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L'evoluzione della povertà estrema nel mondo: un'analisi dei trend globali dal 1990 al 2026

 

 

  • La povertà estrema mondiale si è ridotta drasticamente dal 1990, trainata dalla crescita economica asiatica sostenuta.
  • L'Africa subsahariana concentra ancora la maggiore incidenza della povertà estrema, nonostante progressivi miglioramenti economici registrati.
  • L'Italia presenta livelli minimi di povertà estrema internazionale, persistendo tuttavia rilevanti disuguaglianze socioeconomiche interne nazionali.

 

La povertà estrema rappresenta una delle principali sfide economiche e sociali della comunità internazionale. Per decenni milioni di persone hanno vissuto in condizioni di grave deprivazione, senza un reddito sufficiente per soddisfare i bisogni essenziali quali alimentazione, accesso all'acqua potabile, assistenza sanitaria e istruzione. Negli ultimi trent'anni, tuttavia, il mondo ha assistito a un cambiamento storico: la quota della popolazione globale che vive in povertà estrema si è progressivamente ridotta grazie alla crescita economica, allo sviluppo del commercio internazionale, all'industrializzazione di numerosi Paesi emergenti e all'attuazione di politiche pubbliche volte a migliorare il benessere delle fasce più vulnerabili della popolazione. Nonostante questi importanti risultati, il fenomeno non è stato eliminato e continua a interessare centinaia di milioni di persone, soprattutto nelle aree caratterizzate da instabilità politica, conflitti armati, crisi climatiche e limitato sviluppo economico. L'obiettivo del presente lavoro è analizzare l'evoluzione della povertà estrema nel mondo attraverso i dati forniti dalla Banca Mondiale e da Our World in Data, evidenziando le principali tendenze temporali, le differenze tra le diverse aree geografiche e il ruolo svolto dalle economie emergenti. Particolare attenzione sarà dedicata al confronto tra Oriente e Occidente e alla posizione dell'Italia nel contesto europeo e internazionale, al fine di comprendere le trasformazioni che hanno caratterizzato l'economia mondiale negli ultimi decenni.

 

 

 

L’evoluzione della povertà estrema nel mondo

I dati sulla quota di popolazione che vive in condizioni di povertà estrema mostrano una delle trasformazioni economiche e sociali più rilevanti degli ultimi decenni. L’indicatore considera estremamente povere le persone che vivono con meno di 3 dollari internazionali al giorno, calcolati a prezzi costanti e corretti per le differenze nel costo della vita tra i diversi Paesi. Non si tratta quindi di tre dollari convertiti semplicemente nelle valute nazionali, ma di una soglia costruita per rendere confrontabili condizioni economiche molto diverse.

Il primo elemento che emerge è la forte diminuzione della povertà estrema a livello mondiale. Nel 1990 circa il 43,4% della popolazione globale viveva al di sotto della soglia considerata. Nel 2000 la percentuale era scesa al 36,2%, nel 2010 al 21% e nel 2015 al 13,4%. Nel 2019, immediatamente prima della pandemia, il valore aveva raggiunto il 10,8%. Secondo le stime presenti nel dataset, nel 2026 la quota dovrebbe scendere leggermente sotto il 10%.

Nel complesso, tra il 1990 e il 2026 l’incidenza della povertà estrema mondiale si è quindi ridotta di oltre 33 punti percentuali. In termini relativi, significa che la percentuale di persone estremamente povere è diminuita di circa tre quarti. Il risultato è particolarmente significativo perché si è verificato durante una fase di forte crescita della popolazione mondiale. Nel 1990 gli abitanti del pianeta erano circa 5,3 miliardi; nel 2023 hanno superato gli 8 miliardi. La riduzione della povertà non è dunque il risultato di una diminuzione demografica, ma di un effettivo miglioramento delle condizioni economiche di una parte molto ampia della popolazione.

Anche il numero assoluto delle persone coinvolte è diminuito, sebbene più lentamente rispetto alla percentuale. Nel 1990 vivevano in povertà estrema circa 2,3 miliardi di persone. Nel 2000 erano ancora più di 2,2 miliardi, mentre nel 2010 erano scese a circa 1,47 miliardi. Nel 2015 il numero era vicino al miliardo e nel 2019 a circa 841 milioni. Nel 2023 si stimavano ancora approssimativamente 859 milioni di persone sotto la soglia. Quest’ultimo dato dimostra che una percentuale apparentemente contenuta corrisponde comunque a una quantità enorme di individui.

L’andamento non è stato perfettamente lineare. Il 2020 rappresenta una chiara interruzione della tendenza positiva. Tra il 2019 e il 2020 la quota mondiale è aumentata dal 10,8% all’11,4%, mentre il numero di persone estremamente povere è cresciuto da circa 841 a 900 milioni. La pandemia ha ridotto l’occupazione e i redditi, colpendo soprattutto i lavoratori informali e le famiglie prive di risparmi o di sistemi pubblici di protezione. Dopo il 2020 la percentuale ha ripreso a diminuire, ma il recupero è stato relativamente lento. Nel 2023 il valore mondiale, pari al 10,6%, era solo leggermente inferiore a quello del 2019.

Le medie mondiali nascondono inoltre differenze territoriali enormi. Il progresso più spettacolare si registra nell’Asia orientale e nel Pacifico. Nel 1990 circa il 67% degli abitanti di questa regione viveva in povertà estrema. Nel 2019 la quota era scesa al 2,6% e nel 2026 dovrebbe avvicinarsi all’1,6%. La trasformazione è legata soprattutto alla crescita economica della Cina e, in misura diversa, di Paesi come Vietnam e Indonesia.

Il caso cinese è particolarmente significativo. Nel 1981 il dataset indica che circa il 97% della popolazione cinese viveva sotto la soglia dei 3 dollari al giorno. Nel 2022 la percentuale riportata è sostanzialmente pari a zero. Anche il Vietnam è passato da circa il 57,5% nel 1992 all’1,6% nel 2022. L’Indonesia è scesa da oltre l’86% nel 1984 a circa il 4% nelle stime più recenti. Questi risultati mostrano l’effetto che possono produrre, nel lungo periodo, crescita economica, industrializzazione, urbanizzazione, aumento della produttività e integrazione nei mercati internazionali.

Un miglioramento molto consistente si osserva anche nell’Asia meridionale. La quota regionale è diminuita da quasi il 50% nel 1990 a circa il 2,5% nelle stime del 2026. L’India, che per le sue dimensioni demografiche influenza fortemente la media mondiale, è passata da quasi il 60% nel 1977 a poco più del 5% nel 2022. Il Bangladesh è sceso da circa il 47% nel 1983 al 5,9% nel 2022, mentre il Nepal è passato da oltre l’82% nel 1984 a circa il 2,4%. Il Pakistan ha ottenuto progressi importanti, ma nel 2024 presenta ancora una quota vicina al 23%.

La situazione è molto diversa nell’Africa subsahariana. Nel 1990 circa il 61,5% della popolazione regionale viveva in povertà estrema. Nel 2019 la percentuale era scesa al 43,9%, ma nel 2020 è risalita al 46%. Per il 2026 viene stimato un valore del 43,3%. La riduzione è quindi molto più lenta rispetto a quella asiatica. Inoltre, a causa della rapida crescita demografica, anche quando la percentuale diminuisce il numero assoluto delle persone povere può rimanere stabile o perfino aumentare.

All’interno dell’Africa subsahariana esistono comunque differenze importanti. Nell’Africa occidentale e centrale la quota è diminuita da circa il 61,4% nel 1990 al 33,8% stimato per il 2026. Nell’Africa orientale e meridionale, invece, il valore previsto per il 2026 rimane vicino al 50%. Alcuni Paesi presentano livelli particolarmente elevati: nella Repubblica Democratica del Congo la quota raggiungeva circa l’85% nel 2020; in Mozambico superava l’81% nel 2022; in Malawi era superiore al 75% nel 2019; in Burundi era circa il 74% nel 2020. Anche Zambia, Repubblica Centrafricana e Madagascar presentano percentuali prossime o superiori al 70%.

Questi dati mostrano che la povertà estrema è sempre più concentrata in economie caratterizzate da conflitti, instabilità politica, fragilità istituzionale, infrastrutture insufficienti e forte dipendenza dall’agricoltura di sussistenza. In molti di questi Paesi la crescita economica non riesce a mantenere il passo con l’aumento della popolazione. Inoltre, guerre civili, crisi climatiche, epidemie e oscillazioni dei prezzi delle materie prime possono annullare rapidamente i progressi ottenuti.

Preoccupante è anche l’andamento del Medio Oriente, del Nord Africa, dell’Afghanistan e del Pakistan. La quota regionale era pari a circa il 34,2% nel 1990 ed era scesa all’11,6% nel 2019. Successivamente è tornata a crescere, raggiungendo il 12,6% nel 2020 e, secondo le stime, circa il 14,5% nel 2026. Tale peggioramento riflette probabilmente il peso di guerre, instabilità economica, migrazioni forzate e crisi politiche. In Siria, per esempio, la percentuale è salita da poco più dell’1% nel 1996 a quasi il 18% nel 2022. Anche lo Yemen ha registrato un forte aumento nel periodo coperto dai dati.

L’America Latina e i Caraibi presentano una situazione intermedia. La quota regionale è diminuita dal 20,7% nel 1990 al 6,2% nel 2019 e dovrebbe raggiungere circa il 4% nel 2026. Il progresso è evidente, ma la regione rimane vulnerabile alle recessioni, all’inflazione e all’elevata disuguaglianza. Haiti costituisce un’eccezione drammatica: l’ultimo valore disponibile, relativo al 2012, indica una quota superiore al 65%. Occorre però evitare confronti troppo rigidi, perché gli ultimi dati nazionali non si riferiscono sempre allo stesso anno.

Nei Paesi ad alto reddito la povertà misurata con questa soglia è generalmente inferiore all’1%. Ciò non significa che in Europa o in Nord America la povertà sia assente. La soglia di 3 dollari al giorno identifica forme di privazione estreme ed è particolarmente utile per confrontare i Paesi a basso reddito. Nei Paesi ricchi la povertà viene normalmente misurata attraverso soglie relative, legate al reddito mediano nazionale, che producono valori molto più elevati.

I dati devono infine essere interpretati con alcune cautele. Le informazioni derivano da indagini sulle famiglie che possono misurare il reddito oppure i consumi. Le metodologie possono cambiare nel tempo e creare interruzioni nelle serie storiche. I valori regionali e mondiali relativi agli anni più recenti, soprattutto quelli fino al 2026, includono estrapolazioni e previsioni basate sull’andamento delle economie nazionali. Non hanno quindi lo stesso grado di certezza delle osservazioni direttamente ricavate dalle indagini.

Nel complesso, il quadro è caratterizzato da un grande progresso storico, ma anche da profonde disuguaglianze. La povertà estrema non è una condizione inevitabile: l’esperienza dell’Asia dimostra che può ridursi rapidamente. Tuttavia, il rallentamento successivo alla pandemia e la crescente concentrazione della povertà nei Paesi fragili rendono difficile raggiungere l’obiettivo internazionale di eliminarla entro il 2030. Le politiche future dovranno combinare crescita economica, istruzione, sanità, infrastrutture, protezione sociale, stabilità politica e capacità di risposta alle crisi climatiche. La diminuzione della media mondiale rappresenta un successo, ma non deve nascondere il fatto che centinaia di milioni di persone continuano a vivere in condizioni di privazione estrema.

 


Oriente ed Occidente

L'analisi dei dati evidenzia una progressiva ridefinizione degli equilibri economici tra Occidente e Oriente. Se fino agli anni Novanta gran parte della povertà estrema era concentrata nei Paesi asiatici, la rapida crescita economica di economie come Cina, Vietnam e, più recentemente, India ha determinato una drastica riduzione della quota di popolazione che vive sotto la soglia di povertà. Questo processo è stato favorito dall'industrializzazione, dall'apertura ai mercati internazionali, dagli investimenti esteri e dall'espansione delle esportazioni, che hanno trasformato l'Oriente nel principale motore della crescita economica mondiale. Parallelamente, l'Occidente ha mantenuto livelli di reddito e benessere molto elevati, ma ha visto diminuire il proprio peso relativo nell'economia globale a favore delle economie emergenti asiatiche. I dati mostrano quindi come il divario storico tra Occidente e Oriente si sia notevolmente ridotto: se da un lato i Paesi occidentali continuano a rappresentare le economie più avanzate, dall'altro molte nazioni orientali hanno compiuto un rapido percorso di sviluppo, contribuendo in modo decisivo alla riduzione della povertà mondiale. Questo cambiamento conferma il progressivo spostamento del baricentro economico globale verso l'Asia, pur permanendo profonde differenze interne tra i diversi Paesi della regione e persistendo gravi situazioni di povertà in alcune aree ancora caratterizzate da instabilità politica e istituzionale.

 


L’Italia nel contesto europeo e internazionale

Nel contesto europeo e internazionale, l’Italia presenta livelli di povertà estrema molto bassi, in linea con quelli delle economie avanzate dell’Europa occidentale. Grazie a un reddito medio elevato, a un sistema sanitario pubblico, alle pensioni, agli strumenti di assistenza sociale e a una rete di servizi essenziali, la quota di popolazione che vive sotto la soglia internazionale dei 3 dollari al giorno risulta marginale. Tuttavia, questo dato non significa che la povertà sia assente nel Paese. In Italia il problema assume soprattutto la forma della povertà relativa e della povertà assoluta calcolata rispetto al costo della vita nazionale, che colpiscono famiglie numerose, giovani con lavori precari, disoccupati, immigrati e residenti nelle regioni meridionali. Rispetto ai Paesi dell’Europa settentrionale, l’Italia presenta inoltre una crescita economica più debole, salari stagnanti, forti differenze territoriali e una minore partecipazione al lavoro, soprattutto femminile e giovanile. Sul piano internazionale, il Paese appartiene comunque alla parte più ricca del mondo e dispone di condizioni economiche e sociali nettamente migliori rispetto alle aree in cui si concentra la povertà estrema, come l’Africa subsahariana e alcuni Paesi fragili dell’Asia e del Medio Oriente. La posizione italiana mostra quindi l’importanza di distinguere tra povertà estrema globale e disagio economico interno: la prima è quasi scomparsa, mentre il secondo resta un problema rilevante, legato soprattutto alle disuguaglianze, all’aumento del costo della vita e alla difficoltà di garantire opportunità economiche omogenee in tutto il territorio nazionale.

 


L'analisi dei dati conferma che la riduzione della povertà estrema costituisce uno dei più importanti successi dello sviluppo economico contemporaneo. Dal 1990 a oggi la percentuale di persone che vive al di sotto della soglia internazionale di povertà si è ridotta in misura significativa, grazie soprattutto ai progressi registrati nei Paesi asiatici, dove la crescita economica, l'espansione dell'industria e l'integrazione nei mercati globali hanno migliorato le condizioni di vita di centinaia di milioni di individui. Allo stesso tempo, i dati evidenziano come tali progressi siano distribuiti in modo disomogeneo: mentre gran parte dell'Asia ha conosciuto una rapida trasformazione economica, l'Africa subsahariana continua a concentrare la quota più elevata di popolazione in condizioni di povertà estrema. La pandemia di COVID-19 ha inoltre dimostrato quanto questi risultati possano essere vulnerabili di fronte a crisi economiche e sanitarie di portata globale. Nel contesto europeo, e in particolare in Italia, la povertà estrema secondo gli standard internazionali rappresenta un fenomeno marginale, anche se persistono forme di disagio economico e disuguaglianza che richiedono interventi mirati. Nel complesso, i dati dimostrano che la crescita economica, accompagnata da istituzioni solide, investimenti nell'istruzione, nella sanità e nella protezione sociale, rappresenta uno strumento fondamentale per ridurre la povertà e promuovere uno sviluppo più equo e sostenibile a livello globale.

 

Fonte: Our World in Data

Link: https://ourworldindata.org/




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