Come le epidemie e
la crescita demografica hanno governato il benessere degli italiani per cinque
secoli
Nel
1347 le galee genovesi portano in Sicilia la Peste Nera. In tre anni l'Italia
perde quasi metà dei suoi abitanti: secondo le stime di Federico, Nuvolari,
Ridolfi e Vasta, la popolazione scende da 10,5 milioni nel 1328 a 6,2 milioni
nel 1350, un crollo del 42%. È la più grande catastrofe demografica della
storia italiana.
Eppure,
nello stesso periodo, il reddito per abitante dei sopravvissuti sale. Il PIL
pro capite passa da 1.205 dollari nel 1328 a 1.411 nel 1350 e tocca il massimo
di tutta la serie nel 1367, con 1.735 dollari. Il paradosso ha una spiegazione
semplice: la terra, le case e gli attrezzi restano, ma i lavoratori sono molti
meno. Ognuno dispone di più risorse e il lavoro diventa scarso e quindi meglio
pagato.
È
il meccanismo descritto da Thomas Malthus alla fine del Settecento. In
un'economia preindustriale, dove la terra è il fattore decisivo e la tecnologia
cambia lentamente, popolazione e reddito per abitante si muovono in direzioni
opposte. Quando la popolazione cala il reddito sale; quando cresce, il reddito
scende.
Le
serie italiane mostrano questo schema con chiarezza. Su cinque secoli la
correlazione tra popolazione e PIL pro capite è negativa (−0,54). La
popolazione tocca il minimo nel 1415, con 5,8 milioni di abitanti, e proprio il
primo Quattrocento è uno dei periodi più prosperi: nel 1400-24 il PIL pro
capite medio è di 1.525 dollari.
C'è
un dettaglio rivelatore. Le giornate lavorative annue, stimate dagli autori,
scendono da 242 nel 1320 a 220 nel 1400. Gli italiani del Quattrocento non solo
guadagnavano di più: potevano anche permettersi di lavorare meno. Il benessere
post-peste si traduceva in parte in tempo libero.
Con
il Rinascimento la popolazione si riprende: 7,8 milioni nel 1500, 11,3 milioni
nel 1600. Ma come previsto dallo schema malthusiano, il reddito per abitante
scende. Dai 1.525 dollari del primo Quattrocento si passa a 1.287 nel 1525-49.
L'età di Michelangelo e Raffaello è, per l'italiano medio, un'età di salari in
calo.
Anche
le giornate di lavoro raccontano la stessa storia, rovesciata: da 220 nel 1400
salgono a 244 nel 1500 e a 271 nel 1600. Per mantenere il proprio tenore di
vita gli italiani devono lavorare di più, un fenomeno che gli storici chiamano
«rivoluzione industriosa».
Il
Seicento ripropone il paradosso su scala minore. La peste del 1630, quella dei
Promessi Sposi, colpisce soprattutto il Centro-Nord: la popolazione dell'area
scende da 7,4 milioni nel 1629 a 6,5 nel 1632, un calo del 12%. Nello stesso
intervallo il PIL pro capite del Centro-Nord sale da 1.306 a 1.537 dollari,
quasi il 18% in più.
Ventisei
anni dopo tocca al Mezzogiorno. La peste del 1656 riduce la popolazione del Sud
da 3,8 a 2,8 milioni, un crollo del 26%. Ancora una volta i redditi dei
sopravvissuti tengono. Le epidemie del Seicento, terribili sul piano umano,
spiegano in parte la relativa prosperità italiana di metà secolo.
Dopo
il 1700 le grandi pesti scompaiono dall'Italia, e la popolazione cresce senza
interruzioni: 11,8 milioni nel 1700, 17,7 nel 1800, 24,9 nel 1861. In un secolo
e mezzo gli italiani raddoppiano.
Il
reddito per abitante segue la direzione opposta. Dai 1.439 dollari del 1700 si
scende a 918 nel 1800, il punto più basso di tutta la serie, aggravato dalle
guerre napoleoniche. Nel 1861 il PIL pro capite è di 1.126 dollari, il 22% in
meno rispetto al 1700. Gli italiani dell'Unità sono più del doppio di quelli di
inizio Settecento, ma ciascuno di loro è più povero.
È
la trappola malthusiana nella sua forma più pura. Più bocche, la stessa terra,
tecniche agricole quasi immutate: il risultato è un impoverimento lento ma
costante. Le giornate di lavoro restano intorno a 266 all'anno, ben sopra i
livelli medievali: lavorare di più non basta a compensare.
Un
indicatore spiega meglio di altri perché il reddito dipendesse così tanto dal
numero degli abitanti. È la quota di lavoratori occupati fuori
dall'agricoltura, cioè nella manifattura, nel commercio e nei servizi. Nel 1300
era del 33%, nel 1500 del 34%, nel 1700 del 33%, nel 1861 del 32%. In più di
cinque secoli la struttura dell'economia italiana resta praticamente immobile.
Questo
significa che due italiani su tre continuano a vivere della terra, dal Medioevo
all'Unità. Quando la popolazione cresce, i nuovi lavoratori non trovano posto
in botteghe e manifatture in espansione: finiscono nei campi, dove la terra
disponibile per ciascuno diminuisce. È il cuore della trappola malthusiana.
Senza un settore non agricolo capace di assorbire le braccia in più, ogni
aumento demografico si traduce in un calo del reddito per abitante.
Le
differenze territoriali confermano il quadro: nel Centro-Nord la quota non
agricola resta intorno al 35-37%, nel Sud sale dal 24 al 28% nel corso del
Quattrocento e poi si ferma.
Nello
stesso periodo altri paesi europei riescono a rompere il legame tra popolazione
e povertà. In Inghilterra e nei Paesi Bassi la popolazione cresce e, nonostante
questo, il reddito per abitante aumenta: commercio atlantico, innovazioni
agricole e, in Inghilterra, la rivoluzione industriale creano risorse più in
fretta di quanto crescano le persone.
L'Italia
non trova un motore analogo. Le sue manifatture tradizionali perdono mercati, i
traffici si spostano sull'Atlantico, l'agricoltura migliora troppo lentamente.
Fino all'Unità, la sorte economica degli italiani resta legata all'equilibrio
tra uomini e terra.
Il
legame tra popolazione e reddito in queste serie va letto con prudenza. Le
stime del PIL sono costruite in buona parte a partire dai salari reali, che
reagiscono direttamente alla scarsità di lavoratori; una parte della
correlazione è quindi incorporata nel metodo stesso. Il quadro generale è però
coerente con quanto sappiamo da prezzi, rendite e consumi.
Il
messaggio di fondo è che per cinque secoli il benessere degli italiani è dipeso
meno dalla loro operosità che dal loro numero. Furono più ricchi quando erano
pochi, dopo le grandi pesti, e più poveri quando erano molti. Solo dopo
l'Unità, con l'industrializzazione, quella regola cominciò lentamente a
cambiare.
Fonte dei dati:
Federico G., Nuvolari A., Ridolfi L., Vasta M., «Italy's long-term economic
performance: GDP estimates from 1300 to 1861», Economic History Review; dati di
replica ICPSR 237682, versione 1.1 (fogli «GDPpc and population» e «working
days»). Popolazione in milioni di abitanti; PIL in dollari internazionali 1990.

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