Con l’espressione
“selling the dream” possiamo descrivere un meccanismo potente e profondamente
radicato nelle società contemporanee: la capacità di orientare i comportamenti
individuali attraverso la promessa di un futuro desiderabile. Non si tratta
semplicemente di una strategia comunicativa o di marketing, ma di una vera e
propria opzione di ordine sociale. Una volta che il sogno è stato interiorizzato,
l’individuo si mette spontaneamente in moto: investe tempo, energie, risorse
economiche e mentali per raggiungere un obiettivo personale, spesso definito in
termini di successo, realizzazione o riconoscimento sociale. In questo modo, il
sistema ottiene stabilità senza bisogno di coercizione diretta (Brown, 2020;
Rosa, 2020).
difficilmente
avrà il tempo, l’energia o l’interesse per mettere in discussione l’assetto
complessivo della società. È una forma di ordine “soft”, basata
sull’auto-regolazione più che sull’imposizione. Il sogno diventa così una forza
centripeta che incanala milioni di vite individuali in traiettorie prevedibili,
contribuendo a mantenere l’equilibrio del sistema (Reckwitz, 2023).
Tuttavia, questo meccanismo porta con sé una serie di
implicazioni profonde e, in alcuni casi, problematiche. Se l’energia collettiva
viene interamente assorbita dalla dimensione individuale, cosa accade alla
sfera pubblica? Cosa succede quando nessuno si occupa più del bene comune?
(Brown, 2020).
Immaginiamo per un momento uno scenario alternativo: le stesse
persone che oggi inseguono il proprio sogno personale decidono di investire
tempo, competenze e risorse per cambiare le strutture sociali, economiche e
politiche. Il risultato sarebbe potenzialmente destabilizzante per chi detiene
il potere. Una cittadinanza attiva, competente e organizzata rappresenta
infatti una forza capace di mettere in discussione assetti consolidati, di
chiedere accountability e di pretendere riforme profonde.
In questo senso, il messaggio “follow your dream” può essere
letto anche come una forma di depoliticizzazione implicita. Non perché sia
sbagliato in sé, ma perché, se assolutizzato, rischia di distogliere
l’attenzione dalle dinamiche collettive. Il sogno individuale diventa una sorta
di “valvola di sfogo” che mantiene il sistema funzionante. Alcuni ce la faranno
davvero: diventeranno ricchi, famosi, influenti. Ma la maggioranza no. E mentre
molti inseguono una promessa che solo pochi realizzeranno, il sistema continua
a operare indisturbato (Mijs, 2021; Markovits, 2021).
Questo non significa che le persone non debbano seguire i propri
sogni. Al contrario, la possibilità di autodeterminarsi è uno dei pilastri
fondamentali delle società occidentali. La libertà individuale, la mobilità
sociale e la realizzazione personale sono valori centrali e irrinunciabili. Il
problema nasce quando questa dimensione diventa esclusiva, quando cioè
l’individuo si chiude completamente nella propria traiettoria, perdendo il
legame con la comunità e con le dinamiche collettive (Côté, 2022).
Il paradosso è evidente: una società che enfatizza al massimo la
libertà individuale rischia, nel lungo periodo, di indebolire le condizioni che
rendono possibile quella stessa libertà. Se nessuno si occupa del bene
pubblico, la qualità della governance tende inevitabilmente a peggiorare
(Brown, 2020). E quando la governance peggiora, le opportunità individuali si
riducono.
Un esempio emblematico è rappresentato dalla progressiva crisi
del cosiddetto “sogno americano”. Per decenni, gli Stati Uniti sono stati
percepiti come la terra delle opportunità: un luogo in cui chiunque, anche
partendo da condizioni modeste, poteva migliorare la propria posizione sociale
attraverso il lavoro e l’impegno. Oggi questa narrazione è sempre più fragile.
L’accesso alla casa, all’istruzione e a un tenore di vita dignitoso è diventato
più difficile, soprattutto per le nuove generazioni. Il sogno non è scomparso
del tutto, ma è diventato meno accessibile, più selettivo (Milanovic, 2021;
Friedman & Laurison, 2020).
Una dinamica simile si osserva anche in Italia. Nel secondo
dopoguerra, il Paese ha conosciuto una fase di forte mobilità sociale.
L’operaio che si trasferiva dal Sud al Nord, ad esempio, poteva aspirare a una
vita stabile: acquistare una casa, mantenere una famiglia con un solo reddito,
garantire ai figli un’istruzione universitaria. Questo fenomeno è stato
definito da alcuni come “aristocrazia proletaria”, a indicare un miglioramento
significativo delle condizioni di vita delle classi lavoratrici.
Oggi, quel modello appare sempre più lontano. Gli stipendi medi
si collocano spesso tra i 1200 e i 2000 euro, con punte di 3000-3500 euro anche
per figure manageriali. Redditi che, nella maggior parte dei casi, non
consentono più di replicare il tenore di vita delle generazioni precedenti.
L’insicurezza lavorativa è aumentata, la precarietà è diffusa e colpisce anche
ruoli un tempo considerati stabili. Fusioni, acquisizioni e ristrutturazioni
aziendali rendono il mercato del lavoro sempre più volatile (Standing, 2021).
In questo contesto, il sogno individuale rischia di trasformarsi
in frustrazione. Ma il problema non è solo economico: è anche sociale e
politico. La riduzione della partecipazione alla vita pubblica ha conseguenze
dirette sulla qualità della classe dirigente. Se le persone più competenti e
preparate si concentrano esclusivamente sulla propria carriera privata, la
politica tende a essere occupata da individui meno qualificati.
Questo crea un circolo vizioso. Una classe politica debole prende
decisioni inefficaci, che peggiorano le condizioni economiche e sociali. A loro
volta, queste condizioni rendono ancora più difficile la realizzazione dei
sogni individuali. Il risultato è una progressiva perdita di fiducia nel
futuro.
In Italia, questo fenomeno si traduce in una diffusa sensazione
di incertezza. Molti cittadini percepiscono il futuro come minaccioso: temono
la perdita del lavoro, il declino dei servizi pubblici, l’instabilità
internazionale. E soprattutto, non credono che le istituzioni siano in grado di
proteggerli. Quando il settore privato fallisce, lo Stato dovrebbe intervenire.
Ma se lo Stato è inefficiente o mal gestito, il sistema entra in crisi.
Questo “corto circuito” tra inefficienza pubblica e fragilità
privata ha effetti profondi sulla società. Alimenta la sfiducia, riduce la
coesione sociale e scoraggia l’impegno civico. Le persone si chiudono sempre di
più nella propria dimensione individuale, rafforzando ulteriormente il problema
(Rosa, 2020).
Eppure, attribuire tutta la responsabilità al sistema sarebbe
riduttivo. Anche i cittadini hanno un ruolo. La scelta di disinteressarsi della
vita pubblica, di non sviluppare competenze politiche e sociali, contribuisce
al deterioramento della governance. La democrazia non è un meccanismo automatico:
richiede partecipazione, consapevolezza e responsabilità.
Un tempo, la classe politica era composta da figure con una forte
visione strategica e una solida preparazione. Personaggi anche controversi, ma
capaci di pensare in termini di lungo periodo e di affrontare sfide complesse.
Oggi, in molti casi, la politica appare priva di visione, limitata alla
gestione ordinaria e incapace di affrontare le grandi trasformazioni globali.
Questo si riflette anche a livello europeo. Il progetto
dell’integrazione, pur essendo uno dei più ambiziosi della storia
contemporanea, attraversa una fase di stagnazione. Le crisi internazionali
mettono in evidenza la difficoltà di coordinamento e la mancanza di leadership.
Allo stesso tempo, problemi interni come la sanità, il sistema pensionistico,
le politiche del lavoro e l’integrazione degli immigrati restano spesso
irrisolti o affrontati in modo inefficace (Van de Werfhorst, 2024; Cieslik et
al., 2022).
Di fronte a questo scenario, è necessario ripensare il
significato stesso di “seguire il proprio sogno”. Il sogno individuale non deve
essere abbandonato, ma integrato in una visione più ampia. La realizzazione
personale può avere senso e valore solo all’interno di un contesto collettivo
sano e funzionante.
In altre parole, il vero obiettivo dovrebbe essere quello di
conciliare libertà individuale e responsabilità collettiva. Non si tratta di
sacrificare l’una per l’altra, ma di riconoscere che sono interdipendenti. Un
individuo può realizzarsi pienamente solo in una società che offre opportunità,
stabilità e servizi adeguati. E una società può funzionare bene solo se i suoi
membri partecipano attivamente alla sua costruzione.
Questo implica lo sviluppo di competenze che vanno oltre la sfera
professionale: capacità di analisi critica, conoscenza delle istituzioni,
abilità relazionali e organizzative. Significa anche dedicare tempo alla
comunità, informarsi, partecipare al dibattito pubblico, contribuire – anche
nel proprio piccolo – al miglioramento delle condizioni collettive.
Il sogno, quindi, non deve essere abbandonato, ma ampliato. Non
solo “il mio sogno”, ma anche “il nostro sogno”: una società più equa, più
stabile, più giusta. Un contesto in cui il successo individuale non sia
un’eccezione riservata a pochi, ma una possibilità concreta per molti.
In conclusione, selling the dream è un meccanismo potente che ha
contribuito alla stabilità delle società moderne, ma che oggi mostra i suoi
limiti. La sfida del futuro sarà trovare un equilibrio tra aspirazioni
individuali e responsabilità collettive. Solo così sarà possibile costruire un
sistema in cui il sogno non sia un’illusione per molti e una realtà per pochi,
ma una prospettiva condivisa e sostenibile.
|
Tema |
Sintesi |
Critica |
Referenze |
|
Selling the dream |
Il sogno individuale garantisce ordine sociale senza coercizione |
Rischia di essere uno strumento di controllo invisibile |
Brown (2020); Rosa (2020) |
|
Effetto sociale |
Individualismo riduce partecipazione e bene comune |
Depoliticizzazione e disimpegno civico |
Reckwitz (2023); Brown (2020) |
|
Conseguenze |
Peggior governance e crisi del sogno |
Il sistema riduce le opportunità che promette |
Milanovic (2021); Friedman & Laurison (2020) |
|
Dinamica attuale |
Precarietà e sfiducia crescente |
Disuguaglianze strutturali e precarizzazione |
Standing (2021); Rosa (2020) |
|
Soluzione |
Integrare individuo e collettivo |
Difficile equilibrio tra libertà e responsabilità |
Van de Werfhorst (2024); Cieslik et al. (2022) |
Referenze
Brown, W. (2019). In the ruins of neoliberalism: The rise of
antidemocratic politics in the West. Columbia University Press.
Van De Werfhorst, H. G. (2024). Is meritocracy not so bad after all?
Educational expansion and intergenerational mobility in 40 countries.
American Sociological Review, 89(6), 1181–1213.
Cieslik, K., Barford, A., & Vira, B. (2022). Young people not in
employment, education or training (NEET) in Sub-Saharan Africa: Sustainable
development target 8.6 missed and reset. Journal of Youth Studies, 25(8),
1126–1147.
Friedman, S., & Laurison, D. (2020). The class ceiling: Why it pays
to be privileged.
Milanovic, B. (2019). Capitalism, alone: The future of the system that
rules the world. Harvard University Press.
Søbjerg, L. M. (2012). The meritocracy trap: How America’s foundational
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Tidsskrift for professionsstudier, 16(31), 150–153.
Standing, G. (2014). The precariat: the new dangerous class (Revised
edition). Bloomsbury Academic.
Reckwitz, A. (2023). The Society of Singularities: Reply to Four Critics.
Analyse
& Kritik, 45(1), 177–187.
Rosa, H. (2020). The uncontrollability
of the world. John Wiley & Sons.
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