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L’impatto della pandemia e il rimbalzo del 2021 nel consumo materiale delle regioni italiane

 

Il set di dati sul Consumo materiale interno tra il 2015 e il 2021 offre una fotografia molto ricca delle differenze territoriali e delle trasformazioni economiche avvenute in Italia in un periodo segnato prima da una fase di crescita moderata e poi dallo shock della pandemia, seguito da un rimbalzo solo parziale. Il CMI è un indicatore particolarmente significativo perché misura quante risorse materiali vengono effettivamente utilizzate in un territorio e quindi riflette sia il livello di attività produttiva sia l’intensità infrastrutturale e dei consumi, oltre a dare indicazioni indirette sulla pressione ambientale. Guardando ai dati regionali emerge innanzitutto una forte eterogeneità strutturale tra Nord, Centro e Sud, con le grandi regioni industriali che mantengono valori assoluti molto più elevati e con dinamiche spesso più robuste rispetto alle regioni meno industrializzate. La Lombardia si conferma nettamente la prima regione per consumo materiale, passando da 81,3 nel 2015 a 86,7 nel 2021, con un incremento di 5,4 pari a circa il 6,6 per cento, un risultato che mostra come, nonostante la flessione del 2020 legata alla pandemia, il sistema produttivo lombardo abbia recuperato rapidamente nel 2021 tornando vicino ai massimi precedenti, segno di una struttura economica ampia, diversificata e relativamente resiliente. Anche il Veneto mostra una dinamica molto positiva, con una crescita da 36 a 45,4 che equivale a un aumento del 26 per cento circa, il più alto tra le grandi regioni, e questo suggerisce un rafforzamento significativo della base produttiva e degli investimenti, soprattutto considerando che dopo una fase di relativa stabilità fino al 2018 si osserva un’accelerazione nel 2019, una lieve contrazione nel 2020 e poi un forte balzo nel 2021, probabilmente legato alla ripresa di settori manifatturieri e delle costruzioni. L’Emilia-Romagna presenta un andamento più regolare e complessivamente positivo, passando da 45,2 a 48,9 con un incremento dell’8,2 per cento circa, anche se con oscillazioni interne al periodo e un calo evidente nel 2020, a conferma di una regione con un elevato consumo materiale strutturale ma anche con una certa stabilità di fondo. Il Piemonte cresce anch’esso in modo moderato da 33,8 a 37,8, con un aumento vicino al 12 per cento, ma con un profilo meno lineare che riflette probabilmente la sensibilità di alcune filiere industriali ai cicli economici, in particolare tra il 2017 e il 2020. Tra le regioni del Nord-Est e alpine, il Trentino-Alto Adige spicca per la crescita percentuale molto elevata, da 11,3 a 15,4, pari a oltre il 36 per cento, un dato che suggerisce un’intensa fase di investimenti e di attività legate a settori materialmente intensivi come costruzioni, infrastrutture e probabilmente anche alcune componenti del turismo, mentre il Friuli-Venezia Giulia mostra una dinamica opposta, con una riduzione molto marcata da 13,9 a 9,2, cioè circa meno 34 per cento, dopo aver toccato un picco nel 2018 e poi aver subito un forte ridimensionamento nel biennio successivo, il che può essere interpretato come segnale di una contrazione strutturale delle attività più material-intensive o di una riorganizzazione del sistema produttivo regionale. Nel Centro Italia il quadro appare più stagnante: la Toscana passa da 27,8 a 28,6 con un aumento di appena il 2,9 per cento, mostrando una crescita fino al 2019, un calo nel 2020 e un recupero solo parziale nel 2021, il che indica un’economia che non modifica in modo sostanziale la propria intensità materiale complessiva; l’Umbria scende leggermente da 12,1 a 11,3 con una perdita di circa il 6,6 per cento, segnalando una difficoltà a mantenere i livelli iniziali e una certa fragilità strutturale; le Marche mostrano un lieve aumento da 9,4 a 9,9 pari a poco più del 5 per cento, ma con forti oscillazioni e un minimo molto basso nel 2020, cosicché il 2021 appare più come un ritorno verso i livelli precedenti che come l’inizio di una vera fase espansiva; il Lazio, nonostante il peso economico e demografico, registra una riduzione da 39,1 a 36,6, cioè circa meno 6,4 per cento, con un calo già evidente nella prima parte del periodo, un parziale recupero nel 2019, una nuova flessione nel 2020 e una ripresa incompleta nel 2021, un profilo che può riflettere sia una trasformazione verso attività meno material-intensive sia una perdita di slancio in alcuni comparti tradizionali. Nel Mezzogiorno le dinamiche sono molto differenziate: la Campania resta sostanzialmente stabile passando da 22,6 a 22,8, con variazioni limitate e un forte impatto del 2020, il che suggerisce una struttura economica che non cresce in intensità materiale ma nemmeno arretra in modo significativo nel lungo periodo; la Puglia scende da 48,6 a 45,7 con una riduzione di circa il 6 per cento, dopo una fase di calo tra 2015 e 2018, un rimbalzo nel 2019 e una nuova flessione nel 2020 seguita da un recupero parziale, ma il saldo finale resta negativo e indica una difficoltà a consolidare una crescita stabile; l’Abruzzo passa da 10,5 a 9,9 con una perdita di circa il 5,7 per cento, mostrando un profilo simile a quello di altre regioni medio-piccole, caratterizzato da oscillazioni e da un recupero incompleto dopo il crollo del 2020; la Basilicata cresce da 6,3 a 6,9 con un aumento di circa il 9,5 per cento, un dato che, pur su valori assoluti contenuti, segnala una dinamica positiva probabilmente legata a pochi ma importanti poli industriali o a specifici investimenti infrastrutturali; la Calabria resta quasi ferma da 11,2 a 11,4 con un aumento di appena l’1,8 per cento e con un andamento molto irregolare, segno di una stagnazione strutturale e di una forte dipendenza da singoli shock congiunturali; la Sicilia mostra anch’essa una sostanziale stabilità passando da 35,8 a 36,4 con un aumento dell’1,7 per cento, ma con un crollo molto marcato nel 2020 e un rimbalzo nel 2021 che riporta la regione solo leggermente sopra il livello iniziale, suggerendo una ripresa rapida ma non un vero cambio di passo strutturale; la Sardegna invece evidenzia una crescita più significativa da 22,1 a 25, pari a circa il 13 per cento, nonostante forti oscillazioni intermedie, il che può essere collegato a cicli di investimento in settori come energia, infrastrutture o grandi opere; il Molise, pur partendo da valori molto bassi, cresce da 4,1 a 5,5 con un aumento del 34 per cento, un dato che va interpretato con cautela perché le variazioni su basi così piccole amplificano le percentuali, ma che indica comunque un rafforzamento relativo dell’attività materiale. Tra le regioni più piccole, la Valle d’Aosta scende da 0,6 a 0,4 con una riduzione di un terzo, un dato che in valore assoluto è minimo ma che segnala comunque una contrazione delle attività materialmente più intensive, mentre la Liguria resta sostanzialmente stabile passando da 11,2 a 11,7 con un aumento del 4,5 per cento, ma con un andamento molto irregolare che riflette la natura mista della sua economia tra portualità, servizi e alcune attività industriali specifiche. Nel complesso, il periodo 2015-2021 mostra chiaramente l’impatto del 2020 come spartiacque, con quasi tutte le regioni in calo e un recupero nel 2021 che però non sempre riporta ai livelli precedenti, e mette in evidenza un’Italia a più velocità in cui il Nord industriale tende a consolidare o rafforzare la propria base materiale, il Centro appare più stagnante e il Sud resta diviso tra alcune realtà in crescita e altre in difficoltà. Dal punto di vista delle politiche pubbliche, questi dati suggeriscono una doppia sfida: sostenere la ripresa nelle aree che hanno perso terreno e, allo stesso tempo, governare la crescita nelle regioni più dinamiche in una prospettiva di sostenibilità, perché un aumento del consumo materiale, se non accompagnato da miglioramenti di efficienza e da un maggiore ricorso all’economia circolare, implica un incremento delle pressioni ambientali. In definitiva, il Consumo materiale interno racconta non solo l’andamento congiunturale dell’economia italiana in questi anni difficili, ma anche la persistenza di divari strutturali territoriali e la necessità di una strategia di sviluppo che sappia coniugare ripresa economica, riequilibrio territoriale e riduzione dell’intensità materiale della crescita.

Fonte: ISTAT

Link: www.istat.it






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