ai Paesi dell’Europa settentrionale, l’Italia presenta inoltre una crescita economica più debole, salari stagnanti, forti differenze territoriali e una minore partecipazione al lavoro, soprattutto femminile e giovanile. Sul piano internazionale, il Paese appartiene comunque alla parte più ricca del mondo e dispone di condizioni economiche e sociali nettamente migliori rispetto alle aree in cui si concentra la povertà estrema, come l’Africa subsahariana e alcuni Paesi fragili dell’Asia e del Medio Oriente. La posizione italiana mostra quindi l’importanza di distinguere tra povertà estrema globale e disagio economico interno: la prima è quasi scomparsa, mentre il secondo resta un problema rilevante, legato soprattutto alle disuguaglianze, all’aumento del costo della vita e alla difficoltà di garantire opportunità economiche omogenee in tutto il territorio nazionale.
L'analisi dei dati conferma che la
riduzione della povertà estrema costituisce uno dei più importanti successi
dello sviluppo economico contemporaneo. Dal 1990 a oggi la percentuale di
persone che vive al di sotto della soglia internazionale di povertà si è
ridotta in misura significativa, grazie soprattutto ai progressi registrati nei
Paesi asiatici, dove la crescita economica, l'espansione dell'industria e
l'integrazione nei mercati globali hanno migliorato le condizioni di vita di
centinaia di milioni di individui. Allo stesso tempo, i dati evidenziano come
tali progressi siano distribuiti in modo disomogeneo: mentre gran parte
dell'Asia ha conosciuto una rapida trasformazione economica, l'Africa
subsahariana continua a concentrare la quota più elevata di popolazione in
condizioni di povertà estrema. La pandemia di COVID-19 ha inoltre dimostrato
quanto questi risultati possano essere vulnerabili di fronte a crisi economiche
e sanitarie di portata globale. Nel contesto europeo, e in particolare in
Italia, la povertà estrema secondo gli standard internazionali rappresenta un
fenomeno marginale, anche se persistono forme di disagio economico e
disuguaglianza che richiedono interventi mirati. Nel complesso, i dati
dimostrano che la crescita economica, accompagnata da istituzioni solide,
investimenti nell'istruzione, nella sanità e nella protezione sociale,
rappresenta uno strumento fondamentale per ridurre la povertà e promuovere uno
sviluppo più equo e sostenibile a livello globale.
Fonte: Our World in Data
Link: https://ourworldindata.org/
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