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Nel 1950 il vantaggio italiano era di 2.123 dollari per
abitante; nel 2019 solo 450.
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Fino al 1980 il divario crebbe: il miracolo italiano
allontanò l'Italia da una Spagna veloce.
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La Spagna recuperò senza che l'Italia si impoverisse:
bastarono decenni di crescita leggermente più rapida.
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Il 1986, con l'ingresso nella CEE, accelerò una
modernizzazione spagnola già iniziata circa vent'anni prima.
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Recuperare non è sorpassare: la pandemia riaprì il
divario, tornato a 2.101 dollari nel 2022.
Nel
1950 un abitante dell’Italia disponeva mediamente di una produzione reale
superiore del 61% a quella di un abitante della Spagna. Nel 2019, alla vigilia
della pandemia, la stessa differenza era scesa all’1,3%. In mezzo ci sono
settant’anni di storia economica dell’Europa meridionale: due paesi che partono
dalla periferia del continente, attraversano miracoli economici, dittature,
transizioni democratiche, integrazione europea e crisi finanziarie, e arrivano
quasi alla parità senza che nessuno dei due abbia mai conosciuto un vero
collasso.
Questo
libro racconta quella rincorsa utilizzando una sola misura, il PIL reale pro
capite, e una sola fonte, il Maddison Project Database 2023. Tutti i valori
sono espressi in dollari internazionali del 2011, una unità costruita per
rendere confrontabili quantità di beni e servizi prodotte in paesi diversi e in
anni diversi, al netto dell’inflazione e delle differenze nel potere
d’acquisto. È una scelta che ha un costo e un vantaggio. Il costo è la povertà
informativa dell’indicatore: il PIL pro capite non coincide con lo stipendio
medio, non dice nulla su come il reddito sia distribuito, ignora l’occupazione,
il lavoro non retribuito, la qualità dei servizi pubblici e le enormi
differenze territoriali che attraversano entrambi i paesi. Il vantaggio è la comparabilità:
nessun altro indicatore permette di seguire con la stessa continuità la
capacità produttiva media di due economie lungo sette decenni.
La
storia si articola in quattro fasi, e il fatto sorprendente è che le prime due
vanno in direzioni opposte.
Tra
il 1950 e il 1980 la distanza tra i due paesi non si riduce: aumenta. Il
vantaggio italiano passa da 2.123 a 6.953 dollari per abitante. Il miracolo
economico italiano degli anni Cinquanta e Sessanta è talmente intenso da
allontanare l’Italia da una Spagna che pure sta crescendo a ritmi eccezionali.
Chi avesse osservato i due paesi nel 1980 avrebbe concluso che la gerarchia era
ormai strutturale.
Dal
1980 la direzione cambia. Negli anni Ottanta e Novanta la Spagna cresce più
rapidamente dell’Italia in termini percentuali e comincia a erodere anche il
divario assoluto. Nel 2000 il ritardo è sceso a 5.722 dollari e la Spagna ha
raggiunto l’82,5% del livello italiano.
Il
nuovo secolo accelera il processo, ma per una ragione diversa: alla crescita
spagnola si somma la stagnazione italiana. Tra 2000 e 2019 l’Italia aggiunge
appena 2.690 dollari pro capite, la Spagna quasi 8.000. Nel 2019 restano 450
dollari di differenza: oltre il 93% della distanza del 1980 è stato cancellato.
L’ultima
fase è la più recente e la meno lineare. La pandemia colpisce più duramente
l’economia spagnola, il divario si riapre e nel 2022 torna a 2.101 dollari. La
convergenza si interrompe senza però riportare i due paesi indietro di decenni:
il margine italiano resta meno di un terzo di quello del 1980.
Ne
emerge una lezione che vale ben oltre il caso specifico. Le gerarchie
economiche che sembrano permanenti sono il risultato di differenze nei tassi di
crescita che si accumulano anno dopo anno, e che possono invertirsi senza
bisogno di eventi drammatici. Ma ne emerge anche un secondo insegnamento, meno
intuitivo: recuperare non significa necessariamente sorpassare. La Spagna ha
cancellato quasi tutto il ritardo e non ha mai superato stabilmente l’Italia.
1950:
due paesi poveri, ma ancora molto distanti
Nel 1950 Italia e Spagna
appartenevano entrambe alla periferia economica dell’Europa occidentale, ma la
loro posizione non era affatto identica. Il PIL reale pro capite italiano era
pari a 5.582 dollari internazionali del 2011, mentre quello spagnolo raggiungeva
appena 3.459 dollari. Il vantaggio italiano era quindi di 2.123 dollari per
abitante: rapportato al livello spagnolo, significava un PIL pro capite
superiore di circa il 61%.
Entrambi i paesi erano
comunque relativamente poveri rispetto al cuore industriale europeo. Nello
stesso anno la Francia raggiungeva 8.266 dollari pro capite e il Regno Unito
circa 11.700. L’Italia disponeva quindi di meno della metà del livello britannico,
mentre la Spagna non arrivava neppure al 30%. L’Europa meridionale era ancora
caratterizzata da una presenza molto elevata dell’agricoltura, bassi livelli
medi di produttività e forti differenze territoriali.
L’Italia, tuttavia, si
trovava già in una posizione più favorevole. Il paese usciva dalla Seconda
guerra mondiale con pesanti distruzioni, ma aveva conservato e iniziato a
ricostruire una significativa base industriale, soprattutto nel Nord. Milano,
Torino e Genova costituivano il nucleo di un sistema manifatturiero destinato a
espandersi rapidamente, e la ricostruzione di infrastrutture e impianti
produttivi stava preparando il terreno per l’accelerazione degli anni
Cinquanta.
La Spagna arrivava al
1950 attraverso un percorso differente. Non aveva partecipato direttamente alla
Seconda guerra mondiale, ma aveva attraversato la guerra civile del 1936-1939 e
il difficile primo periodo del regime franchista. Il paese rimaneva relativamente
isolato e la sua struttura produttiva conservava caratteristiche più arretrate.
La differenza aveva
conseguenze concrete sulle condizioni materiali. In entrambi i paesi una parte
consistente delle famiglie destinava gran parte delle proprie risorse ad
alimentazione, abitazione e necessità fondamentali; automobili private,
televisori ed elettrodomestici erano ancora lontani dall’essere consumi di
massa. Ma il maggiore livello produttivo italiano significava che il paese
disponeva già di una base economica più ampia dalla quale iniziare la
trasformazione.
Posto pari a 100 il
livello italiano, il PIL pro capite spagnolo del 1950 equivaleva ad appena il
62%. Alla Spagna mancava quasi il 38% del livello italiano per raggiungere la
parità: non era una distanza marginale. Ed è da qui, non da una situazione di quasi
equilibrio, che comincia la lunga rincorsa.
Figura
1. Italia e Spagna nel 1950: il punto di partenza
Il
miracolo italiano: quando la distanza sembrava destinata ad aumentare
I vent’anni successivi
sembrarono trasformare il vantaggio italiano in una distanza strutturale. È la
stagione del miracolo economico, una delle fasi di crescita più intense
dell’intera storia nazionale. Tra il 1950 e il 1970 il PIL reale pro capite
italiano passa da 5.582 a 15.492 dollari: diventa circa 2,78 volte quello
iniziale, con un incremento cumulato vicino al 178%.
La velocità della
trasformazione emerge già nel primo decennio. Nel 1960 il PIL pro capite
italiano raggiunge 9.430 dollari, quasi il 69% in più rispetto al 1950. Dietro
questi numeri si trova una trasformazione strutturale dell’economia: milioni di
lavoratori si spostano dall’agricoltura verso industria e servizi, aumentano
investimenti e produttività, le città industriali si espandono e la produzione
manifatturiera assume dimensioni sempre maggiori.
La crescita modifica
anche la vita materiale delle famiglie. Automobile, frigorifero, lavatrice e
televisore cominciano a trasformarsi da beni riservati a una minoranza in
simboli della nuova società dei consumi. L’aumento del PIL pro capite non
significa naturalmente che ogni italiano diventi improvvisamente ricco, né
cancella le profonde differenze tra Nord e Sud, ma indica che la quantità di
beni e servizi prodotta mediamente per abitante sta aumentando a una velocità
eccezionale.
La Spagna cresce a sua
volta, ma parte molto più indietro e aggiunge meno in valore assoluto. Nel
decennio 1950-1960 guadagna circa 1.573 dollari per abitante, contro i 3.848
dell’Italia. Il risultato è che il divario, invece di diminuire, si allarga: dai
2.123 dollari del 1950 si passa a 4.398 nel 1960 e a 5.989 nel 1970, quando
l’Italia raggiunge 15.492 dollari contro i 9.503 spagnoli.
Il dato è ancora più
significativo in termini relativi. Nel 1950 il PIL pro capite spagnolo
equivaleva a circa il 62% di quello italiano; nel 1970 è ancora intorno al 61%.
La Spagna sta crescendo rapidamente, ma non abbastanza da ridurre il ritardo
relativo, perché anche l’Italia sta vivendo un’espansione eccezionale.
Osservata dal 1970, la
futura quasi convergenza sarebbe sembrata tutt’altro che inevitabile: l’Italia
non solo conservava il vantaggio iniziale, in termini assoluti lo aveva quasi
triplicato. La rincorsa decisiva avverrà dopo, quando le velocità relative dei
due paesi cominceranno a cambiare.
Figura
2. Il miracolo italiano: quando la distanza sembrava destinata ad aumentare
La
Spagna accelera: industrializzazione e trasformazione dell’economia
Tra il 1960 e il 1980 la Spagna cambia velocità.
All’inizio degli anni Sessanta il PIL reale pro capite spagnolo è pari a 5.032
dollari contro i 9.430 dell’Italia: appena il 53% circa del livello italiano.
Vent’anni dopo il quadro è profondamente cambiato. Nel 1980 il PIL pro capite
raggiunge 14.006 dollari, circa 2,78 volte il valore del 1960, con una crescita
cumulata di circa il 178% e quasi 9.000 dollari reali aggiunti per abitante.
Non si tratta semplicemente di un aumento quantitativo
del reddito. Dietro la curva del PIL si trova una trasformazione della
struttura produttiva che modifica il rapporto tra agricoltura, industria e
servizi. La Spagna dei primi anni Sessanta conserva ancora molte
caratteristiche di un’economia arretrata rispetto al nucleo industriale
europeo: una parte consistente della popolazione lavora nell’agricoltura e le
differenze territoriali rimangono profonde. Nei decenni successivi
industrializzazione e urbanizzazione accelerano, una quota crescente di
lavoratori si sposta verso attività a maggiore produttività e le aree urbane e
industriali acquistano importanza.
Il cambiamento emerge chiaramente nei dati intermedi.
Nel 1970 il PIL pro capite spagnolo raggiunge 9.503 dollari, circa l’89% in più
rispetto al 1960; nel 1980 arriva a 14.006. In vent’anni la Spagna ha quasi
triplicato la produzione reale per abitante.
L’Italia continua tuttavia a rimanere davanti,
passando da 9.430 dollari nel 1960 a 20.959 nel 1980. Il vantaggio assoluto
italiano cresce da 4.398 a 6.953 dollari. Questo dato potrebbe far pensare che
la Spagna non stesse realmente convergendo, ma il quadro è più complesso: nel
1960 il PIL pro capite italiano era circa 1,87 volte quello spagnolo, nel 1980
il rapporto è sceso a circa 1,50. La Spagna rimane molto più povera, ma sta
riducendo il ritardo relativo.
È una distinzione fondamentale. Quando due economie
crescono contemporaneamente, il divario espresso in dollari può aumentare anche
mentre il paese più povero recupera terreno in percentuale. È precisamente ciò
che accade tra Italia e Spagna in questa fase: il livello spagnolo passa dal
53% a circa il 67% di quello italiano.
La trasformazione riguarda anche il mercato interno.
Una produzione più elevata per abitante significa maggiori possibilità di
consumo e investimento; la crescita delle città, l’espansione dell’industria e
lo sviluppo dei servizi accompagnano l’emergere di una società economicamente
molto diversa da quella del primo dopoguerra. Il 1975 segna inoltre la fine del
regime di Francisco Franco e l’inizio della transizione democratica: la
trasformazione politica si sovrappone a quella economica. Alla fine degli anni
Settanta la Spagna è ancora lontana dai livelli di reddito di Italia, Francia o
Germania, ma non è più l’economia sostanzialmente periferica del 1950.
La grande rincorsa non nasce quindi improvvisamente
negli anni Duemila. Le sue fondamenta vengono costruite molto prima: nel 1980
la distanza sembra ancora enorme, ma la macchina della convergenza spagnola è
già in movimento.
Figura
3. La Spagna accelera: industrializzazione e trasformazione dell’economia
1980:
il punto di massima distanza
Nel 1980, osservando
soltanto i livelli di PIL pro capite, l’idea che Madrid potesse un giorno
arrivare quasi alla pari con Roma sarebbe sembrata poco plausibile. Il PIL
reale pro capite italiano raggiungeva 20.959 dollari, quello spagnolo 14.006:
una distanza di 6.953 dollari per abitante, il valore più elevato dell’intero
dopoguerra.
Era un divario molto
maggiore, in termini assoluti, di quello del 1950. Trent’anni prima la
differenza era di appena 2.123 dollari; nel 1960 era salita a 4.398, nel 1970 a
5.989. La ragione è apparentemente paradossale: la Spagna non era affatto
rimasta ferma, anzi aveva quasi triplicato il proprio reddito per abitante. Il
problema, dal punto di vista della rincorsa, era che anche l’Italia continuava
a crescere fortemente, aggiungendo tra 1960 e 1980 ben 11.529 dollari reali per
abitante contro gli 8.974 guadagnati dalla Spagna.
La fotografia del 1980
sembrava dunque confermare una gerarchia consolidata. L’Italia era ormai una
delle maggiori economie industriali europee; la Spagna, nonostante la
rapidissima modernizzazione, continuava a inseguire. I 14.006 dollari spagnoli
equivalevano a circa il 66,8% dei 20.959 italiani: per raggiungere l’Italia
mancava ancora circa un terzo del livello italiano.
Eppure proprio il 1980
rappresenta il punto di svolta. Il divario assoluto raggiunge il suo massimo e
da quel momento la dinamica comincia progressivamente a cambiare. Nel 1990 il
differenziale scende leggermente a 6.788 dollari, nel 2000 a 5.722, nel 2010 a
2.980, fino ai 450 dollari del 2019. In trentanove anni la Spagna cancella
circa il 94% del divario assoluto esistente nel 1980.
Il caso dimostra perché
una fotografia economica non debba essere confusa con una traiettoria. Nel 1980
l’Italia era nettamente più ricca e nulla nei livelli osservati in quell’anno
rendeva inevitabile il recupero spagnolo. Ma ciò che determina le posizioni
dopo quaranta anni non è soltanto il livello di partenza: è la differenza tra i
tassi di crescita accumulati successivamente.
Figura
4. Dal massimo divario alla quasi parità: il differenziale Italia-Spagna
Gli
anni Ottanta e Novanta: comincia la vera convergenza
La Spagna entra negli
anni Ottanta con un’economia profondamente diversa da quella del 1950.
Industrializzazione, urbanizzazione e crescita dei servizi hanno aumentato
considerevolmente la produttività; a queste trasformazioni si aggiungono il
consolidamento della democrazia e una crescente integrazione con le economie
dell’Europa occidentale.
I numeri mostrano
chiaramente il cambiamento. Tra 1980 e 1990 il PIL reale pro capite spagnolo
passa da 14.006 a 19.215 dollari: un aumento di 5.209 dollari, pari a circa il
37,2%. Nello stesso periodo l’Italia passa da 20.959 a 26.003 dollari,
guadagnando 5.044 dollari, pari a circa il 24,1%. Per la prima volta la Spagna
cresce abbastanza rapidamente da iniziare a ridurre anche il divario assoluto,
che scende da 6.953 a 6.788 dollari. La riduzione è minima, appena 165 dollari,
ma la direzione è cambiata. Il confronto relativo è più eloquente: il livello
spagnolo passa dal 66,8% a quasi il 74% di quello italiano, sette punti
percentuali recuperati in dieci anni.
Il processo accelera
negli anni Novanta. Nel 2000 il PIL pro capite spagnolo raggiunge 26.995
dollari, con un aumento di 7.780 dollari rispetto al 1990, circa il 40,5%.
Anche l’Italia continua a crescere, dai 26.003 dollari del 1990 ai 32.717 del
2000, ma l’incremento è del 25,8%, nettamente inferiore in termini percentuali.
Il vantaggio italiano scende così a 5.722 dollari: oltre mille dollari di
divario recuperati in un decennio.
Considerando l’intero
ventennio, la differenza nelle velocità diventa ancora più evidente. La Spagna
passa da 14.006 a 26.995 dollari, con una crescita cumulata di circa il 92,7%:
il reddito reale per abitante è quasi raddoppiato. L’Italia passa da 20.959 a
32.717 dollari, con un incremento di circa il 56,1%. Anche l’economia italiana
diventa sensibilmente più ricca, ma la Spagna corre ormai più velocemente.
È questo il vero
significato degli anni Ottanta e Novanta. L’Italia non entra in declino
assoluto: continua a crescere e raggiunge livelli di reddito molto superiori a
quelli del 1980. Semplicemente, la Spagna cresce di più. La rincorsa che
porterà i due paesi a soli 450 dollari di distanza comincia dunque molto prima
della stagnazione italiana del XXI secolo.
Figura
5. Gli anni Ottanta e Novanta: comincia la vera convergenza spagnola
1986:
l’ingresso nella CEE e la grande integrazione
Il 1° gennaio 1986
rappresenta una data fondamentale nella storia economica della Spagna
contemporanea. Con l’ingresso nella Comunità Economica Europea, insieme al
Portogallo, Madrid entra definitivamente nello spazio economico e istituzionale
dell’Europa occidentale.
Non è possibile
attribuire la crescita spagnola esclusivamente all’integrazione europea: la
modernizzazione era iniziata molto prima, come mostrano i due decenni
precedenti. Ma l’adesione coincide con una fase nella quale apertura dei
mercati, investimenti, infrastrutture e commercio contribuiscono ad accelerare
l’avvicinamento alle economie europee più avanzate.
L’ingresso nella CEE
inserisce l’economia spagnola in un mercato molto più ampio. La progressiva
eliminazione delle barriere commerciali favorisce l’integrazione delle imprese
nelle catene produttive europee: la concorrenza aumenta, ma aumenta contemporaneamente
la possibilità di vendere beni e servizi in un mercato continentale. A questa
apertura si accompagna la modernizzazione delle infrastrutture. Trasporti,
collegamenti e reti diventano elementi essenziali per integrare un paese
geograficamente esteso con il resto del mercato europeo; gli investimenti non
producono necessariamente effetti immediati sul PIL pro capite, ma creano
condizioni più favorevoli alla produttività e alla circolazione di persone,
merci e capitale.
L’integrazione europea
non deve quindi essere interpretata come una spiegazione unica o automatica del
successo spagnolo. La crescita dipende anche dalla trasformazione produttiva
iniziata nei decenni precedenti, dall’urbanizzazione, dagli investimenti privati,
dall’aumento della produttività e dall’espansione dei servizi. Tuttavia
l’adesione del 1986 inserisce questi processi all’interno di uno spazio
economico molto più integrato.
La lezione è soprattutto
storica: l’Europa non cancellò automaticamente le differenze economiche tra i
suoi membri, ma offrì un quadro all’interno del quale la convergenza poteva
essere accelerata da commercio, investimenti, infrastrutture e maggiore integrazione
produttiva. Per la Spagna il 1986 non rappresenta l’inizio della
modernizzazione, ma il momento in cui una trasformazione già avviata entra
definitivamente nella dimensione economica europea.
Figura
6. Spagna e Italia: la convergenza nell’Europa integrata
Il
2000: l’Italia è ancora avanti, ma la Spagna è ormai vicina
Nel 2000 l’Italia registra 32.717 dollari pro capite
contro i 26.995 della Spagna. Il vantaggio è ancora di 5.722 dollari, una cifra
considerevole, ma la Spagna è ormai all’82,5% del livello italiano.
Il dato va confrontato con quello di vent’anni prima,
quando il divario sfiorava i 7.000 dollari e la quota spagnola non arrivava al
67%. In due decenni Madrid ha iniziato a ridurre una distanza che sembrava
strutturale, guadagnando quasi sedici punti percentuali sul livello italiano.
La fotografia del 2000 mostra due economie ancora
chiaramente distinte, ma non più appartenenti a categorie diverse. Entrambe
sono economie di servizi mature, integrate nel mercato unico europeo, e nel
1999 entrambe adottano l’euro. È il momento in cui la convergenza smette di
essere una tendenza statistica visibile solo agli economisti e diventa un fatto
percepibile.
Figura
7. Il 2000: l’Italia è ancora avanti, ma la Spagna è ormai vicina
La stagnazione italiana
cambia la corsa
Tra 2000 e 2010 il vantaggio
italiano scende da 5.722 a 2.980 dollari. È la riduzione più rapida dell’intera
serie storica, e per la prima volta non dipende soltanto dalla velocità
spagnola.
Nel decennio l’Italia cresce del
6,3%, la Spagna del 17,7%. La differenza tra i due tassi è ampia, ma il dato
veramente nuovo è il livello assoluto della crescita italiana: poco più del 6%
in dieci anni significa una sostanziale stagnazione del reddito reale per
abitante. Nelle fasi precedenti la Spagna doveva inseguire un bersaglio che si
muoveva rapidamente; ora il bersaglio continua a muoversi, ma molto più
lentamente.
Il decennio non è lineare per
nessuno dei due paesi. Nel 2007 l’Italia tocca il suo massimo storico con
36.311 dollari e la Spagna raggiunge 32.735: il divario è già sceso a 3.576
dollari. Poi arriva la crisi finanziaria, che colpisce entrambe le economie.
Nel 2010 l’Italia è scesa a 34.766 dollari e la Spagna a 31.786. La Spagna
perde in termini assoluti quanto e più dell’Italia, ma la caduta italiana è
sufficiente a lasciare il differenziale al livello più basso mai registrato
fino a quel momento.
2019: appena 450 dollari
separano Italia e Spagna
Nel 2019 l’Italia è a
35.407 dollari pro capite e la Spagna a 34.957. Restano appena 450 dollari,
circa l’1,3% del livello italiano.
È il punto di arrivo
della rincorsa. Rispetto ai 6.953 dollari del 1980, oltre il 93,5% della
distanza è stato cancellato. La Spagna ha raggiunto il 98,7% del PIL pro capite
italiano: una differenza che, considerata l’incertezza insita in qualsiasi
stima storica del prodotto reale, è prossima ai limiti di ciò che l’indicatore
può misurare in modo affidabile.
Vale la pena
sottolineare come ci si sia arrivati. Tra 2000 e 2019 l’Italia non si
impoverisce: passa da 32.717 a 35.407 dollari. Cresce, però, di appena 2.690
dollari in diciannove anni, mentre la Spagna ne aggiunge 7.962. La convergenza
non richiede l’impoverimento del paese in testa; richiede soltanto che
l’inseguitore cresca più rapidamente, e abbastanza a lungo.
La pandemia interrompe
il quasi sorpasso
Il 2020 interrompe
bruscamente la traiettoria. L’Italia scende a 32.385 dollari pro capite e la
Spagna a 30.835, con perdite rispetto al 2019 di 3.022 e 4.122 dollari.
La caduta spagnola è
quindi più intensa sia in valore assoluto sia in percentuale, e il divario
risale immediatamente a 1.550 dollari: in un solo anno viene annullata buona
parte del recupero faticosamente accumulato nel decennio precedente. La ragione
è in larga misura settoriale. L’economia spagnola dipende dal turismo e dai
servizi legati alla mobilità internazionale più di quanto non faccia quella
italiana, e sono esattamente questi i settori che le restrizioni sanitarie
colpiscono più duramente.
L’episodio mostra un
aspetto importante della convergenza: quando due economie arrivano a livelli
simili attraverso specializzazioni diverse, un singolo shock asimmetrico può
riaprire in dodici mesi una distanza costruita in vent’anni.
2022: l’Italia torna ad
allontanarsi, ma il vantaggio è molto più piccolo
Nel 2022 l’Italia
raggiunge 36.224 dollari pro capite contro i 34.123 della Spagna. Entrambi i
paesi recuperano gran parte delle perdite pandemiche, ma l’Italia torna
sostanzialmente ai livelli del 2007, mentre la Spagna resta ancora sotto il
proprio massimo del 2019.
Il vantaggio italiano
risale così a 2.101 dollari. È più del quadruplo dei 450 dollari del 2019, e la
lettura più immediata è che la convergenza si sia interrotta. Ma il confronto
storico ridimensiona la conclusione: 2.101 dollari sono meno di un terzo dei
6.953 del 1980 e poco più di un terzo dei 5.722 del 2000. In termini relativi
la Spagna è al 94,2% del livello italiano, contro il 66,8% di quarant’anni
prima.
La riapertura del
margine è reale, ma avviene attorno a una posizione di sostanziale parità, non
attorno alla gerarchia netta che caratterizzava il Novecento.
Settant’anni
di rincorsa: chi è cresciuto davvero di più?
C’è un modo semplice per
misurare l’intera vicenda: confrontare il punto di partenza con quello di
arrivo.
Dal 1950 al 2022
l’Italia passa da 5.582 a 36.224 dollari pro capite: il reddito reale per
abitante diventa circa 6,5 volte quello iniziale. La Spagna passa da 3.459 a
34.123 dollari: circa 9,9 volte. Il livello finale italiano resta superiore, ma
il moltiplicatore spagnolo è nettamente maggiore.
È la misura più
sintetica della rincorsa, e chiarisce anche un equivoco frequente. Il confronto
tra i due moltiplicatori non dice che la Spagna sia oggi più ricca dell’Italia:
dice che è partita da molto più in basso ed è arrivata quasi allo stesso punto.
Entrambi i paesi hanno moltiplicato per molte volte il proprio reddito reale in
settant’anni, e questa è la vera storia comune dell’Europa meridionale del
dopoguerra. La differenza tra i due moltiplicatori, però, è ciò che ha
trasformato una gerarchia in una quasi parità.
Figura
12. Settant’anni di rincorsa: chi è cresciuto davvero di più?
Il
differenziale: un solo grafico per tutta la storia
Una sola curva racconta
allontanamento, convergenza, quasi parità e riapertura del margine: quella
della differenza tra il PIL pro capite italiano e quello spagnolo.
Il differenziale parte
da +2.123 dollari nel 1950, sale a +4.398 nel 1960 e a +5.989 nel 1970,
raggiunge il massimo di +6.953 nel 1980. Poi comincia la discesa: +6.788 nel
1990, +5.722 nel 2000, +3.576 nel 2007, +2.980 nel 2010, fino al minimo di +450
nel 2019. Il 2020 segna la brusca risalita a +1.550 e il 2022 si chiude a
+2.101.
Letta in questo modo, la
vicenda ha una forma riconoscibile: trent’anni di allontanamento, quarant’anni
di recupero, due anni di parziale inversione. Ed è una forma che nessuna
fotografia annuale può restituire. Guardando solo il 1980 si concluderebbe che
la distanza è strutturale; guardando solo il 2019 si concluderebbe che la
parità è raggiunta; guardando solo il 2022 si concluderebbe che l’Italia si sta
riallontanando. Tutte e tre le letture sono vere sul momento e tutte e tre sono
fuorvianti come descrizione della traiettoria.
Figura
13. Il differenziale Italia-Spagna: il grafico che racconta tutta la storia
La
vicenda italo-spagnola degli ultimi settant’anni si presta a essere raccontata
come una gara, ma è più utile leggerla come un esperimento naturale sulla forza
della crescita cumulativa.
La
prima conclusione riguarda proprio questo. Differenze anche piccole nei tassi
medi annui, se persistono per dieci, venti o quarant’anni, possono cambiare
profondamente le gerarchie economiche. Tra 1980 e 2000 la Spagna non ha fatto
nulla di spettacolare in un singolo anno: ha semplicemente cresciuto di qualche
decimo di punto in più dell’Italia, per vent’anni consecutivi. Il risultato è
stato il recupero di oltre quindici punti percentuali sul livello italiano.
Nessun evento drammatico, nessuna rottura: solo l’aritmetica dell’interesse
composto applicata al prodotto interno lordo.
La
seconda conclusione è che la convergenza non ha richiesto il declino del paese
in testa. È una precisazione importante, perché il racconto pubblico tende a
interpretare ogni recupero come il sintomo di un fallimento altrui. L’Italia
del 2019 era molto più ricca dell’Italia del 1980: il suo PIL pro capite era
aumentato del 69%. La Spagna ha recuperato perché per lunghi periodi ha
aumentato il proprio reddito reale per abitante più rapidamente, non perché
l’Italia si sia impoverita. È vero che dal 2000 la stagnazione italiana ha
accelerato il processo, dimezzando i tempi del recupero; ma i tre quarti della
strada erano già stati percorsi prima.
La
terza conclusione è forse la meno intuitiva: recuperare non significa
necessariamente sorpassare. La Spagna ha cancellato oltre il 93% del divario
del 1980 e non ha mai superato stabilmente l’Italia. Nel 2019 si è fermata a
450 dollari; poi la pandemia ha riaperto il margine. Un paese può arrivare a un
passo dal traguardo e restarci, o arretrare. Ciò non rende la trasformazione
meno significativa: passare da una posizione nettamente periferica, con il 62%
del reddito italiano nel 1950, a una sostanziale parità rappresenta comunque
uno dei cambiamenti economici più rilevanti dell’Europa meridionale
contemporanea.
Resta
infine il limite dell’esercizio. Tutto quanto precede riguarda un solo
indicatore, e la parità nel PIL pro capite non significa parità nelle
condizioni di vita. Nel 2019 la Spagna aveva una disoccupazione strutturalmente
più alta di quella italiana; l’Italia una distribuzione territoriale del
reddito profondamente diseguale. Il PIL pro capite non misura nulla di tutto
questo. Misura la capacità produttiva media, ed è per questo che consente un
confronto lungo settant’anni che altri indicatori non permetterebbero.
Ciò
che la serie storica mostra con chiarezza è che le posizioni relative dei paesi
cambiano molto più di quanto suggerisca qualsiasi singola fotografia annuale.
Nel 1950 la Spagna era al 62,0% del PIL pro capite italiano; nel 2019 al 98,7%.
Settant’anni sono bastati per trasformare una distanza apparentemente
strutturale in una quasi parità, e due soli anni per riaprirne una parte. È la
ragione per cui conviene diffidare tanto delle gerarchie date per permanenti
quanto dei sorpassi annunciati troppo presto.
Fonte: Maddison Historical Data
Link: https://www.rug.nl/ggdc/historicaldevelopment/maddison/?lang=en
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