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Le Undici Italie: Chi Sale e Chi Scende nella Classifica delle Regioni, 1325–1861

 

Cinque secoli di PIL pro capite regionale, tra primati che durano e sorpassi inattesi

Le discussioni sul divario territoriale italiano tendono a ridurre il paese a due blocchi: un Nord ricco e un Sud povero. Le nuove stime regionali di Federico, Nuvolari, Ridolfi e Vasta, contenute nel pacchetto di replica ICPSR 237682, permettono di guardare più da vicino. Riportano il PIL pro capite di 11 regioni in dollari internazionali 1990, come media di 22 periodi di 25 anni dal 1325-49 al 1850-61.

Messe in classifica, queste undici Italie raccontano una storia molto più mobile di quella dei due blocchi. Ci sono regioni sempre in testa, regioni che scivolano dal vertice a metà classifica e una regione che parte ultima e arriva quarta. L'Italia dell'Unità non è una fotografia del Medioevo: è il risultato di cinque secoli di salite e discese.

Una classifica in movimento

Il primo dato riguarda chi occupa il primo posto. In 22 periodi il vertice cambia mano più volte, ma solo cinque regioni lo raggiungono. La Liguria è prima in 12 periodi, il Lazio in 6, il Veneto in 2, la Toscana e la Lombardia in uno ciascuno. Nessuna regione del Sud, nemmeno la Campania di Napoli capitale, conquista mai il primato.

Il fondo della classifica è più stabile ma non immobile. Dal 1325 al 1499 l'ultima regione è sempre la Puglia. Per tutto il Cinque e Seicento l'ultimo posto passa al Piemonte, che lo occupa per otto periodi consecutivi, dal 1500 al 1699. Nel Settecento e nel primo Ottocento tocca alla Sicilia, nei decenni finali alla Sardegna.

Il grafico segue quattro regioni che riassumono le traiettorie possibili, misurando il loro PIL pro capite in percentuale della media delle undici regioni.

La Liguria, sempre in alto

La Liguria è la regione più costante. In nessuno dei 22 periodi scende sotto il terzo posto, e la sua posizione media in classifica è 1,6. Il suo reddito oscilla tra il 111 e il 140% della media italiana: il minimo arriva nel 1425-49, quando la Repubblica di Genova attraversa una fase di crisi politica e commerciale, il massimo alla vigilia dell'Unità.

È il caso tipico di un'economia di porto. Genova aveva un entroterra piccolo e povero, ma una città-porto che viveva di commercio, navigazione e finanza. Nella media regionale il peso della città era altissimo, e questo bastava a tenere la Liguria in testa. Nell'Ottocento sabaudo, con lo sviluppo del porto e delle prime industrie, il vantaggio si allarga ancora: nel 1850-61 la Liguria è al 140% della media, quasi il doppio della Sardegna.

Il Lazio, dal primo posto al sesto

Il Lazio segue la parabola opposta. Nel Tre e Quattrocento è la regione più ricca d'Italia in sei periodi, con un massimo nel 1425-49, quando tocca il 139% della media e 2.101 dollari per abitante. È la ricchezza di Roma capitale della cristianità, alimentata dalle rendite che la Curia raccoglieva in tutta l'Europa cattolica dopo il ritorno da Avignone e la fine dello Scisma.

Il Cinquecento interrompe questa fase. Nel 1500-24 il Lazio è già al 118%, nel 1525-49 scende al 110%. Il sacco di Roma del 1527 e la Riforma protestante riducono i flussi verso la Curia. Il Seicento barocco riporta il Lazio intorno al 120% e, per un periodo, di nuovo al primo posto (1650-74). Ma il declino riprende nel Settecento e accelera nell'Ottocento: nel 1850-61 il Lazio è al 105% della media e al sesto posto. Una ricchezza basata su redditi trasferiti si dimostra più fragile di una basata sulla produzione.

Il Piemonte, dall'ultimo posto al quarto

La traiettoria più sorprendente è quella del Piemonte. Per tre secoli è una delle regioni più povere d'Italia. Nel 1500-24 tocca il fondo, con il 67% della media: un piemontese medio produceva due terzi di un italiano medio e poco più della metà di un toscano. È un'area rurale, di montagna e di pianura poco irrigata, segnata dalle guerre tra Francia e Spagna che la attraversano per tutta la prima metà del Cinquecento.

La risalita è lenta ma continua. Dal 1700 il Piemonte guadagna posizioni in quasi ogni periodo: dal 75% del 1675-99 all'82% del 1700-24, all'87% del 1750-74, fino a superare la media italiana nel 1800-24 (105%). Nel 1850-61 è al quarto posto con il 106%. In classifica sale dall'undicesimo al quarto posto in un secolo e mezzo.

Le ragioni sono diverse: le riforme amministrative e fiscali sabaude, l'espansione della risicoltura e della gelsicoltura, la crescita di Torino come capitale. Il dato, in ogni caso, è chiaro: lo Stato che guiderà l'Unità non era sempre stato tra i più ricchi. Era una regione in rimonta, e la sua rimonta era già in corso un secolo prima del 1861.

La Sicilia, dal grano al fondo

La Sicilia percorre la strada inversa. Nel Trecento è sotto la media, all'81-89%. Nel Quattrocento cresce rapidamente: nel 1475-99 è al 107% della media e al quarto posto in Italia, sopra il Veneto, la Lombardia e l'Emilia. È la Sicilia aragonese del grano e dello zucchero, che esporta in tutto il Mediterraneo.

Dal Cinquecento il declino è quasi ininterrotto. Il grano siciliano perde mercati, la produzione di zucchero si sposta verso l'Atlantico, la popolazione cresce. Nel 1700-24 l'isola è al 78% della media, e dal 1725 al 1824 occupa l'ultimo posto per quattro periodi consecutivi. Nell'Ottocento risale leggermente, ma nel 1850-61 resta all'81%.

Le altre regioni

Le traiettorie delle regioni non seguite nel grafico completano il quadro. La Lombardia passa dall'88% della media nel 1425-49 al 126% nel 1725-49, quando è prima in classifica: la pianura irrigua e la seta la trasformano nel Settecento in una delle regioni più ricche. La Toscana resta sopra la media per tutto il periodo, ma il suo vantaggio si riduce dal 122% del 1500-24 al 102% del primo Ottocento. L'Emilia, al 106% nel 1450-74, scende al 77% nel 1675-99.

Nel Mezzogiorno la Campania resta vicina alla media per secoli, con un massimo del 113% nel 1525-49, e scivola al 92% nel 1850-61. La Puglia, ultima per tutto il Medioevo, risale all'80-88% tra Sei e Ottocento. La Sardegna, vicina alla media fino al 1400 circa, chiude il periodo come la regione più povera, al 71%.

Più uguali o più diverse?

Le stime permettono anche di misurare quanto fossero diverse le regioni tra loro. Il coefficiente di variazione, che misura la dispersione dei redditi intorno alla media, è massimo nel 1475-99 (19,5%) e minimo nel 1575-99 (13,0%). Nel Cinquecento le undici Italie si avvicinano: le regioni ricche perdono terreno e quelle povere ne guadagnano. Nel Seicento e Settecento la distanza torna ad aumentare, e alla vigilia dell'Unità il coefficiente è al 18,5%, vicino ai valori medievali.

Lo stesso si vede nel rapporto tra la regione più ricca e la più povera. Nel 1350-74 il Lazio aveva un PIL pro capite 2,05 volte quello della Puglia; nel 1600-24 la Liguria superava il Piemonte di 1,52 volte; nel 1850-61 la distanza tra Liguria e Sardegna torna a 1,97 volte.

Che cosa ci dicono questi numeri

L'Italia preunitaria non era divisa in due, ma in molte parti con destini diversi. Il primato economico è passato dal Lazio pontificio alla Liguria, con brevi incursioni di Veneto, Toscana e Lombardia. Il fondo è passato dalla Puglia al Piemonte, poi alla Sicilia e alla Sardegna. Regioni che oggi associamo alla ricchezza, come il Piemonte, erano tra le più povere per secoli; regioni oggi in difficoltà, come la Sicilia, sono state per un periodo tra le più prospere.

Le cautele sono quelle consuete. Le regioni sono unità moderne, non Stati storici, e le medie di 25 anni nascondono crisi brevi. I margini d'errore delle stime più antiche sono ampi, per cui differenze di pochi punti vanno lette come parità. Ma i movimenti più ampi, come la caduta del Lazio o la risalita del Piemonte, superano di molto questi margini.

Il messaggio di fondo è che la geografia economica italiana non è un destino. È cambiata più volte in cinque secoli, e le posizioni del 1861 erano il risultato di una storia recente quanto di una storia antica.

Fonte dei dati: Federico G., Nuvolari A., Ridolfi L., Vasta M., «Italy's long-term economic performance: GDP estimates from 1300 to 1861», Economic History Review; dati di replica ICPSR 237682, versione 1.1 (foglio «GDPpc regional series»). Percentuali calcolate sulla media semplice delle 11 regioni in ciascun periodo.

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