- Tra
1939 e 1945 Italia e Francia persero circa il 46% del PIL reale pro
capite.
- La
Germania crollò da 8.617 dollari nel 1939 a 3.534 nel 1946, perdendo quasi
sessant’anni.
- Le
guerre distruggono ricchezza presente, ma soprattutto cancellano anni di
crescita economica potenziale e futura.
Le
guerre mondiali hanno un costo che nessun indicatore economico può riassumere
completamente. Morti, feriti, profughi, città distrutte e intere generazioni
sconvolte appartengono a una dimensione che va molto oltre il PIL. Ma i dati
economici permettono di osservare un’altra componente fondamentale della
catastrofe: quanto terreno persero le economie coinvolte e quanto tempo fu
necessario per tornare sui livelli precedenti. Guardando il PIL reale pro
capite di Italia, Francia, Germania e Regno Unito tra il 1913 e il 1950 emerge
una storia impressionante. La guerra non significò soltanto una recessione
temporanea. In alcuni paesi cancellò anni, e talvolta decenni, di crescita.
I
dati del Maddison Project Database 2023, espressi in dollari internazionali del
2011, consentono di partire dal 1913, l’ultimo anno completo prima della Prima
guerra mondiale. L’Europa era allora il centro di una parte enorme
dell’economia mondiale. Il Regno Unito disponeva di un PIL reale pro capite di
8.212 dollari, la Germania di 5.815, la Francia di 5.555 e l’Italia di 4.057.
Le differenze erano considerevoli, ma tutte e quattro le economie stavano
partecipando, con intensità diverse, alla crescita industriale europea.
Poi
arriva il 1914.
L’impatto
della Prima guerra mondiale è immediatamente visibile. In Francia il PIL pro
capite passa da 5.555 dollari nel 1913 a 5.158 nel 1914 e precipita a 3.819 nel
1918. Rispetto alla vigilia della guerra significa una perdita di circa il 31%.
Il dato non sorprende considerando che una parte rilevante dei combattimenti
sul fronte occidentale avvenne direttamente sul territorio francese, con
distruzioni di infrastrutture e capacità produttiva.
La
Germania passa invece da 5.815 dollari nel 1913 a 4.876 nel 1914 e 4.755 nel
1918. La perdita rispetto al livello prebellico è di circa il 18%. L’Italia,
entrata nel conflitto nel 1915, mostra una dinamica differente: dai 4.057
dollari del 1913 scende a 3.835 nel 1914 e si trova a 3.856 nel 1918, circa il
5% sotto il livello iniziale.
Il
caso britannico dimostra però perché il PIL debba essere utilizzato con cautela
per misurare il “costo” di una guerra. Il Regno Unito passa da 8.212 dollari
pro capite nel 1913 a 8.630 nel 1918. La produzione misurata dal PIL non
diminuisce: aumenta. Sarebbe però assurdo concludere che la guerra abbia reso
economicamente vantaggiosa la società britannica. Una parte enorme delle
risorse viene mobilitata per lo sforzo militare. Armi, munizioni e altre
produzioni belliche entrano nel PIL, anche se non equivalgono a un
miglioramento delle condizioni materiali delle famiglie.
Il
costo della guerra emerge quindi da almeno tre dimensioni: la produzione persa,
la distruzione del capitale e la deviazione di risorse verso attività militari.
Il PIL pro capite cattura soprattutto la prima, e soltanto parzialmente.
La
fine della Prima guerra mondiale non restituisce immediatamente all’Europa la
traiettoria precedente. Seguono inflazione, debiti, instabilità monetaria e
difficoltà nella ricostruzione. Tuttavia, alla fine degli anni Venti, le
principali economie considerate hanno recuperato. Nel 1929 il PIL pro capite
raggiunge 8.772 dollari nel Regno Unito, 7.508 in Francia, 6.457 in Germania e
4.889 in Italia.
A
quel punto arriva un altro shock: la Grande Depressione.
Tra
1929 e 1932 il PIL pro capite tedesco scende da 6.457 a 5.359 dollari, una
contrazione di circa il 17%. In Francia passa da 7.508 a 6.311, circa -16%. Il
Regno Unito scende da 8.772 a 8.206, circa -6,5%, mentre l’Italia passa da
4.889 a 4.602, una riduzione prossima al 6%.
La
generazione che aveva appena attraversato una guerra mondiale si trova quindi,
poco più di dieci anni dopo, davanti a una nuova perdita di reddito e
produzione. Ma neppure questa sarà la crisi definitiva.
Alla
vigilia della Seconda guerra mondiale, le economie europee hanno nuovamente
recuperato. Nel 1939 la Germania raggiunge 8.617 dollari pro capite, il Regno
Unito 9.982, la Francia 7.640 e l’Italia 5.246. Tutti e quattro i paesi sono
sopra il livello del 1913.
Poi
la guerra ricomincia e questa volta la distruzione raggiunge dimensioni ancora
maggiori.
L’Italia
offre uno dei casi più chiari. Dai 5.246 dollari pro capite del 1939 precipita
a 2.831 nel 1945. In sei anni perde circa il 46% del PIL reale per abitante.
Significa che alla fine della guerra la produzione pro capite italiana è poco
più della metà di quella disponibile alla vigilia del conflitto.
Il
confronto temporale è ancora più impressionante. Nel 1945 il PIL pro capite
italiano di 2.831 dollari è inferiore persino ai 4.057 dollari del 1913.
Trentadue anni di storia economica sembrano essere stati cancellati. Non
significa naturalmente che tecnologie e conoscenze siano tornate al 1913, ma la
capacità produttiva effettivamente utilizzabile per abitante è precipitata.
La
Francia segue una dinamica simile. Nel 1939 registra 7.640 dollari; nel 1945 è
scesa a 4.101. La perdita è di circa il 46%. Anche in questo caso la fine della
guerra riporta il PIL pro capite sotto il livello del 1913, quando era pari a
5.555 dollari.
Per
Francia e Italia, dunque, la Seconda guerra mondiale produce qualcosa di molto
più profondo di una normale recessione: riporta la produzione reale per
abitante indietro di decenni.
Il
caso tedesco è statisticamente più complesso. Nel database Maddison la serie
registra 8.617 dollari nel 1939 e 7.195 nel 1945, ma crolla a 3.534 nel 1946.
Le trasformazioni territoriali, istituzionali e statistiche del dopoguerra
rendono necessario evitare interpretazioni troppo meccaniche del singolo dato
annuale. Tuttavia, l’ordine di grandezza della distruzione è evidente:
confrontando il 1939 con il 1946, la perdita supera il 59%.
Il
Regno Unito segue ancora una volta un percorso diverso. Nel 1939 dispone di
9.982 dollari pro capite e nel 1945 arriva a 11.247. Anche durante la Seconda
guerra mondiale il PIL non mostra quindi il crollo osservato nell’Europa
continentale.
Ma
il dato britannico dimostra nuovamente che produzione e benessere non sono
sinonimi. Un’economia completamente mobilitata per la guerra può mantenere un
PIL elevato mentre consumi civili, investimenti destinati alla vita ordinaria e
disponibilità di beni vengono compressi. Inoltre il Regno Unito evita le
distruzioni terrestri su scala subita da Germania, Francia e Italia, pur
affrontando bombardamenti e costi finanziari enormi.
Il
confronto tra 1939 e 1945-46 permette comunque di misurare la diversa intensità
dello shock. Italia e Francia perdono circa il 46% del PIL pro capite. Per la
Germania, utilizzando il 1946 come primo dato postbellico comparabile della
serie, il crollo rispetto al 1939 supera il 59%. Il Regno Unito non registra
invece una contrazione analoga del PIL pro capite.
La
parte forse più sorprendente della storia arriva subito dopo.
Nel
1950, appena cinque anni dopo la fine della guerra, la Francia è già risalita a
8.266 dollari pro capite, superando il livello del 1939. L’Italia raggiunge
5.582 dollari, anch’essa sopra i 5.246 del 1939. La Germania arriva a 6.186
dollari, mentre il Regno Unito si trova a 11.061.
La
velocità del recupero italiano è impressionante. Da 2.831 dollari nel 1945 a
5.582 nel 1950: il PIL reale pro capite quasi raddoppia in appena cinque anni.
La Francia passa da 4.101 a 8.266: più che raddoppia.
Questo
recupero, però, non deve far pensare che la guerra sia stata economicamente
“cancellata” in cinque anni. Tornare al livello precedente significa soltanto
recuperare il punto di partenza. Nel frattempo viene persa tutta la crescita
che avrebbe potuto verificarsi in assenza del conflitto. È il problema del
controfattuale: quanto sarebbero state ricche Italia, Francia o Germania nel
1950 se avessero continuato a crescere senza la distruzione del 1939-1945?
È
impossibile rispondere con precisione attraverso il solo database. Ma la
direzione è evidente. Se un paese passa da 5.246 dollari a 2.831 e poi deve
utilizzare anni di crescita per tornare sopra 5.000, non ha semplicemente
subito una perdita temporanea: ha perso una parte della traiettoria di sviluppo
che avrebbe potuto accumulare.
È
questo il costo economico meno visibile delle guerre. Le macerie possono essere
ricostruite. Le fabbriche possono riaprire. Il PIL può tornare ai livelli
precedenti. Ma gli anni durante i quali la produzione per abitante avrebbe
potuto aumentare non possono essere recuperati completamente.
Tra
1913 e 1950 l’Europa attraversa quindi una sequenza impressionante: Prima
guerra mondiale, difficile ricostruzione, Grande Depressione, ripresa, Seconda
guerra mondiale e nuova ricostruzione. Solo dopo il 1950 comincerà una fase di
crescita relativamente continua.
Ed
è proprio ciò che accade successivamente a mostrare quanto fossero costose le
interruzioni precedenti. L’Italia passa da 5.582 dollari nel 1950 a 15.492 nel
1970. La Germania da 6.186 a 17.277. La Francia da 8.266 a 18.187. Quando la
crescita può accumularsi per vent’anni senza una nuova guerra continentale, le
economie cambiano scala.
Le
due guerre mondiali non costarono quindi soltanto ciò che venne distrutto
durante i combattimenti. Costarono crescita mancata, capitale perduto e anni
necessari a ricostruire ciò che esisteva già. Nel caso italiano, il PIL pro
capite scende del 46% tra 1939 e 1945. In Francia accade praticamente lo
stesso. In Germania la discontinuità del dopoguerra è ancora più violenta.
La
conclusione che emerge dai numeri è semplice: una guerra può distruggere in
pochi anni ciò che un’economia ha impiegato decenni a costruire. E anche quando
il PIL recupera rapidamente, resta un costo che le statistiche annuali mostrano
solo in parte: il futuro che avrebbe potuto essere prodotto e che, durante
quegli anni, non lo è stato.
Il
grafico utilizza esclusivamente valori presenti nel foglio GDPpc del Maddison
Project Database 2023. Per la Germania mostro anche il 1946, perché la forte
discontinuità territoriale e statistica del dopoguerra rende il 1945 meno
rappresentativo del crollo immediatamente successivo.
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Il
dato che colpisce maggiormente è il 1939-1945: Italia da 5.246 a 2.831
dollari, circa -46%; Francia da 7.640 a 4.101, anch’essa circa -46%. La
Germania mostra il crollo massimo nel 1946, quando scende a 3.534 dollari
rispetto agli 8.617 del 1939. Il Regno Unito, invece, dimostra perché il PIL
non possa essere interpretato automaticamente come misura del benessere
durante un’economia |
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Fonte:
Maddison Historical Data
Link:
https://www.rug.nl/ggdc/historicaldevelopment/maddison/?lang=en
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