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In vent’anni la discarica passa da soluzione
dominante a opzione residuale, ma con forti divari territoriali persistenti.
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Il Nord consolida sistemi maturi, mentre Centro
e Isole mostrano ancora oscillazioni e ritardi strutturali significativi.
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Il Mezzogiorno riduce drasticamente i
conferimenti, ma con percorsi discontinui e vulnerabili a nuove crisi.
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Le differenze regionali riflettono investimenti,
governance, capacità impiantistica e continuità delle politiche pubbliche nel
tempo.
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La media nazionale migliora, ma l’omogeneità
territoriale resta la vera sfida per completare la transizione.
Negli ultimi vent’anni la gestione dei rifiuti
urbani in Italia è stata al centro di un cambiamento profondo, che ha coinvolto
politiche pubbliche, investimenti infrastrutturali, comportamenti dei cittadini
e assetti industriali. La discarica, per decenni soluzione dominante e spesso
quasi esclusiva per lo smaltimento dei rifiuti, è diventata progressivamente il
simbolo di un modello da superare, sia per i suoi impatti ambientali sia per la
sua inefficienza economica in un contesto che punta sempre di più al recupero
di materia e all’economia circolare. Ridurre il conferimento in discarica non
significa soltanto spostare i rifiuti verso altri impianti, ma implica
ripensare l’intera filiera, dalla prevenzione alla raccolta differenziata, dal
riciclo al trattamento dei residui, fino alla pianificazione territoriale degli
impianti. In questo quadro, i dati sul conferimento dei rifiuti urbani in
discarica tra il 2004 e il 2022 rappresentano una chiave di lettura
privilegiata per capire quanto e come il sistema italiano sia cambiato. Non si
tratta solo di numeri tecnici, ma di indicatori che riflettono scelte
politiche, capacità amministrative, conflitti territoriali, emergenze
improvvise e, in alcuni casi, vere e proprie svolte strutturali. Guardare a una
serie storica così lunga consente di cogliere non solo la direzione generale
del cambiamento, che è chiaramente orientata alla riduzione della discarica, ma
anche le diverse velocità con cui questo processo si è sviluppato nelle varie
parti del Paese. L’Italia, infatti, non si presenta come un sistema omogeneo.
Le differenze tra Nord, Centro, Sud e Isole hanno radici profonde e si
manifestano anche nella gestione dei rifiuti. In alcune aree la transizione
verso modelli più avanzati è iniziata presto ed è stata relativamente stabile
nel tempo; in altre, invece, il percorso è stato più tortuoso, segnato da
ritardi, discontinuità e talvolta da crisi che hanno imposto cambiamenti rapidi
ma non sempre consolidati. Analizzare i dati per macro-aree permette quindi di
andare oltre la media nazionale e di mettere in luce queste divergenze,
mostrando come la riduzione della discarica non sia stata un processo lineare
né uniformemente distribuito. C’è poi un altro aspetto da considerare: la
progressiva marginalizzazione della discarica non è solo il risultato di una
maggiore sensibilità ambientale, ma anche di vincoli normativi sempre più
stringenti a livello europeo e nazionale, che hanno reso questo tipo di
smaltimento una scelta residuale e costosa. Allo stesso tempo, però, la
disponibilità o meno di impianti alternativi, come quelli per il trattamento
meccanico-biologico, per il recupero energetico o per il riciclo, ha inciso in
modo decisivo sulle possibilità concrete dei territori di ridurre davvero i
conferimenti. Per questo motivo, dietro a ogni curva che scende o che si
stabilizza, ci sono decisioni di pianificazione, investimenti realizzati o
rinviati, e spesso anche conflitti locali che hanno rallentato o accelerato i
processi. Questo articolo si propone quindi di leggere l’evoluzione del
conferimento in discarica non solo come un indicatore ambientale, ma come una
lente attraverso cui osservare le trasformazioni, le contraddizioni e le
asimmetrie del sistema italiano dei rifiuti negli ultimi vent’anni. I dati
mostrano una tendenza complessiva positiva, con una forte riduzione a livello
nazionale, ma raccontano anche una storia fatta di percorsi diversi, di
successi consolidati e di ritardi ancora difficili da colmare. Comprendere
questi andamenti è essenziale per valutare a che punto siamo arrivati e,
soprattutto, per capire quali siano le sfide ancora aperte nella costruzione di
un modello di gestione dei rifiuti più efficiente, equilibrato e coerente con
gli obiettivi dell’economia circolare.
I dati sul conferimento dei rifiuti urbani in
discarica dal 2004 al 2022 mostrano un cambiamento strutturale profondo del
sistema italiano di gestione dei rifiuti, con un trend complessivamente
decrescente quasi ovunque ma con velocità, discontinuità e risultati finali
molto diversi tra regioni, a testimonianza di scelte politiche, investimenti
impiantistici, capacità amministrativa e condizioni territoriali non omogenee.
Nel Nord emerge con chiarezza una traiettoria di riduzione precoce e
relativamente stabile, con la Lombardia che già nel 2004 parte da valori molto
bassi, intorno al 19,6, e scende progressivamente fino a stabilizzarsi poco
sopra il 3 nel 2022, segnando una delle migliori performance nazionali e una
riduzione percentuale superiore all’80%, segnale di un sistema centrato su
raccolta differenziata, recupero di materia e trattamento meccanico-biologico
che ha ridotto la dipendenza dalla discarica a un ruolo residuale. Piemonte,
Veneto, Emilia-Romagna e Friuli-Venezia Giulia seguono percorsi simili, anche
se con andamenti più frastagliati: il Piemonte passa da oltre 56 a circa 13, con
un calo netto ma con fasi di rallentamento e piccoli rimbalzi negli ultimi
anni; il Veneto scende da circa 37 a 18,3 mostrando una riduzione meno drastica
in termini relativi rispetto ad altre regioni settentrionali e una certa
risalita dal 2014 in poi che segnala probabilmente tensioni impiantistiche o
cambiamenti nella contabilizzazione dei flussi; il Friuli-Venezia Giulia compie
una delle trasformazioni più radicali, passando da oltre 52 a circa 5, con una
riduzione superiore al 90%, nonostante alcuni anni di oscillazioni che indicano
aggiustamenti di sistema; l’Emilia-Romagna riduce da oltre 41 a poco più di 5,
con un percorso graduale ma costante che la colloca tra i casi di successo più
evidenti. Il Trentino-Alto Adige merita una lettura articolata perché la media
regionale nasconde due traiettorie diverse: la Provincia autonoma di Bolzano
parte già da valori bassi, intorno a 21, e scende fino a poco sopra 1 nel 2022,
praticamente azzerando il ricorso alla discarica, mentre la Provincia autonoma
di Trento parte da oltre 60 e scende fino a circa 9,3, con un miglioramento
molto significativo ma più lento, e la media regionale riflette questa
convergenza progressiva verso livelli molto bassi, segno che modelli
organizzativi diversi possono comunque portare, nel medio periodo, a risultati
simili se sostenuti da politiche coerenti. La Liguria è un caso interessante
perché mostra un forte ricorso alla discarica nei primi anni, con valori che
superano anche 90, poi un crollo repentino intorno al 2015, quando scende a
12,3, seguito da una risalita fino a valori intorno a 35-40 negli anni
successivi, il che suggerisce una fase di transizione impiantistica non ancora
consolidata, con probabili difficoltà nella chiusura del ciclo e una maggiore
esposizione a emergenze o a esportazioni di rifiuti. Spostandosi al Centro, il
quadro diventa più eterogeneo e meno lineare. La Toscana rimane per tutto il
periodo su livelli medio-alti, partendo da circa 45 e chiudendo ancora sopra
35, con una riduzione complessiva modesta, intorno al 20%, e con un lungo
plateau tra 2006 e 2013 che indica una certa inerzia strutturale; l’Umbria
mostra valori elevati e molto oscillanti, con un picco oltre 66 nel 2010 e una
discesa solo a partire dal 2016, per arrivare a circa 35 nel 2022, quindi con
un miglioramento reale ma tardivo e incompleto; le Marche partono da circa 77 e
scendono a 50, con un andamento che alterna cali e risalite e che nel finale
resta su valori ancora molto alti rispetto agli obiettivi europei, segno che la
transizione è stata parziale e probabilmente condizionata da limiti
impiantistici o da scelte politiche non continuative. Il Lazio rappresenta uno
dei casi più emblematici di cambiamento forzato: per molti anni i valori
restano altissimi, oltre 80 fino al 2009 e ancora oltre 70 nel 2011, poi c’è
una discesa drastica fino a circa 13 nel 2015-2016, legata chiaramente alla
chiusura di grandi discariche e a una riorganizzazione del sistema, seguita
però da oscillazioni che riportano il dato sopra 20 nel 2019 e poi di nuovo
intorno a 15 nel 2022, il che mostra come la riduzione strutturale non sia
stata completamente stabilizzata e come il sistema resti vulnerabile a crisi o
a variazioni nella capacità di trattamento. Nel Sud e nelle Isole il quadro è
ancora più complesso e mette in luce sia ritardi storici sia alcuni progressi
molto rapidi ma non sempre consolidati. La Campania è il caso più spettacolare
in termini numerici: da oltre 70 nel 2004 arriva praticamente a zero nel 2021 e
2022, con una riduzione del 100%, ma questo percorso è segnato da forti
oscillazioni nei primi anni e da un crollo soprattutto dopo il 2010, che
riflette il superamento graduale delle emergenze e l’avvio di sistemi
alternativi, anche se il dato zero va interpretato con cautela perché potrebbe
indicare trasferimenti fuori regione o ricorso massiccio ad altri trattamenti
più che una chiusura completa del ciclo sul territorio. La Puglia scende da
oltre 90 a circa 25, con una riduzione importante ma ancora insufficiente per
allinearsi alle regioni più virtuose, e con un andamento che mostra una fase di
peggioramento intorno al 2013-2014 prima di riprendere la discesa, segno di una
transizione non lineare. L’Abruzzo passa da valori intorno a 77-80 a circa 23,
con un miglioramento significativo ma con una risalita tra 2015 e 2017 che
suggerisce problemi di capacità o di pianificazione. La Basilicata presenta un
andamento irregolare, con valori molto alti fino al 2011, una discesa marcata
fino al 2015, poi una nuova risalita nel 2017 e soprattutto nel 2021-2022,
quando torna sopra 44 e 46, il che indica una fragilità strutturale del sistema
e una dipendenza ancora forte dalla discarica in alcune fasi. La Calabria resta
per molti anni su livelli elevati, con oscillazioni ampie tra 50 e oltre 80, e
solo negli ultimi anni scende sotto 30, arrivando a circa 25,8 nel 2022, un
risultato che segnala un miglioramento ma ancora lontano dagli standard del
Nord. La Sicilia parte da valori altissimi, oltre 95, e scende gradualmente
fino a circa 40,5 nel 2022, con una riduzione importante ma con una persistenza
di livelli molto elevati che conferma le difficoltà croniche nella gestione del
ciclo dei rifiuti, legate sia a carenze impiantistiche sia a complessità
amministrative. La Sardegna mostra una discesa più regolare, da oltre 72 a
circa 25, con qualche risalita intermedia, e si colloca in una posizione
intermedia tra i casi di maggiore successo e quelli più problematici. Il Molise
è un caso a parte perché mostra valori che non solo non scendono ma addirittura
aumentano fino a superare 100 in diversi anni, per poi rientrare parzialmente
ma chiudere comunque nel 2022 con un valore simile a quello di partenza, con
una variazione complessiva quasi nulla, il che indica un fallimento strutturale
della transizione e una dipendenza persistente dalla discarica come principale
modalità di smaltimento. Guardando il quadro d’insieme, emerge una chiara
frattura territoriale: il Nord ha in gran parte già completato la transizione
verso un sistema in cui la discarica è residuale, il Centro è in una fase
intermedia con risultati molto diseguali, il Sud e le Isole mostrano progressi
importanti ma ancora incompleti e spesso instabili. Le variazioni percentuali
sintetizzano bene questa storia: riduzioni superiori all’80 o 90% in Lombardia,
Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Campania, contro
riduzioni intorno al 20-40% in Toscana, Marche, Umbria, Basilicata, e
addirittura una quasi stagnazione in Molise. È evidente che dove si sono
combinati investimenti in impianti di trattamento, politiche di raccolta
differenziata spinte, governance stabile e continuità amministrativa, il
ricorso alla discarica è crollato in modo strutturale; dove invece questi
fattori sono mancati o sono stati intermittenti, la discesa è stata lenta,
irregolare o addirittura assente. Un altro elemento che emerge è la presenza di
salti improvvisi, come in Liguria o nel Lazio, che segnalano cambiamenti
normativi o chiusure di impianti che producono effetti rapidi ma non sempre
consolidati nel tempo, con il rischio di rimbalzi se il sistema alternativo non
è sufficientemente robusto. Nel complesso, questi dati raccontano una storia di
modernizzazione incompleta ma avanzata, in cui l’Italia ha ridotto in modo
drastico il peso della discarica rispetto a vent’anni fa, ma con un divario
territoriale ancora marcato e con alcune regioni che restano lontane dagli
obiettivi di un’economia circolare matura. La sfida per il futuro non è solo
continuare a ridurre i conferimenti, ma rendere strutturali i risultati, evitare
le oscillazioni legate alle emergenze e colmare il gap tra le aree più avanzate
e quelle in ritardo, perché finché una parte del Paese resta ancorata a livelli
elevati di smaltimento in discarica, l’intero sistema nazionale rimane
vulnerabile sia dal punto di vista ambientale sia da quello economico e
gestionale.
Macro-Regioni Italiane. I dati sul
conferimento dei rifiuti urbani in discarica per le grandi ripartizioni
territoriali tra il 2004 e il 2022 descrivono una trasformazione profonda del
sistema italiano di gestione dei rifiuti, con una riduzione molto marcata del
ricorso alla discarica ma anche con differenze territoriali ancora evidenti. Nel
complesso nazionale si passa da un valore medio di 59,8 nel 2004 a 17,8 nel
2022, con una diminuzione di circa 42 punti e una contrazione superiore al 70%,
un risultato che segnala un cambiamento strutturale nelle politiche di
smaltimento, legato alla crescita della raccolta differenziata, allo sviluppo
degli impianti di trattamento e a un quadro normativo sempre più restrittivo
verso l’uso della discarica.
Il Nord si
colloca fin dall’inizio su livelli più bassi rispetto al resto del Paese e
mostra una traiettoria di riduzione costante e relativamente regolare. Dai 39,1
del 2004 si scende progressivamente fino a 10,1 nel 2022, con una riduzione di
circa il 74%. Sia il Nord-ovest sia il Nord-est seguono andamenti simili, anche
se con leggere differenze: il Nord-est parte da valori un po’ più alti ma
arriva anch’esso intorno a 10 nel 2022, mentre il Nord-ovest mostra un profilo
quasi sovrapponibile. Questo indica che nelle regioni settentrionali il ruolo
della discarica è stato progressivamente ridotto fino a diventare residuale,
segno di sistemi più maturi basati su recupero di materia ed energia e su una
pianificazione impiantistica più stabile.
Il Centro
presenta un quadro diverso, caratterizzato da valori iniziali molto elevati e
da una discesa più irregolare. Si passa da 69,4 nel 2004 a 28,2 nel 2022, con
una riduzione di circa il 59%. Tuttavia il percorso non è lineare: dopo una
fase di calo graduale fino al 2013, quando il valore scende a 44,2, si osserva
un crollo più deciso fino al 2015, seguito da oscillazioni negli anni
successivi, con una risalita intorno al 2019 e poi una nuova stabilizzazione
poco sotto i 30. Questo andamento suggerisce che nel Centro la riduzione della
discarica è stata in parte guidata da interventi specifici e da cambiamenti organizzativi,
ma senza raggiungere ancora una stabilità paragonabile a quella del Nord.
Il Mezzogiorno
nel suo complesso parte da livelli molto alti, 81,9 nel 2004, e arriva a 22,5
nel 2022, con una riduzione di oltre 59 punti e di circa il 72,5%. Anche qui però
il percorso è segnato da fasi diverse: una prima discesa lenta fino al 2010,
poi un calo più rapido tra il 2011 e il 2015, e infine una riduzione più
graduale negli anni recenti. Se si distinguono Sud e Isole, emergono ulteriori
differenze. Il Sud continentale mostra uno dei miglioramenti più forti in
termini relativi, passando da 78,1 a 15,6, con una riduzione di circa l’80%,
quindi persino superiore alla media nazionale, segno che in molte regioni
meridionali si è verificata una vera e propria riconfigurazione del sistema. Le
Isole, invece, partono da valori ancora più alti, 89,5, e scendono a 36,6, con
una riduzione intorno al 59%, ma restano nel 2022 l’area con il ricorso più
elevato alla discarica, indicando che il processo di transizione è stato più
lento e incompleto.
Nel complesso,
questi dati raccontano una storia di convergenza verso un minor uso della
discarica, ma anche di persistenti divari territoriali. L’Italia ha compiuto un
salto significativo in meno di vent’anni, riducendo drasticamente il peso dello
smaltimento in discarica, tuttavia il fatto che nel 2022 il Centro e
soprattutto le Isole presentino ancora valori molto più alti rispetto al Nord
mostra che la transizione non è ancora pienamente omogenea e che il
consolidamento dei risultati resta una delle principali sfide per il futuro del
sistema.
Le evidenze emerse dall’analisi dei dati sul
conferimento dei rifiuti urbani in discarica tra il 2004 e il 2022 consentono
di trarre alcune conclusioni chiare, ma anche di mettere in luce le ambiguità e
le fragilità che ancora caratterizzano il sistema italiano. La prima, forse la
più evidente, è che l’Italia ha compiuto un cambiamento strutturale: in poco
meno di vent’anni la discarica è passata da essere il perno della gestione dei rifiuti
a una soluzione sempre più residuale. La forte riduzione dei conferimenti a
livello nazionale indica che le politiche di prevenzione, raccolta
differenziata e trattamento dei rifiuti hanno prodotto effetti concreti e
misurabili, spostando progressivamente il baricentro del sistema verso modelli
più coerenti con i principi dell’economia circolare. Allo stesso tempo, però,
questa traiettoria positiva non è stata uniforme né lineare. I dati mostrano
con chiarezza che il Paese continua a muoversi a più velocità. Il Nord appare
ormai vicino a un assetto stabile, in cui la discarica svolge un ruolo
marginale e in cui la riduzione dei conferimenti è il risultato di una
combinazione di infrastrutture adeguate, governance relativamente solida e
continuità nelle scelte di politica pubblica. In queste aree il problema non è
più tanto “se” ridurre la discarica, quanto “come” consolidare e migliorare
ulteriormente le performance complessive del sistema, puntando sulla qualità
del riciclo, sulla riduzione dei rifiuti prodotti e sull’efficienza degli
impianti. Diversa è la situazione nel Centro e soprattutto nelle Isole, dove la
discesa dei conferimenti è stata più irregolare e meno profonda. Qui la
riduzione, pur significativa rispetto ai livelli di partenza, non ha ancora
prodotto un vero allineamento con le aree più avanzate del Paese. Le
oscillazioni osservate in diversi anni suggeriscono che il sistema resta
vulnerabile a crisi improvvise, a ritardi nella realizzazione degli impianti o
a cambiamenti nella gestione che possono rapidamente tradursi in un maggiore
ricorso alla discarica. Questo significa che la transizione, in queste aree,
non può dirsi conclusa, ma richiede ancora interventi strutturali e una
maggiore stabilità nelle politiche di settore. Il Mezzogiorno, considerato nel
suo insieme, offre un quadro ambivalente. Da un lato, i dati mostrano riduzioni
molto forti, in alcuni casi persino superiori alla media nazionale, segno che
anche in contesti storicamente più fragili sono stati compiuti passi importanti.
Dall’altro, la presenza di percorsi discontinui e di forti differenze interne
indica che questi progressi non sono sempre consolidati e che il rischio di
arretramenti non è del tutto superato. In altre parole, il cambiamento c’è
stato, ma non ovunque ha ancora assunto la forma di una trasformazione
strutturale e irreversibile. Nel complesso, ciò che emerge è che la riduzione
della discarica non può essere letta solo come un successo quantitativo,
misurato in punti percentuali in meno, ma deve essere interpretata come un
processo qualitativo, legato alla capacità dei territori di costruire sistemi
integrati e resilienti. Dove questo è avvenuto, i risultati sono stabili e
duraturi; dove invece il cambiamento è stato guidato più dall’emergenza che
dalla pianificazione, i progressi restano più fragili. La sfida per i prossimi
anni sarà quindi duplice: da un lato continuare a ridurre ulteriormente il
ricorso alla discarica, dall’altro colmare i divari territoriali, rendendo la
transizione più omogenea e meno dipendente da contingenze. Solo così la
discarica potrà davvero diventare, in tutta Italia, non solo un’opzione
residuale nei numeri, ma anche un elemento marginale nella struttura stessa del
sistema di gestione dei rifiuti.
Fonte: ISTAT
Link: www.istat.it
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