L'illusione della ragione europea: perché scienza, tecnologia e diritto non bastano a fondare una civiltà
1. La legge degli uomini contro quella di Dio: l'Europa riconosce la sovranità dello Stato, il Medio Oriente quella del sacro.
2. L'illusione della razionalità occidentale: scienza e tecnologia non fondano la civiltà, ma nascono da tradizioni religiose, etiche e morali.
3. Il Medio Oriente e il sacro: l'Occidente non comprende civiltà nelle quali le verità religiose precedono le leggi dello Stato.
La crisi della razionalità europea di fronte a civiltà nelle quali l'identità etnica, la religione e la morale continuano a rappresentare il fondamento dell'ordine politico.
Gli italiani, e più in generale gli europei, non capiscono il Medio Oriente. Non lo capiscono non tanto per ignoranza della sua storia, per insufficienza di informazioni o per incapacità di analisi geopolitica. Non lo capiscono perché hanno progressivamente perduto le categorie intellettuali necessarie a comprenderlo. Cercano di interpretare una realtà nella quale l'appartenenza etnica, la religione, la morale e il diritto costituiscono dimensioni profondamente intrecciate attraverso una concezione del mondo che ha deliberatamente separato questi elementi, subordinandoli alla sovranità dello Stato e alla razionalità delle sue istituzioni.
L'europeo contemporaneo considera generalmente lo Stato come la fonte suprema della legittimità giuridica. La legge positiva, prodotta dalle istituzioni politiche, rappresenta il criterio ultimo della convivenza civile. Le appartenenze etniche, le tradizioni religiose e le convinzioni morali sono ammesse nella misura in cui rimangono compatibili con l'ordinamento statale. Esse appartengono alla sfera delle identità personali e collettive, ma non possono pretendere di sostituirsi alla legge.
Questa concezione, tuttavia, non costituisce una verità universale. È il risultato particolare di una lunga vicenda storica europea, segnata dalle guerre di religione, dalla formazione degli Stati nazionali, dall'Illuminismo, dalla secolarizzazione e, infine, dalla progressiva trasformazione della cittadinanza in una condizione giuridica relativamente indipendente dall'origine etnica e dall'appartenenza confessionale.
Gli europei hanno così imparato, almeno sul piano dei principi, a considerare le differenze etniche e religiose come questioni subordinate rispetto all'universalità della legge. Non significa che abbiano realmente superato il nazionalismo, il razzismo o le contrapposizioni identitarie. Significa piuttosto che hanno costruito un sistema politico nel quale tali differenze non dovrebbero costituire il fondamento della sovranità.
Il Medio Oriente presenta una configurazione storica profondamente diversa.
Lo Stato etnico e la promessa biblica
La prima difficoltà europea riguarda la comprensione dello Stato di Israele e del rapporto tra identità nazionale e tradizione biblica.
L'europeo tende a interpretare Israele come uno Stato nazionale assimilabile agli altri, sottoposto alle medesime categorie del diritto internazionale, della sovranità territoriale e della cittadinanza. Ma questa interpretazione, pur necessaria sul piano giuridico, non esaurisce la questione.
Israele si definisce Stato nazionale del popolo ebraico. La sua identità politica è inseparabile dalla storia di un popolo che ha conservato per millenni una continuità religiosa, culturale e comunitaria, anche in assenza di una sovranità territoriale.
All'interno di alcune correnti del sionismo religioso, il rapporto con la terra assume inoltre un significato biblico e messianico. Il territorio non rappresenta semplicemente uno spazio amministrativo o una risorsa strategica, ma partecipa di una promessa che precede lo Stato moderno e che, per chi vi crede, possiede una legittimità superiore a quella delle convenzioni politiche.
Naturalmente, non tutti gli israeliani condividono questa interpretazione. Il sionismo ha avuto anche componenti laiche, socialiste e nazionaliste, mentre la società israeliana è attraversata da profondi conflitti sul rapporto tra religione e Stato.
Resta tuttavia una questione fondamentale: come può una concezione puramente positivistica del diritto comprendere una rivendicazione territoriale che, in alcune delle sue formulazioni, trae legittimità da una promessa divina?
Per il giurista europeo, un confine è il risultato di un trattato, di una decisione internazionale o di un processo storico-politico. Per chi attribuisce al territorio un significato sacro, quel confine può invece essere una delimitazione provvisoria, incapace di cancellare un diritto percepito come eterno.
Sono due concezioni della legittimità che non si incontrano facilmente.
Il mondo arabo e la superiorità della norma religiosa
Dall'altro lato, il mondo arabo presenta una difficoltà speculare, sebbene storicamente e teologicamente differente.
Nella tradizione islamica, la legge religiosa non è semplicemente una raccolta di precetti spirituali destinati alla coscienza individuale. Essa riguarda anche la vita sociale, i rapporti economici, la famiglia, la giustizia e l'organizzazione della comunità.
La sharia, nelle sue differenti interpretazioni, esprime l'idea di un ordine normativo che non nasce dalla volontà dello Stato, ma da una fonte divina. Il potere politico può amministrare, interpretare e applicare le norme, ma non è necessariamente considerato il loro fondamento ultimo.
Questo non significa che tutti gli arabi siano musulmani, né che tutti i musulmani attribuiscano alla legge religiosa la medesima funzione politica. Esistono società arabe secolarizzate, minoranze cristiane, tradizioni giuridiche differenti e movimenti che rivendicano una netta separazione tra religione e governo.
Tuttavia, in importanti correnti del pensiero politico islamico, la legittimità morale precede quella statale.
Qui emerge il secondo grande equivoco europeo.
L'Europa presume che una legge sia legittima perché emanata secondo procedure riconosciute da un ordinamento costituzionale. Una concezione religiosa del diritto può invece ritenere che una legge sia legittima soltanto quando rispetta principi morali anteriori e superiori alla volontà del legislatore.
La differenza è radicale: nel primo caso la norma trova la propria autorità nell'ordinamento politico; nel secondo, l'ordinamento politico deve giustificarsi davanti a una norma che lo trascende.
Non si tratta semplicemente di una contrapposizione tra modernità e arretratezza, ma di una controversia filosofica sulla fonte stessa dell'obbligazione morale.
La dimenticanza europea delle proprie origini
Il paradosso è che l'Europa ha conosciuto perfettamente questa concezione.
Per secoli, la civiltà europea ha riconosciuto l'esistenza di una legge naturale e divina superiore alla volontà dei sovrani. La filosofia greca, il diritto romano, il cristianesimo medievale e la scolastica hanno contribuito alla formazione di un universo intellettuale nel quale la giustizia non coincideva necessariamente con la legge positiva.
Antigone, nella tragedia di Sofocle, oppone al decreto del sovrano le leggi non scritte degli dèi. Tommaso d'Aquino distingue la legge umana dalla legge naturale e dalla legge eterna. Persino la moderna concezione dei diritti fondamentali conserva tracce di questa convinzione: esistono principi che il potere politico non dovrebbe poter violare, neppure quando dispone della forza necessaria per farlo.
L'Europa contemporanea tende però a dimenticare questa genealogia.
Immagina che la propria civiltà sia il risultato di una progressiva emancipazione dalla religione, dalla metafisica e dal mito, come se il pensiero razionale fosse comparso soltanto quando l'umanità ha cominciato a liberarsi del sacro.
Ma questa rappresentazione è storicamente incompleta.
La scienza, la tecnica e la razionalità moderna non sono sorte nel vuoto. Sono maturate all'interno di civiltà che avevano già elaborato complesse concezioni religiose, morali e metafisiche della verità.
La stessa convinzione che il mondo sia conoscibile, che la natura presenti un ordine intelligibile e che l'uomo possieda la capacità di comprenderlo ha una storia filosofica nella quale il pensiero religioso occupa un posto fondamentale.
La ragione moderna non è semplicemente la negazione del sacro. È anche una delle sue trasformazioni storiche.
Prometeo, Ulisse e l'illusione dell'autosufficienza della ragione
Si potrebbe leggere questa dimenticanza attraverso due grandi figure della mitologia greca: Prometeo e Ulisse.
Prometeo sottrae il fuoco agli dèi e lo consegna agli uomini. È il simbolo della tecnica, della conoscenza e dell'emancipazione umana. Ma il suo gesto contiene anche una tensione tragica: la capacità di dominare la natura non coincide necessariamente con la capacità di comprendere il significato morale di quel dominio.
Ulisse rappresenta invece l'intelligenza capace di superare gli ostacoli attraverso l'astuzia e il calcolo. Eppure, nel suo viaggio, l'intelligenza non è sufficiente a sottrarre l'uomo alle conseguenze della trasgressione del sacro. L'episodio delle vacche di Helios racconta precisamente la catastrofe che deriva dall'incapacità di riconoscere un limite superiore al desiderio e alla necessità immediata.
L'Europa moderna sembra aver assunto Prometeo e Ulisse come modelli esclusivi della civilizzazione, dimenticando il significato del loro rapporto conflittuale con il divino.
Crede che la tecnologia produca automaticamente progresso, che la scienza generi necessariamente saggezza e che la razionalità amministrativa possa sostituire integralmente la morale.
Ma la tecnica risponde alla domanda su come realizzare qualcosa, non necessariamente alla domanda sul perché sia giusto realizzarla.
Una società può possedere strumenti tecnologici straordinari e rimanere incapace di stabilire finalità condivise. Può produrre ricchezza senza giustizia, potenza senza responsabilità e conoscenza senza orientamento morale.
La civiltà non coincide con la somma delle sue invenzioni.
Il buon pensiero e l'antica sapienza iranica
Questa relazione tra ragione e dimensione spirituale emerge in maniera particolarmente significativa nell'antica tradizione religiosa iranica.
Nello zoroastrismo, Vohu Manah, il Buon Pensiero o Buona Mente, rappresenta uno dei principi fondamentali dell'ordine divino. È associato alla capacità dell'essere umano di orientarsi verso il bene, la verità e la giustizia.
Il pensiero, in questa prospettiva, non è una facoltà puramente strumentale, destinata a calcolare vantaggi o a dominare la materia. È una dimensione etica dell'esistenza, una partecipazione consapevole all'ordine del bene.
La razionalità non viene separata dalla morale: trova in essa il proprio orientamento.
Questa intuizione è fondamentale per comprendere ciò che la modernità europea rischia di aver smarrito.
Il buon pensiero non è semplicemente il pensiero efficiente. È il pensiero capace di riconoscere il bene.
La conoscenza scientifica può accrescere enormemente le possibilità dell'azione umana, ma non stabilisce da sola quali azioni meritino di essere compiute.
In questo senso, le grandi tradizioni religiose non devono essere considerate soltanto come residui di un passato irrazionale. Esse hanno rappresentato anche formidabili sistemi di organizzazione della fiducia, della cooperazione, della responsabilità e della continuità sociale.
Hanno certamente giustificato discriminazioni, persecuzioni e guerre. Ma hanno anche alimentato istituzioni educative, reti commerciali, pratiche assistenziali, elaborazioni giuridiche e concezioni della dignità umana.
Ridurre la religione alla sua funzione repressiva significa ignorare una parte decisiva della storia della civilizzazione.
Perché l'Occidente non comprende e non viene compreso
Ecco allora il nucleo del problema mediorientale.
L'Europa tende a interpretare i conflitti attraverso categorie territoriali, economiche, diplomatiche e giuridiche. Cerca compromessi, accordi, garanzie internazionali e soluzioni istituzionali.
Questi strumenti sono indispensabili, ma possono risultare insufficienti quando le parti attribuiscono alle proprie rivendicazioni un valore religioso, storico o identitario non negoziabile.
Un territorio considerato sacro non può essere trattato soltanto come una superficie da dividere. Una comunità che percepisce la propria identità come parte di un ordine morale superiore non può essere compresa esclusivamente attraverso il linguaggio della cittadinanza amministrativa.
Allo stesso modo, chi ritiene che la legge divina preceda quella umana può considerare una disposizione statale formalmente valida ma moralmente priva di autorità.
Questo non implica che i mediorientali siano incapaci di rispettare le leggi occidentali. Milioni di persone provenienti dal Medio Oriente vivono all'interno di ordinamenti laici, ne rispettano le istituzioni e partecipano pienamente alla vita democratica. Né significa che l'Europa sia realmente priva di identità religiose o convinzioni morali superiori alla legge.
Significa invece che esistono differenti gerarchie della legittimità, e che la loro incompatibilità potenziale viene spesso sottovalutata.
L'errore europeo consiste nel presumere che la propria gerarchia sia naturale e universalmente condivisa, anziché riconoscerla come una particolare costruzione storica.
Il Medio Oriente, a sua volta, non costituisce un universo omogeneo e immobile. È attraversato da processi di secolarizzazione, modernizzazione, pluralismo e conflitto interno. Proprio queste tensioni dimostrano che il rapporto tra sacro e potere rimane una questione aperta, non un destino immutabile.
La civiltà prima dello Stato
La conclusione è dunque più profonda di una semplice critica all'incapacità diplomatica occidentale.
Gli europei faticano a comprendere il Medio Oriente perché hanno progressivamente smesso di interrogarsi sulle fonti morali della propria stessa civiltà.
Hanno finito per considerare lo Stato, la scienza, il mercato e la tecnologia come realtà autosufficienti, dimenticando che nessuna istituzione può sopravvivere senza un patrimonio di convinzioni etiche, relazioni fiduciarie e significati condivisi.
La legge può organizzare la convivenza, ma non crea automaticamente le ragioni interiori per cui gli uomini scelgono di rispettarla.
La tecnologia può moltiplicare la potenza di una società, ma non può decidere quali fini rendano quella potenza desiderabile.
La razionalità può individuare i mezzi più efficaci, ma ha bisogno di confrontarsi con la questione del bene.
È qui che la tradizione religiosa, pur con tutte le sue contraddizioni, conserva un'importanza che il secolarismo più ingenuo non riesce a riconoscere.
Comprendere il Medio Oriente non significa accettare la supremazia della religione sul diritto, giustificare il nazionalismo etnico o rinunciare all'universalità dei diritti umani. Significa comprendere che il diritto positivo, da solo, non esaurisce l'esperienza umana della legittimità.
Forse la vera difficoltà europea non consiste nell'aver superato il sacro, ma nell'aver dimenticato quanto profondamente esso abbia contribuito a costruire la stessa ragione della quale oggi l'Europa si considera depositaria.
E forse, per comprendere davvero il Medio Oriente, gli europei dovrebbero prima ritrovare la memoria delle proprie origini.
Perché non è sufficiente sapere quali leggi governano gli uomini. Bisogna comprendere quali verità gli uomini ritengono superiori alle leggi.

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