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Nel
1913 l’Argentina raggiunge 6.052 dollari pro capite, consolidando la propria
immagine di economia emergente.
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Tra
1980 e 1990 il PIL pro capite crolla da 13.080 a 10.254 dollari reali.
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Nel
2022 l’Argentina resta sotto il picco del 2015, confermando una crescita
instabile e discontinua.
La
storia economica dell’Argentina costituisce uno dei casi più discussi dello
sviluppo moderno. Alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento il paese
cresceva rapidamente, attirava capitali e milioni di immigrati europei e
disponeva di un reddito per abitante che lo collocava tra le economie
relativamente prospere dell’epoca. Un secolo dopo l’Argentina rimane un paese a
reddito medio-alto e possiede ancora enormi risorse produttive, ma la promessa
di una convergenza stabile verso le economie più avanzate non si è realizzata.
I dati del Maddison Project Database 2023 permettono di osservare questa
parabola attraverso l’evoluzione del PIL reale pro capite.
Nel
1870 il PIL pro capite argentino è stimato in 2.340 dollari internazionali del
2011. Dieci anni dopo raggiunge 2.557 dollari. È soprattutto negli ultimi due
decenni dell’Ottocento che la curva cambia inclinazione: nel 1890 il valore
sale a 3.851 dollari e nel 1900 raggiunge 4.583. In trent’anni, tra il 1870 e
il 1900, il reddito reale per abitante aumenta quindi di circa il 96 per cento,
quasi raddoppiando.
Questa
crescita accompagna l’inserimento dell’Argentina nell’economia mondiale della
seconda rivoluzione industriale. Il paese dispone di una combinazione
particolarmente favorevole di terra, risorse agricole e accesso ai mercati
internazionali. L’espansione delle ferrovie e delle infrastrutture facilita
l’integrazione delle vaste aree produttive con i porti, mentre le esportazioni
agricole e zootecniche assumono un ruolo centrale. Parallelamente,
l’immigrazione europea modifica profondamente la struttura demografica e il
mercato del lavoro.
Alla
vigilia della Prima guerra mondiale l’ascesa è ormai evidente. Nel 1913 il PIL
pro capite argentino raggiunge 6.052 dollari internazionali. Rispetto al 1870 è
aumentato di circa il 159 per cento. In appena quarantatré anni il reddito per
abitante è diventato più di due volte e mezzo quello iniziale.
È
questa fase a creare l’immagine dell’Argentina come grande promessa
dell’economia mondiale. Il problema storico non è dunque spiegare perché il
paese sia sempre stato povero. Al contrario, occorre comprendere perché
un’economia che aveva raggiunto livelli relativamente elevati di prosperità non
sia riuscita a trasformare quel vantaggio iniziale in una crescita stabile
paragonabile a quella delle economie che avrebbero dominato il XX secolo.
La
Prima guerra mondiale introduce una prima importante discontinuità. Nel 1920 il
PIL pro capite argentino è pari a 5.536 dollari, inferiore ai 6.052 del 1913.
Il paese recupera successivamente e nel 1930 raggiunge 6.503 dollari. Ma la
traiettoria non possiede più la stessa regolarità della fase precedente.
Nel
1940 il PIL pro capite è di 6.633 dollari. Il confronto con il 1913 è
significativo: in ventisette anni il progresso complessivo è stato inferiore al
10 per cento. L’Argentina continua a essere un’economia relativamente prospera,
ma il ritmo di avanzamento è cambiato radicalmente.
Nel
1950 il reddito per abitante sale a 7.949 dollari. A prima vista potrebbe
sembrare l’inizio di una nuova accelerazione. In realtà i decenni successivi
mostrano una caratteristica che diventerà centrale nella storia economica
argentina: la crescita avviene, ma è frequentemente interrotta da crisi e
regressioni che cancellano una parte dei progressi precedenti.
Nel
1960 il PIL pro capite raggiunge 8.861 dollari. Nel 1970 arriva a 11.639 e nel
1980 a 13.080. Tra il 1950 e il 1980 l’aumento è quindi di circa il 65 per
cento. Il paese continua a diventare più ricco in termini assoluti, ma il
confronto storico deve essere fatto non soltanto con il proprio passato: mentre
l’Argentina cresce, molte economie dell’Europa occidentale e dell’Asia
orientale avanzano molto più rapidamente.
È
questa distinzione tra crescita assoluta e declino relativo a essere
fondamentale. Parlare di “secolo perduto” non significa sostenere che
l’Argentina del 2000 fosse più povera di quella del 1900. I dati dimostrano il
contrario. Significa piuttosto osservare una perdita di posizione relativa e
una successione di opportunità di convergenza non consolidate.
Gli
anni Ottanta rendono evidente il problema. Nel 1980 il PIL pro capite è pari a
13.080 dollari. Nel 1990 è sceso a 10.254 dollari. In un solo decennio la
contrazione è superiore al 21 per cento. Il paese termina quindi gli anni
Ottanta con un reddito reale per abitante nettamente inferiore a quello con cui
li aveva iniziati.
È
uno dei passaggi più importanti dell’intera serie. La crescita economica di
lungo periodo dipende infatti dalla capacità di accumulare progressivamente gli
incrementi di produttività e reddito. Quando profonde crisi producono
arretramenti pluriennali, non viene perso soltanto il reddito dell’anno della
recessione: viene modificata la base dalla quale parte la crescita successiva.
Gli
anni Novanta segnano un nuovo recupero. Nel 2000 il PIL pro capite argentino
raggiunge circa 14.369 dollari internazionali. Il livello del 1980 è stato
finalmente superato, ma sono occorsi circa vent’anni. Questa dinamica anticipa
ciò che accadrà nuovamente nel nuovo secolo.
La
crisi dei primi anni Duemila produce infatti un’altra brusca inversione. Nel
2002 il PIL pro capite precipita a circa 12.095 dollari. Rispetto ai 14.369
dollari del 2000, la perdita supera il 15 per cento in appena due anni.
Segue
però una fase di crescita molto intensa. Nel 2010 il PIL pro capite raggiunge
circa 18.980 dollari. Rispetto al minimo del 2002 l’incremento è di circa il 57
per cento in otto anni. Ancora una volta l’Argentina sembra essere entrata in
una fase capace di modificare la propria traiettoria di lungo periodo.
Nel
2015 il valore raggiunge circa 19.424 dollari internazionali. È uno dei livelli
più elevati della serie. Ma anche questa volta il progresso non viene
consolidato. Nel 2019 il PIL pro capite è già sceso a circa 17.913 dollari,
quasi l’8 per cento in meno rispetto al 2015.
La
pandemia accentua ulteriormente la contrazione. Nel 2020 il valore scende a
circa 15.976 dollari per abitante. Nel 2021 recupera a 17.471 e nel 2022
raggiunge 18.292 dollari. Il rimbalzo è significativo, ma nel 2022 il reddito
reale pro capite rimane ancora inferiore di circa 1.131 dollari rispetto al
livello registrato nel 2015.
La
forma della curva argentina è quindi profondamente diversa da quella di
un’economia caratterizzata da una crescita relativamente stabile. Non manca la
capacità di espandersi: in diversi periodi l’Argentina registra incrementi
molto consistenti. Manca soprattutto la continuità.
Il
confronto tra alcuni anni sintetizza bene il fenomeno. Il PIL pro capite passa
da 2.340 dollari nel 1870 a 6.052 nel 1913. Sale poi a 7.949 nel 1950, 13.080
nel 1980 e 14.369 nel 2000. Raggiunge 18.980 nel 2010 e 19.424 nel 2015, per
poi ridiscendere a 18.292 nel 2022.
Il
risultato complessivo non è quindi una stagnazione secolare. Tra il 1870 e il
2022 il PIL reale pro capite aumenta di quasi otto volte. Il punto è che questa
crescita si distribuisce in maniera estremamente irregolare e risulta
insufficiente, in diversi periodi, a mantenere la posizione relativa
conquistata dall’Argentina all’inizio del Novecento.
La
differenza appare ancora più chiara confrontando due fasi. Tra il 1870 e il
1913 il PIL pro capite aumenta da 2.340 a 6.052 dollari, circa il 159 per cento
in 43 anni. Tra il 1980 e il 2022 passa invece da 13.080 a 18.292 dollari: un
incremento di appena il 40 per cento in 42 anni.
La
durata dei due intervalli è quasi identica, ma la velocità della crescita è
radicalmente diversa.
Il
termine “declino” deve dunque essere utilizzato con cautela. L’Argentina
contemporanea produce per abitante molto più dell’Argentina di fine Ottocento.
Il suo declino è soprattutto relativo: altre economie sono riuscite a crescere
più rapidamente e con maggiore continuità, trasformando incrementi annuali
relativamente piccoli in enormi differenze accumulate nell’arco di decenni.
I
dati del Maddison Project, naturalmente, non permettono da soli di attribuire
causalmente questa traiettoria a un singolo fattore. Una serie di PIL pro
capite misura il risultato finale di processi molto più complessi. La storia
economica argentina è stata associata a instabilità macroeconomica, inflazione,
crisi valutarie e del debito, cambiamenti nelle politiche economiche, conflitti
distributivi, trasformazioni del commercio internazionale e difficoltà nel
mantenere nel tempo un quadro favorevole all’accumulazione e agli investimenti.
Ma
la serie storica consente di identificare il tratto quantitativo fondamentale:
l’alternanza tra accelerazioni e profonde interruzioni.
Nel
1913 l’Argentina aveva raggiunto 6.052 dollari pro capite. Nel 1950 era a
7.949: un progresso relativamente modesto in quasi quarant’anni. Tra il 1950 e
il 1980 la crescita riparte, ma il decennio successivo riporta il valore da
13.080 a 10.254. Il livello del 2000 viene seguito dalla crisi del 2002; il
grande recupero successivo conduce al massimo del 2015, ma nel 2022 quel
livello non è ancora stato recuperato.
È
questa successione a spiegare l’idea della “promessa incompiuta”. Non un paese
incapace di crescere, ma un’economia che più volte sembra imboccare una
traiettoria di convergenza e altrettante volte subisce un’interruzione.
La
storia argentina mostra così una delle proprietà più importanti della crescita
economica: nel lunghissimo periodo la continuità conta almeno quanto la
velocità. Crescere rapidamente per alcuni anni può produrre un boom; evitare di
perdere i progressi raggiunti per molti decenni produce invece sviluppo.
Nel
1870 l’Argentina partiva da 2.340 dollari per abitante. Nel 1913 era arrivata a
6.052. Nel 1980 aveva superato 13.000. Nel 2015 sfiorava 19.424. Nel 2022 era
nuovamente a 18.292. Più che una linea ascendente, la storia economica
argentina appare come una successione di avanzamenti, arresti e ripartenze.
È
proprio questa differenza tra potenziale e continuità a rendere il caso
argentino così importante. La grande promessa di inizio Novecento non è
scomparsa perché il paese abbia smesso definitivamente di crescere. È rimasta
incompiuta perché, nel corso di più di un secolo, troppe fasi di crescita non
sono riuscite a trasformarsi in una traiettoria stabile e cumulativa di
sviluppo.
Fonte:
Maddison Historical Data
Link:
https://www.rug.nl/ggdc/historicaldevelopment/maddison/?lang=en
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