- Taiwan
ha moltiplicato il PIL pro capite oltre trenta volte, diventando
protagonista della nuova ricchezza asiatica.
- Corea
del Sud e Singapore dimostrano come pochi decenni di crescita possano
ribaltare gerarchie economiche consolidate.
- Nel
2013 la Corea del Sud supera l’Italia, cancellando un divario che sembrava
quasi incolmabile.
- L’Italia
converge rapidamente nel dopoguerra, ma dal Duemila rallenta mentre
Germania e nuove economie avanzano ancora.
- Cento
anni dimostrano che piccoli differenziali di crescita, accumulati nel
tempo, possono trasformare completamente le economie.
La
storia economica dell’ultimo secolo può essere letta come una gigantesca
redistribuzione delle posizioni relative tra le nazioni. Nel 1922 molte delle
economie che oggi associamo alla tecnologia, all’industria avanzata e agli alti
redditi occupavano ancora posizioni periferiche nella distribuzione mondiale
della ricchezza. Al contrario, alcuni paesi che all’inizio del Novecento
godevano di condizioni relativamente favorevoli non sono riusciti a mantenere
la stessa velocità di crescita e hanno progressivamente perso terreno. Cento
anni dopo, la geografia economica mondiale appare profondamente diversa.
Questo
articolo prova a misurare tale trasformazione attraverso il PIL reale pro
capite ricostruito dal Maddison Project Database 2023. L’obiettivo non è
stabilire semplicemente quali siano oggi i paesi più ricchi, ma individuare
quali economie abbiano realizzato la maggiore trasformazione nell’arco di un
secolo. La distinzione è fondamentale. Un paese può trovarsi ai vertici
mondiali del reddito nel 2022 senza avere registrato il maggiore incremento
percentuale, semplicemente perché partiva già da livelli molto elevati. Al
contrario, un’economia inizialmente povera può moltiplicare decine di volte il
proprio reddito e scalare rapidamente la graduatoria internazionale.
È
proprio ciò che emerge osservando i grandi protagonisti della classifica.
Taiwan passa da circa 1.728 dollari internazionali di PIL pro capite nel 1922 a
53.143 nel 2022, moltiplicando il proprio reddito per circa 30,8 volte.
Singapore passa da 2.884 a 80.320 dollari, mentre la Corea del Sud sale da
1.493 a 41.321. In questi casi non siamo di fronte a una semplice crescita
quantitativa, ma a un cambiamento completo della posizione economica
internazionale.
La
trasformazione dell’Asia orientale costituisce infatti uno dei fenomeni
centrali dell’ultimo secolo. Corea del Sud, Taiwan, Singapore e, con tempi e
modalità differenti, Giappone e Cina dimostrano che le distanze economiche
apparentemente enormi possono essere recuperate nell’arco di poche generazioni.
Nel 1950 il PIL pro capite sudcoreano era inferiore a 1.000 dollari, mentre
quello italiano raggiungeva 5.582. Nel 2013 la Corea del Sud supera l’Italia e
nel 2022 il vantaggio supera ormai 5.000 dollari per abitante.
Ma
il secolo non racconta soltanto storie di convergenza. Gli Stati Uniti mostrano
un percorso differente: partire già dalla frontiera mondiale e continuare
comunque a crescere. L’Europa occidentale documenta invece una straordinaria
accelerazione nel secondo dopoguerra seguita, in alcuni paesi, da una
progressiva perdita di dinamismo. L’Italia ne è un esempio emblematico: da
5.582 dollari pro capite nel 1950 arriva a 32.717 nel 2000, avvicinandosi
fortemente a Francia e Germania, per poi raggiungere soltanto 36.224 dollari
nel 2022.
Esiste
infine il caso delle occasioni perdute. L’Argentina partiva all’inizio del
Novecento da una posizione superiore a quella di economie destinate
successivamente a superarla. Nel 1913 disponeva di 6.052 dollari pro capite,
contro 4.057 dell’Italia e 2.431 del Giappone. Nel 2022 raggiunge 18.292
dollari, mentre Italia e Giappone superano entrambi i 36.000.
La
classifica mondiale della crescita diventa così uno strumento per osservare tre
fenomeni distinti: convergenza, permanenza alla frontiera e perdita di
posizione relativa. Non racconta soltanto chi è diventato più ricco, ma quanto
rapidamente lo ha fatto e da quale livello è partito.
È
questa prospettiva a rendere particolarmente significativo il confronto dei
cento anni. Nel lungo periodo anche differenze apparentemente modeste nella
velocità della crescita si accumulano, modificando completamente le distanze
tra i paesi. Le gerarchie economiche che sembrano consolidate in una
determinata epoca possono essere rovesciate nel giro di poche generazioni. La
fotografia del 2022 è quindi il risultato provvisorio di cento anni di
accelerazioni, rallentamenti, crisi, convergenze e sorpassi.
Un
secolo che ha cambiato la geografia della ricchezza
Cento
anni sono un intervallo relativamente breve nella storia economica
dell’umanità, ma sono stati sufficienti per modificare profondamente la
distribuzione internazionale della ricchezza. Nel corso del Novecento e dei
primi decenni del XXI secolo milioni di persone sono passate da economie
prevalentemente agricole a sistemi industriali e post-industriali, mentre paesi
un tempo periferici hanno raggiunto o avvicinato i livelli di reddito delle
economie occidentali. Allo stesso tempo, alcune nazioni che occupavano
posizioni relativamente favorevoli all’inizio del secolo hanno progressivamente
perso terreno.
Il
PIL reale pro capite consente di osservare questa trasformazione da una
prospettiva particolarmente efficace. A differenza del PIL complessivo,
fortemente condizionato dalla dimensione della popolazione, il PIL per abitante
permette di misurare quanto valore economico viene prodotto mediamente per
ciascun individuo. Utilizzando valori reali comparabili nel tempo, come quelli
ricostruiti dal Maddison Project Database 2023, diventa possibile confrontare
economie molto diverse e misurare la crescita accumulata nell’arco di diverse
generazioni.
La
caratteristica fondamentale dell’ultimo secolo è che la crescita non è stata
distribuita uniformemente. Alcuni paesi hanno moltiplicato numerose volte il
proprio reddito per abitante; altri sono cresciuti più lentamente. La
conseguenza è stata una continua trasformazione delle gerarchie economiche
internazionali.
Il
caso della Corea del Sud rappresenta uno degli esempi più spettacolari. Nel
secondo dopoguerra era ancora un’economia estremamente povera. Nel 1950 il
Maddison Project stima un PIL pro capite inferiore a 1.000 dollari
internazionali del 2011, contro i 5.582 dell’Italia. Nel 2022 la situazione
risulta completamente ribaltata: la Corea del Sud raggiunge circa 41.321
dollari per abitante, mentre l’Italia si ferma a 36.224. Una distanza che
sembrava difficilmente recuperabile è stata cancellata nell’arco di poche
generazioni.
Il
Giappone offre un’altra manifestazione della stessa trasformazione asiatica.
Nel 1950, dopo la devastazione della Seconda guerra mondiale, il suo PIL pro
capite era di appena 3.062 dollari. Nel 1990 aveva raggiunto 29.949 dollari e
nel 2022 circa 38.269. La fase più intensa della crescita si concentra
soprattutto tra gli anni Cinquanta e Ottanta, prima della lunga frenata
iniziata negli anni Novanta.
Ancora
più recente è l’accelerazione cinese. Nel 1950 il PIL reale pro capite della
Cina era pari ad appena 799 dollari. Nel 1980 raggiungeva ancora soltanto 1.930
dollari. Nel 2000 era però salito a 4.730, nel 2010 a 9.658 e nel 2022 a circa
19.238 dollari. In settantadue anni il reddito reale per abitante è quindi
diventato circa ventiquattro volte quello iniziale.
La
trasformazione asiatica non significa tuttavia che le economie occidentali
abbiano smesso di crescere. Gli Stati Uniti, ad esempio, partivano già da
livelli di reddito molto elevati e hanno continuato ad avanzare. Il loro PIL
pro capite passa da circa 15.240 dollari nel 1950 a oltre 58.487 nel 2022. La
peculiarità americana consiste proprio nella capacità di combinare un livello
iniziale elevato con una crescita significativa anche nei decenni successivi.
L’Europa
occidentale presenta invece una storia caratterizzata da una straordinaria
convergenza nel secondo dopoguerra e da una successiva perdita di dinamismo.
L’Italia ne rappresenta un esempio particolarmente evidente. Il PIL pro capite
italiano passa da 5.582 dollari nel 1950 a 15.492 nel 1970, 26.003 nel 1990 e
32.717 nel 2000. Nel 2022 raggiunge 36.224 dollari. La crescita di lungo
periodo è enorme, ma la quasi stagnazione successiva all’inizio del nuovo
secolo ha progressivamente modificato la posizione relativa del paese.
All’estremo
opposto rispetto ai grandi miracoli asiatici troviamo economie come
l’Argentina. Il paese era relativamente prospero già all’inizio del Novecento,
ma non è riuscito a mantenere una crescita sufficientemente stabile da
conservare la propria posizione relativa. Crisi e ripartenze hanno prodotto una
traiettoria molto più irregolare rispetto a quella delle economie che hanno
dominato la classifica della crescita.
La
geografia mondiale della ricchezza è stata quindi riscritta non da un singolo
evento, ma dall’accumulazione di differenti velocità di crescita. Una
differenza apparentemente modesta nel tasso di sviluppo annuale, mantenuta per
cinquanta o cento anni, può trasformarsi in un enorme divario di reddito.
La
classifica dei paesi cresciuti maggiormente nell’ultimo secolo racconta perciò
qualcosa di più di una competizione tra economie. Mostra che le gerarchie
economiche non sono permanenti. Essere ricchi all’inizio di un periodo non
garantisce di mantenere la stessa posizione, così come partire da livelli molto
bassi non impedisce una convergenza straordinaria. Corea del Sud, Giappone e
Cina dimostrano quanto rapidamente possa cambiare la posizione di un paese
quando la crescita viene mantenuta per decenni. Italia e Argentina mostrano, da
prospettive differenti, quanto sia invece determinante la continuità.
Un
secolo di dati economici racconta così una trasformazione fondamentale: la
ricchezza mondiale non ha semplicemente aumentato le proprie dimensioni. Ha
cambiato geografia.
Come
costruire la classifica
Stabilire
quali paesi siano cresciuti maggiormente nell’ultimo secolo richiede
innanzitutto di definire che cosa si intenda per “crescita”. Utilizzare il PIL
complessivo produrrebbe infatti una graduatoria fortemente influenzata dalla
dimensione demografica: un paese potrebbe aumentare enormemente la propria
produzione semplicemente perché la popolazione è diventata molto più numerosa,
senza che il reddito medio dei suoi abitanti sia cresciuto nella stessa
proporzione. Per questo motivo la classifica viene costruita utilizzando il PIL
reale pro capite.
La
fonte di riferimento è il Maddison Project Database 2023, che raccoglie e
armonizza serie storiche di lungo periodo relative al PIL, alla popolazione e
al PIL per abitante di numerosi paesi. La variabile utilizzata è il PIL reale
pro capite espresso in dollari internazionali del 2011. L’utilizzo di prezzi
comparabili consente di ridurre le distorsioni provocate dall’inflazione e di
confrontare livelli di produzione appartenenti a epoche e paesi differenti.
Il
periodo ideale per una classifica degli “ultimi cento anni” sarebbe 1922-2022,
essendo il 2022 l’ultimo anno disponibile nel database utilizzato. Esiste però
un problema metodologico: non tutti i paesi dispongono di osservazioni
perfettamente comparabili per l’intero periodo. Stati contemporanei nati
successivamente, modificazioni territoriali, lacune nelle ricostruzioni
storiche e disponibilità differente delle fonti possono rendere impossibile
applicare meccanicamente lo stesso anno iniziale a ogni economia.
Per
ottenere una graduatoria rigorosa è quindi necessario definire preventivamente
il campione. La soluzione più restrittiva consiste nell’includere
esclusivamente i paesi per i quali il Maddison Project dispone sia del valore
del PIL pro capite nel 1922 sia di quello del 2022. In questo modo tutti
vengono confrontati sulla stessa finestra temporale di cento anni. Una seconda
classifica può eventualmente essere dedicata ai paesi per i quali le serie
iniziano successivamente, evitando però di confondere periodi di durata
differente.
Il
criterio fondamentale della graduatoria è la crescita percentuale cumulata del
PIL reale pro capite. Per ogni paese viene confrontato il valore finale con
quello iniziale secondo la relazione:
crescita
percentuale = [(PIL pro capite 2022 / PIL pro capite 1922) − 1] × 100.
Se,
per esempio, un paese fosse passato da 2.000 a 20.000 dollari internazionali
per abitante, il suo reddito reale pro capite sarebbe diventato dieci volte
quello iniziale e la crescita cumulata sarebbe pari al 900 per cento.
Accanto
alla variazione percentuale è utile indicare anche il moltiplicatore del
reddito. Dire che il PIL pro capite è diventato 5, 10 o 20 volte quello
iniziale rende immediatamente comprensibile la dimensione della trasformazione.
La classifica dovrebbe quindi riportare almeno quattro informazioni: paese, PIL
pro capite iniziale, PIL pro capite nel 2022, crescita percentuale e
moltiplicatore.
Questa
metodologia richiede comunque cautela nell’interpretazione. Un’economia
inizialmente molto povera può registrare incrementi percentuali enormi partendo
da una base ridotta, mentre un paese già ricco nel 1922 può aumentare di molto
il proprio reddito in termini assoluti senza occupare le prime posizioni della
classifica percentuale. Il risultato non misura quindi quale paese sia oggi più
ricco, ma quale abbia aumentato maggiormente il reddito reale medio dei propri
abitanti nell’arco del periodo considerato.
È
proprio questa distinzione a rendere interessante la graduatoria. La classifica
non fotografa semplicemente la ricchezza mondiale del 2022: misura la
trasformazione. Permette di individuare quali economie abbiano realizzato le
più profonde accelerazioni, quali siano riuscite a convergere verso i paesi
avanzati e quali, pur crescendo, abbiano perso progressivamente posizione. In
questo senso, cento anni di PIL pro capite diventano una misura quantitativa
dei grandi vincitori e delle occasioni perdute della storia economica
contemporanea.
La
classifica mondiale: i paesi cresciuti di più
Applicando
lo stesso criterio a tutti i paesi per i quali il Maddison Project Database
2023 dispone contemporaneamente di un valore nel 1922 e nel 2022, emerge una
classifica che mostra quanto profondamente siano cambiate le gerarchie
economiche mondiali. La graduatoria è costruita sulla crescita percentuale
cumulata del PIL reale pro capite, espresso in dollari internazionali del 2011.
Il moltiplicatore indica invece quante volte il reddito per abitante del 2022
supera quello del 1922.
|
Pos. |
Paese |
PIL pc 1922 |
PIL pc 2022 |
Crescita |
Moltiplicatore |
|
1 |
Russia |
679 |
25.437 |
+3.647% |
37,5x |
|
2 |
Taiwan |
1.728 |
53.143 |
+2.975% |
30,8x |
|
3 |
Singapore |
2.884 |
80.320 |
+2.685% |
27,9x |
|
4 |
Corea
del Sud |
1.493 |
41.321 |
+2.668% |
27,7x |
|
5 |
Romania |
1.283 |
26.198 |
+1.941% |
20,4x |
|
6 |
Norvegia |
4.570 |
88.366 |
+1.834% |
19,3x |
|
7 |
Irlanda |
4.141 |
60.257 |
+1.355% |
14,6x |
|
8 |
Islanda |
3.012 |
42.146 |
+1.299% |
14,0x |
|
9 |
Portogallo |
2.279 |
28.992 |
+1.172% |
12,7x |
|
10 |
Finlandia |
3.280 |
40.701 |
+1.141% |
12,4x |
|
11 |
Giappone |
3.244 |
38.269 |
+1.080% |
11,8x |
|
12 |
Brasile |
1.301 |
14.640 |
+1.025% |
11,3x |
|
13 |
Malaysia |
2.405 |
26.629 |
+1.007% |
11,1x |
|
14 |
Spagna |
3.423 |
34.123 |
+897% |
10,0x |
|
15 |
Panama |
2.401 |
23.557 |
+881% |
9,8x |
|
16 |
Svezia |
4.868 |
47.126 |
+868% |
9,7x |
|
17 |
Austria |
4.586 |
43.793 |
+855% |
9,5x |
La
graduatoria presenta risultati sorprendenti. La serie della Federazione Russa
registra il maggiore incremento matematico tra le economie nazionali
confrontabili, passando da circa 679 dollari per abitante nel 1922 a 25.437 nel
2022, un livello 37,5 volte superiore. Il dato deve però essere interpretato
con particolare cautela per le profonde discontinuità territoriali, politiche e
statistiche attraversate dalla Russia e dall’Unione Sovietica nel corso del
secolo.
Il
cuore della classifica è soprattutto asiatico. Taiwan passa da 1.728 a oltre
53.000 dollari per abitante, moltiplicando il proprio livello per circa 30,8
volte. Singapore sale da 2.884 a oltre 80.000 dollari, mentre la Corea del Sud
passa da appena 1.493 a 41.321 dollari. Quest’ultima moltiplica quindi il
proprio PIL pro capite per 27,7 volte.
Questi
numeri quantificano la straordinaria trasformazione dell’Asia orientale.
Economie relativamente povere all’inizio del periodo sono riuscite a
raggiungere livelli di reddito comparabili, e in alcuni casi superiori, a
quelli delle economie occidentali avanzate.
La
presenza della Norvegia dimostra però che partire poveri non è una condizione
necessaria per ottenere risultati eccezionali. Il paese parte già da 4.570
dollari nel 1922 e raggiunge 88.366 nel 2022: il valore più elevato tra i paesi
presenti nelle prime posizioni della graduatoria e un incremento di oltre
diciannove volte.
Anche
l’Europa meridionale mostra una trasformazione profonda. Il Portogallo passa da
2.279 a 28.992 dollari, mentre la Spagna sale da 3.423 a 34.123, moltiplicando
quasi esattamente per dieci il proprio reddito reale per abitante. Finlandia,
Irlanda e Islanda confermano quanto significativa sia stata anche la crescita
delle economie europee più piccole.
Il
Giappone occupa l’undicesima posizione: da 3.244 dollari nel 1922 arriva a
38.269 nel 2022, quasi dodici volte tanto. Il suo risultato sarebbe stato
ancora più spettacolare osservando esclusivamente la grande accelerazione del
secondo dopoguerra.
La
classifica mostra quindi che i grandi vincitori del secolo non appartengono a
una sola regione. Asia orientale, Europa settentrionale, Europa meridionale e
alcune economie emergenti sono tutte rappresentate. Il tratto comune è la
capacità di trasformare incrementi di produttività mantenuti per decenni in
enormi differenze cumulative.
Un
aumento di dieci, venti o trenta volte del PIL reale pro capite non rappresenta
semplicemente una percentuale: significa che nell’arco di poche generazioni è
cambiata completamente la quantità di beni e servizi che un’economia è in grado
di produrre mediamente per ciascun abitante. È questa trasformazione
cumulativa, più della posizione occupata in un singolo anno, a identificare i
veri protagonisti economici dell’ultimo secolo.
Nota
metodologica: ho escluso dalla tabella aggregati storici presenti nel database
come “Former USSR”, “Former Yugoslavia” e “Czechoslovakia”, perché non sono
Stati esistenti nel 2022. La classifica deriva direttamente dai valori 1922 e
2022 del foglio GDPpc del Maddison Project Database 2023.
Corea
del Sud: il miracolo economico che ha ribaltato le gerarchie
Pochi
paesi rappresentano la trasformazione delle gerarchie economiche mondiali
dell’ultimo secolo meglio della Corea del Sud. All’inizio del secondo
dopoguerra il paese presentava livelli di reddito estremamente bassi;
settant’anni dopo è diventato un’economia industriale avanzata, capace non
soltanto di convergere verso l’Occidente, ma di superare nel PIL pro capite
paesi come l’Italia. I dati del Maddison Project Database 2023 permettono di
misurare la dimensione di questa trasformazione.
Nel
1922 il PIL reale pro capite sudcoreano era pari a circa 1.493 dollari
internazionali del 2011. Nel 2022 raggiunge 41.321 dollari. Nell’arco di un
secolo il reddito per abitante è quindi diventato circa 27,7 volte quello
iniziale, corrispondente a un incremento cumulato di circa il 2.668 per cento.
È uno dei risultati più elevati tra le economie per le quali il database
permette un confronto sull’intero periodo 1922-2022.
La
trasformazione appare ancora più impressionante concentrandosi sul secondo
dopoguerra. Nel 1950, dopo la fine dell’occupazione giapponese e alla vigilia
della guerra di Corea, il PIL pro capite della Corea del Sud era di appena 998
dollari. Nello stesso anno quello italiano raggiungeva 5.582 dollari. Il
reddito medio italiano era quindi circa 5,6 volte quello sudcoreano.
Ancora
nel 1960 la distanza sembrava enorme. L’Italia aveva raggiunto 9.430 dollari
per abitante, mentre la Corea del Sud era a circa 1.548. Il PIL pro capite
coreano equivaleva ad appena il 16 per cento di quello italiano. Sarebbe stato
difficile immaginare che, nell’arco di poco più di mezzo secolo, le posizioni
si sarebbero completamente invertite.
L’accelerazione
comincia a diventare evidente nei decenni successivi. Nel 1970 la Corea
raggiunge 2.975 dollari pro capite e nel 1980 arriva a 6.064. Nel 1990 il
valore è già salito a 13.874 dollari. In trent’anni, tra il 1960 e il 1990, il
reddito reale per abitante viene quindi moltiplicato quasi nove volte.
Il
processo non si interrompe con il raggiungimento di livelli intermedi di
sviluppo. Nel 2000 il PIL pro capite sudcoreano raggiunge 23.108 dollari,
mentre quello italiano è pari a 32.717. La Corea è ancora indietro di circa
9.600 dollari per abitante, ma ha ormai raggiunto oltre il 70 per cento del
livello italiano.
Dieci
anni dopo la distanza è quasi scomparsa. Nel 2010 l’Italia registra 34.766
dollari pro capite e la Corea del Sud 31.538. Il divario si è ridotto a circa
3.228 dollari.
Il
momento simbolicamente decisivo arriva nel 2013. Secondo la serie Maddison, il
PIL pro capite sudcoreano raggiunge 33.712 dollari, mentre quello italiano
scende a 33.317. La Corea supera quindi l’Italia di circa 395 dollari per
abitante. Un sorpasso che nel 1950 sarebbe apparso quasi inconcepibile diventa
realtà dopo poco più di sessant’anni.
Non
si tratta inoltre di un incrocio temporaneo delle due serie. Nel 2019 la Corea
del Sud raggiunge 38.936 dollari contro 35.407 dell’Italia. Nel 2022 il
vantaggio si amplia ulteriormente: 41.321 dollari per la Corea contro 36.224
per l’Italia. La distanza supera ormai i 5.000 dollari per abitante.
Il
confronto tra 1950 e 2022 sintetizza l’intera trasformazione. Il PIL pro capite
italiano aumenta da 5.582 a 36.224 dollari, diventando circa 6,5 volte quello
iniziale. È una crescita enorme, che comprende il miracolo economico italiano e
la trasformazione del paese in una delle maggiori economie industriali
mondiali. Nello stesso periodo, tuttavia, la Corea del Sud passa da 998 a
41.321 dollari: oltre 41 volte il valore di partenza.
Il
sorpasso non deriva quindi dall’impoverimento assoluto dell’Italia, ma dalla
straordinaria differenza nelle velocità di crescita accumulate per decenni. Il
fenomeno diventa particolarmente evidente dopo il 2000. Tra il 2000 e il 2022
il PIL pro capite italiano aumenta di circa 3.500 dollari; quello sudcoreano
cresce di oltre 18.200.
La
Corea del Sud rappresenta così uno dei casi più chiari di convergenza economica
dell’età contemporanea. Industrializzazione, accumulazione di capitale,
istruzione, esportazioni e progressivo spostamento verso produzioni
tecnologicamente avanzate hanno accompagnato una trasformazione che ha
modificato completamente la posizione internazionale del paese.
Nel
1950 un italiano produceva mediamente oltre cinque volte quanto un sudcoreano.
Nel 2022 è la Corea del Sud a presentare un PIL pro capite superiore di circa
il 14 per cento. Il ribaltamento dimostra quanto le gerarchie della ricchezza
possano cambiare nell’arco di poche generazioni. Partire da una posizione di
forte arretratezza non impedisce di raggiungere le economie avanzate quando una
crescita sufficientemente elevata viene mantenuta per decenni. La Corea del Sud
non ha semplicemente recuperato un divario: ha trasformato una distanza
apparentemente incolmabile in un sorpasso.
Taiwan
e le tigri asiatiche: la grande accelerazione dell’Asia orientale
Se
la Corea del Sud rappresenta uno dei casi più spettacolari di convergenza
economica del Novecento, il fenomeno assume dimensioni ancora più significative
quando viene osservato nell’insieme dell’Asia orientale. Taiwan, Singapore,
Corea del Sud e Hong Kong vengono tradizionalmente identificate come le
“quattro tigri asiatiche”: economie che, partendo da livelli di reddito
relativamente modesti, hanno costruito in pochi decenni sistemi industriali ed
esportatori capaci di competere con le economie occidentali più avanzate.
I
dati del Maddison Project Database 2023 mostrano con particolare chiarezza la
portata della trasformazione. Taiwan costituisce uno dei casi più
impressionanti dell’intera classifica mondiale. Nel 1922 il suo PIL reale pro
capite era pari a circa 1.728 dollari internazionali del 2011. Nel 2022
raggiunge 53.143 dollari. Nell’arco di un secolo il reddito per abitante è
quindi diventato circa 30,8 volte quello iniziale, corrispondente a una
crescita cumulata prossima al 2.975 per cento.
Il
risultato colloca Taiwan ai vertici della graduatoria mondiale della crescita
secolare. La trasformazione non consiste soltanto nell’aumento quantitativo del
reddito. Nel corso del Novecento l’economia taiwanese è passata da una
struttura relativamente povera e prevalentemente agricola a un sistema
industriale fortemente integrato nei mercati internazionali, fino a sviluppare
una specializzazione nei settori tecnologicamente avanzati.
Una
dinamica altrettanto impressionante emerge per Singapore. Nel 1922 il PIL pro
capite era già superiore a quello di molte economie asiatiche, attestandosi
intorno a 2.884 dollari. Nel 2022 raggiunge circa 80.320 dollari
internazionali, quasi 27,9 volte il livello di un secolo prima. Tra i paesi
presenti ai vertici della classifica, Singapore raggiunge così uno dei più
elevati livelli finali di reddito per abitante.
La
Corea del Sud segue una traiettoria simile. Dai circa 1.493 dollari pro capite
del 1922 arriva a 41.321 nel 2022, moltiplicando il proprio reddito reale per
circa 27,7 volte. La sua particolarità consiste soprattutto nella velocità
della trasformazione avvenuta dopo il 1950, quando il PIL pro capite era ancora
inferiore a 1.000 dollari.
Le
tre traiettorie mostrano un elemento comune: la crescita asiatica non si è
limitata a recuperare parte della distanza dall’Occidente. In alcuni casi ha
portato queste economie direttamente nel gruppo dei paesi ad alto reddito.
Taiwan nel 2022 presenta, secondo la serie Maddison, un PIL pro capite
superiore a quello di Germania, Francia, Italia e Giappone. Singapore si
colloca ancora più in alto.
Il
modello seguito dalle tigri asiatiche non è stato identico in ogni paese, ma
alcuni elementi ricorrenti aiutano a interpretare il risultato.
Industrializzazione, forte accumulazione di capitale, investimenti
nell’istruzione, crescita della produttività e orientamento verso i mercati
internazionali hanno accompagnato la trasformazione delle strutture produttive.
Le esportazioni hanno avuto un ruolo particolarmente importante perché hanno
permesso a economie con mercati interni relativamente piccoli di produrre su
scala molto più ampia rispetto alla sola domanda nazionale.
La
composizione delle esportazioni è inoltre cambiata nel tempo. Le economie
asiatiche non sono rimaste specializzate indefinitamente in produzioni
caratterizzate da bassi salari e ridotto contenuto tecnologico. La crescita è
stata accompagnata da un progressivo spostamento verso industrie a maggiore
valore aggiunto: elettronica, semiconduttori, automobili, macchinari, chimica,
servizi finanziari e altre attività ad alta intensità di conoscenza.
È
proprio questa capacità di modificare continuamente la specializzazione
produttiva a distinguere un processo di convergenza duraturo da una semplice
fase di crescita basata sul basso costo del lavoro.
I
moltiplicatori del reddito sintetizzano la portata del fenomeno: circa 30,8
volte per Taiwan, 27,9 per Singapore e 27,7 per la Corea del Sud tra 1922 e
2022. Nello stesso arco temporale molte economie già industrializzate hanno
continuato a diventare più ricche, ma con moltiplicatori sensibilmente
inferiori.
L’ascesa
delle tigri asiatiche ha quindi contribuito a spostare verso Oriente una parte
crescente della geografia mondiale della prosperità. All’inizio del periodo,
l’Asia orientale era ancora caratterizzata da livelli medi di reddito
nettamente inferiori rispetto all’Europa occidentale e al Nord America. Un
secolo dopo, alcune delle sue economie presentano livelli di PIL pro capite
comparabili o superiori a quelli delle tradizionali potenze industriali.
Taiwan,
Singapore e Corea del Sud dimostrano così che la convergenza non significa
semplicemente avvicinarsi ai paesi ricchi. Quando una crescita elevata viene
mantenuta per molte generazioni e accompagnata da una trasformazione continua
della struttura produttiva, il paese inseguitore può raggiungere la frontiera
e, in alcuni casi, trasformarsi a sua volta in uno dei nuovi leader
dell’economia mondiale.
Giappone:
dal miracolo economico alla frenata
La
storia economica del Giappone rappresenta uno dei casi più spettacolari di
crescita del Novecento e, contemporaneamente, uno degli esempi più
significativi delle difficoltà che un’economia incontra una volta raggiunti
livelli elevati di sviluppo. I dati del Maddison Project Database 2023 mostrano
una traiettoria caratterizzata da un’accelerazione straordinaria nel secondo
dopoguerra e da una brusca riduzione della velocità di crescita a partire dagli
anni Novanta.
Nel
1922 il PIL reale pro capite giapponese era pari a circa 3.244 dollari
internazionali del 2011. Nel 2022 raggiunge 38.269 dollari. In un secolo il
reddito medio per abitante è quindi diventato circa 11,8 volte quello iniziale,
con una crescita cumulata prossima al 1.080 per cento. Il risultato colloca il
Giappone tra le economie protagoniste della grande trasformazione economica del
XX secolo.
La
fase decisiva si concentra tuttavia dopo la Seconda guerra mondiale. Nel 1950,
dopo le devastazioni del conflitto, il PIL pro capite giapponese era sceso a
3.062 dollari. Appena dieci anni dopo aveva già raggiunto 6.354 dollari, più
del doppio. Nel 1970 arrivava a 15.484 dollari: oltre cinque volte il livello
del 1950.
La
crescita continua nei due decenni successivi. Nel 1980 il PIL pro capite
raggiunge 21.404 dollari e nel 1990 arriva a 29.949. In quarant’anni il
Giappone passa quindi da 3.062 a quasi 30.000 dollari per abitante,
moltiplicando il proprio reddito reale di circa 9,8 volte.
Dietro
questa accelerazione si trova una profonda trasformazione della struttura
produttiva. Il Giappone sviluppa una potente industria manifatturiera orientata
anche verso i mercati internazionali, accumula capitale, investe
nell’istruzione e incorpora rapidamente nuove tecnologie. Automobili,
elettronica, macchinari, siderurgia e costruzioni navali diventano simboli di
un sistema industriale capace di competere con Stati Uniti ed Europa.
Proprio
all’inizio degli anni Novanta, tuttavia, la traiettoria cambia. Il paese non
smette di essere ricco e non entra in un processo permanente di impoverimento,
ma la velocità con cui aumenta il PIL per abitante diminuisce drasticamente.
Nel
2000 il PIL pro capite raggiunge circa 33.211 dollari. Rispetto ai 29.949 del
1990, l’incremento è soltanto dell’11 per cento circa. Il contrasto con i
decenni del miracolo economico è enorme: tra 1960 e 1970 il PIL pro capite era
cresciuto da 6.354 a 15.484 dollari, aumentando di circa il 144 per cento.
La
frenata prosegue nel nuovo secolo. Nel 2010 il reddito per abitante è pari a
circa 35.011 dollari, appena il 5 per cento in più rispetto al 2000. Nel 2019
raggiunge 38.333 dollari. La pandemia provoca poi una contrazione a 36.827
dollari nel 2020, seguita dal recupero a 37.678 nel 2021 e 38.269 nel 2022.
Il
confronto tra le due epoche sintetizza perfettamente il cambiamento. Tra 1950 e
1990 il PIL pro capite aumenta da 3.062 a 29.949 dollari, quasi dieci volte
tanto. Tra 1990 e 2022 passa invece da 29.949 a 38.269, crescendo di appena il
28 per cento circa.
La
vicenda giapponese dimostra così che raggiungere la frontiera economica
modifica profondamente la natura della crescita. Durante la convergenza un
paese può aumentare rapidamente produttività e reddito attraverso
industrializzazione, accumulazione di capitale e adozione di tecnologie. Una
volta raggiunti livelli molto elevati, mantenere la stessa velocità diventa
molto più difficile.
Il
Giappone rimane quindi uno dei grandi vincitori economici dell’ultimo secolo:
da 3.244 dollari pro capite nel 1922 a oltre 38.000 nel 2022. Ma la sua storia
contiene due epoche nettamente differenti. La prima è quella del miracolo,
della convergenza e dell’ascesa industriale. La seconda è quella di un’economia
avanzata che continua a produrre livelli elevati di ricchezza, ma ha perso la
straordinaria capacità di crescita che aveva caratterizzato il suo Novecento.
Cina: la
crescita più impressionante per dimensione
La trasformazione economica della Cina
costituisce uno dei fenomeni più importanti dell’ultimo secolo, non soltanto
per la velocità della crescita ma soprattutto per la dimensione della
popolazione coinvolta. A differenza di economie relativamente piccole come
Singapore, Taiwan o Corea del Sud, il decollo cinese ha interessato un paese
con oltre un miliardo di abitanti. Per questo motivo anche incrementi del PIL
pro capite inferiori a quelli registrati dalle tigri asiatiche hanno prodotto
conseguenze enormi sugli equilibri dell’economia mondiale.
I dati del Maddison Project Database 2023
mostrano una traiettoria caratterizzata da una lunghissima fase di redditi
molto bassi seguita da una straordinaria accelerazione concentrata soprattutto
negli ultimi decenni del Novecento e nei primi del XXI secolo.
Nel 1950 il PIL reale pro capite cinese era pari
ad appena 799 dollari internazionali del 2011. Dieci anni dopo, nel 1960,
raggiungeva 1.057 dollari e nel 1970 era ancora soltanto 1.398. In vent’anni
l’aumento era quindi significativo, ma la Cina rimaneva un’economia
estremamente povera rispetto ai paesi industrializzati.
Nel 1980 il PIL pro capite raggiunge 1.930
dollari. È da questo momento che la curva comincia progressivamente a cambiare
inclinazione. Nel 1990 il valore sale a 2.982 dollari e nel 2000 raggiunge
4.730. In vent’anni il reddito reale per abitante è quindi diventato circa due
volte e mezzo quello del 1980.
La vera accelerazione emerge però nel nuovo
secolo. Nel 2010 il PIL pro capite cinese raggiunge 9.658 dollari, più del
doppio rispetto al 2000. Nel 2015 arriva a 13.325 dollari e nel 2019,
immediatamente prima della pandemia, raggiunge circa 16.880.
La crescita prosegue anche negli anni successivi.
Nel 2020 il Maddison Project registra un PIL pro capite di circa 17.226
dollari, nel 2021 di 18.667 e nel 2022 di 19.238 dollari internazionali.
Il confronto con il punto di partenza rende
evidente la dimensione della trasformazione. Tra il 1950 e il 2022 il PIL reale
pro capite cinese passa da 799 a 19.238 dollari. Il reddito medio per abitante
diventa quindi circa 24 volte quello iniziale.
Ancora più impressionante è la velocità della
crescita recente. Tra il 1980 e il 2022 il PIL pro capite aumenta da 1.930 a
19.238 dollari, quasi dieci volte tanto. Tra il 2000 e il 2022 quadruplica,
passando da 4.730 a oltre 19.000 dollari.
La peculiarità cinese emerge però quando alla
crescita individuale si aggiunge la scala demografica. Taiwan, Singapore e
Corea del Sud hanno realizzato incrementi percentuali ancora più elevati, ma
coinvolgendo popolazioni molto inferiori. In Cina, invece, l’aumento della
produzione per abitante è stato moltiplicato per una popolazione di dimensioni
continentali. La conseguenza è stata una trasformazione non soltanto nazionale,
ma sistemica per l’economia mondiale.
La crescita è stata accompagnata da
industrializzazione, urbanizzazione, investimenti infrastrutturali, aumento
delle esportazioni e progressivo inserimento della Cina nelle catene globali
del valore. Il paese è passato da produzioni relativamente semplici a una
struttura industriale sempre più diversificata, nella quale convivono
manifattura tradizionale, grandi infrastrutture e settori tecnologicamente
avanzati.
I numeri sintetizzano questa trasformazione
meglio di qualsiasi definizione: 799 dollari pro capite nel 1950, 1.930 nel
1980, 4.730 nel 2000, 9.658 nel 2010 e 19.238 nel 2022.
La Cina non presenta necessariamente il maggiore
moltiplicatore tra tutte le economie considerate, ma nessun’altra grande
trasformazione recente combina in modo comparabile velocità della crescita e
dimensione della popolazione coinvolta. È proprio questa combinazione a rendere
il decollo cinese uno degli eventi economici decisivi dell’ultimo secolo: non
soltanto un paese è diventato molto più ricco, ma la crescita di una delle più
grandi popolazioni del pianeta ha contribuito a spostare verso l’Asia il centro
di gravità dell’economia mondiale.
Europa:
crescita enorme, ma più lenta dell’Asia
La trasformazione economica dell’Europa
nell’ultimo secolo è stata enorme. Italia, Germania, Francia, Spagna e le altre
economie del continente hanno raggiunto livelli di reddito che all’inizio del
Novecento sarebbero apparsi difficilmente immaginabili. Eppure, quando la
crescita europea viene confrontata con quella delle economie più dinamiche
dell’Asia orientale, emerge una differenza fondamentale: l’Europa è diventata
molto più ricca, ma i suoi moltiplicatori del reddito sono generalmente
inferiori a quelli registrati da Taiwan, Corea del Sud o Singapore.
La Spagna rappresenta uno dei casi più
significativi. Nel 1922 il suo PIL reale pro capite era pari a circa 3.423
dollari internazionali del 2011. Nel 2022 raggiunge 34.123 dollari. In un
secolo il reddito per abitante è quindi diventato quasi esattamente dieci volte
quello iniziale, con una crescita cumulata prossima al 900 per cento. È una
trasformazione straordinaria, accompagnata dalla modernizzazione dell’economia
e dalla progressiva convergenza verso i livelli dell’Europa occidentale.
Anche l’Italia realizza una profonda
trasformazione, concentrata soprattutto nel secondo dopoguerra. Nel 1950 il PIL
pro capite italiano era pari a 5.582 dollari. Nel 1970 aveva raggiunto 15.492
dollari, nel 1990 26.003 e nel 2000 32.717. Il miracolo economico consente
all’Italia di recuperare rapidamente terreno rispetto alle economie europee più
avanzate.
La traiettoria cambia però nel nuovo secolo. Nel
2022 il PIL pro capite italiano raggiunge 36.224 dollari, appena 3.507 in più
rispetto al 2000. La crescita di lungo periodo rimane enorme, ma il
rallentamento degli ultimi decenni riduce progressivamente la capacità italiana
di convergere verso i paesi europei più ricchi.
La Germania segue una traiettoria differente. Nel
secondo dopoguerra parte da una situazione profondamente condizionata dalle
conseguenze della guerra, ma ricostruisce rapidamente la propria capacità
industriale. Nel 1950 il PIL pro capite è pari a 6.186 dollari, nel 1970
raggiunge 17.277 e nel 2000 arriva a 33.367. Nel 2022 il valore sale a circa
46.648 dollari. Proprio dopo il 2000 emerge una significativa divergenza
rispetto all’Italia: all’inizio del secolo i due paesi erano separati da appena
650 dollari per abitante; nel 2022 la distanza supera 10.400 dollari.
La Francia presenta un andamento più stabile. Nel
1950 registra 8.266 dollari pro capite, raggiunge 18.187 nel 1970 e 33.410 nel
2000. Nel 2022 arriva a circa 39.066 dollari. La crescita è considerevole, ma
anche in questo caso il moltiplicatore di lungo periodo rimane lontano dai
livelli delle grandi economie asiatiche emergenti.
Alcuni dei risultati europei più impressionanti
provengono invece da economie più piccole. Secondo il confronto 1922-2022, la
Norvegia passa da circa 4.570 a 88.366 dollari per abitante, moltiplicando il
proprio livello per oltre 19 volte. L’Irlanda passa da circa 4.141 a oltre
60.000 dollari, mentre Finlandia e Portogallo moltiplicano il proprio PIL pro
capite rispettivamente per circa 12,4 e 12,7 volte.
Sono incrementi enormi. Tuttavia, Taiwan
raggiunge un moltiplicatore di circa 30,8 volte, Singapore 27,9 e la Corea del
Sud 27,7. È questa differenza a spiegare il progressivo spostamento delle
gerarchie economiche mondiali.
Il confronto deve comunque essere interpretato
con cautela. Molte economie europee partivano da livelli di reddito superiori
e, per un paese già relativamente ricco, moltiplicare ulteriormente il PIL pro
capite è statisticamente più difficile. Le economie asiatiche protagoniste
della convergenza partivano invece da basi molto più basse e disponevano quindi
di un maggiore spazio per recuperare produttività e tecnologie.
Il dato fondamentale rimane però evidente. Il Novecento europeo non è una storia di declino: è una storia di enorme crescita economica. La differenza è che, soprattutto nella seconda metà del secolo, alcune economie asiatiche sono cresciute ancora più rapidamente. L’Europa ha moltiplicato la propria ricchezza; l’Asia orientale, partendo molto più indietro, ha modificato le gerarchie mondiali attraverso una velocità di convergenza che pochi paesi europei sono riusciti a eguagliare.
Stati Uniti:
partire ricchi e continuare a crescere
Gli Stati Uniti occupano una posizione
particolare nella storia economica dell’ultimo secolo. Nelle classifiche
costruite sulla crescita percentuale del PIL pro capite possono essere superati
da paesi come Corea del Sud, Taiwan, Singapore o Giappone. Questo risultato,
tuttavia, non indica una performance economica debole. Al contrario, riflette
soprattutto una caratteristica fondamentale: gli Stati Uniti erano già una
delle economie più ricche del mondo all’inizio del periodo considerato e sono
riusciti, nonostante questo vantaggio iniziale, a continuare ad aumentare
considerevolmente il proprio reddito per abitante.
Il Maddison Project Database 2023 mostra
chiaramente questa traiettoria. Nel 1950 il PIL reale pro capite statunitense
era già pari a circa 15.240 dollari internazionali del 2011. Nello stesso anno
l’Italia registrava 5.582 dollari, il Giappone 3.062, la Corea del Sud appena
998 e la Cina 799. Gli Stati Uniti partivano quindi da una base enormemente
superiore rispetto alle economie che avrebbero successivamente occupato le
prime posizioni nelle classifiche della crescita percentuale.
Questa differenza iniziale è essenziale per
interpretare correttamente i dati. Un paese che passa da 1.000 a 10.000 dollari
pro capite moltiplica il proprio reddito per dieci e registra una crescita del
900 per cento. Un’economia che parte da 15.000 dollari e arriva a 50.000
aumenta invece il reddito per abitante di 35.000 dollari, ma ottiene un
incremento percentuale molto inferiore. Le classifiche basate sulle percentuali
tendono quindi naturalmente a favorire le economie che partono da livelli bassi
e successivamente convergono verso quelle avanzate.
Gli Stati Uniti rappresentano il caso opposto:
partire dalla frontiera e continuare a spostarla in avanti.
Nel 1970 il PIL pro capite americano raggiunge
circa 23.958 dollari. Nel 1990 arriva a 36.982 e nel 2000 sale a 45.886
dollari. Nel 2022, ultimo anno disponibile nel database utilizzato, raggiunge
circa 58.487 dollari internazionali per abitante.
Tra il 1950 e il 2022 il PIL reale pro capite
statunitense è quindi aumentato di oltre 43.000 dollari, diventando circa 3,8
volte quello iniziale. In termini percentuali la crescita è molto inferiore
rispetto a quella della Corea del Sud o della Cina, ma l’incremento assoluto
del reddito per abitante è enorme.
Il confronto con l’Italia rende evidente il
fenomeno. Nel 1950 gli Stati Uniti disponevano di circa 9.658 dollari pro
capite in più rispetto all’Italia: 15.240 contro 5.582. Nel secondo dopoguerra
l’Italia cresce molto rapidamente e recupera una parte importante della
distanza. Ma nel XXI secolo le traiettorie tornano a divergere. Nel 2022 gli
Stati Uniti raggiungono 58.487 dollari contro 36.224 dell’Italia: il divario
assoluto supera quindi i 22.000 dollari per abitante.
La capacità americana di continuare a crescere da
livelli già elevati costituisce uno degli aspetti più importanti della sua
performance secolare. Le economie in fase di convergenza possono aumentare
rapidamente la produttività adottando tecnologie, modelli organizzativi e
capitale già disponibili nei paesi leader. Per un’economia che si trova invece
vicino alla frontiera tecnologica, la crescita dipende maggiormente dalla
capacità di generare nuova innovazione e aumentare ulteriormente la
produttività.
È per questo che una classifica esclusivamente
percentuale può offrire una rappresentazione incompleta. Corea del Sud, Taiwan
e Singapore raccontano la straordinaria storia della convergenza; gli Stati
Uniti raccontano invece quella della permanenza alla frontiera.
Il risultato americano dimostra che esistono
almeno due modi differenti di essere protagonisti della crescita mondiale. Il
primo consiste nel partire poveri e recuperare rapidamente terreno, producendo
moltiplicatori del reddito eccezionali. Il secondo consiste nel partire già
ricchi e riuscire comunque ad ampliare per decenni la quantità di reddito
prodotta per abitante.
Gli Stati Uniti appartengono soprattutto alla
seconda categoria. Potrebbero non occupare il vertice della classifica dei
maggiori incrementi percentuali, ma rimangono fondamentali per comprendere
l’economia dell’ultimo secolo: non hanno semplicemente difeso un vantaggio
ereditato dal passato. Sono riusciti a continuare a crescere partendo da uno
dei livelli di reddito più elevati del mondo, trasformando un vantaggio
iniziale in una distanza che, rispetto a diverse economie avanzate, rimane
ancora molto ampia nel 2022.
Italia: dal
miracolo economico alla stagnazione
La storia economica italiana dell’ultimo secolo
presenta due fasi profondamente differenti. La prima è quella della
convergenza: un paese relativamente povero riesce, soprattutto nel secondo
dopoguerra, a trasformarsi rapidamente in una delle principali economie
industriali mondiali. La seconda è quella della stagnazione: raggiunti livelli
di reddito vicini alle maggiori economie europee, l’Italia perde
progressivamente capacità di crescita e vede riaprirsi distanze che sembravano
quasi scomparse.
I dati del Maddison Project Database 2023 rendono
particolarmente evidente questa discontinuità. Nel 1950 il PIL reale pro capite
italiano era pari a 5.582 dollari internazionali del 2011. La Francia
raggiungeva 8.266 dollari, mentre gli Stati Uniti erano già a 15.240. L’Italia
partiva quindi da una posizione nettamente arretrata rispetto alla frontiera
delle economie avanzate.
Nei vent’anni successivi avviene però una
trasformazione straordinaria. Nel 1960 il PIL pro capite italiano raggiunge
9.430 dollari e nel 1970 sale a 15.492. Tra il 1950 e il 1970 il reddito reale
per abitante aumenta quindi di circa il 178 per cento, diventando quasi 2,8
volte quello iniziale.
È il periodo del miracolo economico italiano.
Industrializzazione, aumento della produttività, investimenti, urbanizzazione e
spostamento di milioni di lavoratori dall’agricoltura verso industria e servizi
modificano profondamente la struttura economica del paese. La crescita non
significa soltanto aumento del reddito: permette all’Italia di recuperare
rapidamente terreno rispetto alle economie europee più ricche.
La convergenza continua nei decenni successivi.
Nel 1980 il PIL pro capite raggiunge 20.959 dollari e nel 1990 arriva a 26.003.
In quell’anno il dato italiano risulta persino leggermente superiore a quello
tedesco riportato dalla serie Maddison, pari a 25.391 dollari.
Nel 2000 l’Italia raggiunge 32.717 dollari pro
capite. La Germania è a 33.367 e la Francia a 33.410. Le tre economie sono
quindi separate da meno di 700 dollari per abitante. Dopo mezzo secolo di
rincorsa, l’Italia è sostanzialmente arrivata vicino ai principali paesi
dell’Europa continentale.
È proprio questa fotografia a rendere
particolarmente significativa la fase successiva.
Nel 2007 il PIL pro capite italiano raggiunge
circa 36.311 dollari. Quindici anni dopo, nel 2022, è pari a 36.224 dollari. In
termini reali, dunque, il paese si trova sostanzialmente sullo stesso livello
registrato prima della crisi finanziaria internazionale.
Nel frattempo le altre economie non sono rimaste
ferme. Nel 2022 la Germania raggiunge circa 46.648 dollari pro capite e la
Francia 39.066. La distanza Italia-Germania supera così i 10.400 dollari per
abitante, mentre nel 2000 era di appena 650 dollari.
Anche il confronto con la Spagna mostra la
perdita di posizione relativa italiana. Nel 1980 l’Italia registrava 20.959
dollari pro capite contro 14.006 della Spagna: quasi 7.000 dollari di
vantaggio. Nel 2019, immediatamente prima della pandemia, la distanza era scesa
ad appena 450 dollari: 35.407 contro 34.957. Nel 2022 il divario risale a circa
2.101 dollari, con 36.224 per l’Italia e 34.123 per la Spagna, ma rimane
enormemente inferiore rispetto agli anni Ottanta.
Il problema italiano non è quindi l’assenza di
crescita nell’intero periodo storico. Al contrario, la trasformazione del
secondo dopoguerra è stata eccezionale. Tra il 1950 e il 2000 il PIL pro capite
passa da 5.582 a 32.717 dollari, diventando quasi sei volte quello iniziale.
La discontinuità emerge dopo. Tra il 2000 e il
2022 il PIL pro capite aumenta soltanto da 32.717 a 36.224 dollari, circa l’11
per cento complessivo in ventidue anni. Nello stesso periodo la Corea del Sud
passa da 23.108 a 41.321 dollari e nel 2013 supera definitivamente l’Italia
nella serie Maddison.
Il caso italiano mostra così quanto la posizione
economica di un paese dipenda non soltanto dal livello di ricchezza raggiunto,
ma dalla capacità di continuare ad aumentarlo. Il miracolo economico aveva
permesso all’Italia di cancellare in pochi decenni gran parte della distanza
dalle economie più avanzate. La stagnazione successiva ha prodotto l’effetto
opposto: mentre il reddito italiano cresce lentamente, altri paesi continuano
ad avanzare.
La traiettoria può essere sintetizzata in pochi
numeri: 5.582 dollari pro capite nel 1950, 15.492 nel 1970, 26.003 nel 1990,
32.717 nel 2000 e 36.224 nel 2022. La prima parte racconta una delle più grandi
convergenze economiche europee del Novecento; la seconda mostra quanto
rapidamente un paese possa perdere terreno relativo quando la crescita
rallenta. L’Italia non è tornata povera: ha semplicemente smesso, per un
periodo troppo lungo, di correre alla stessa velocità delle economie con cui si
confronta.
Argentina e le
grandi occasioni perdute
Se Corea del Sud, Taiwan e Singapore
rappresentano alcuni dei più spettacolari casi di convergenza economica
dell’ultimo secolo, l’Argentina racconta una storia quasi opposta. Il paese non
è rimasto immobile e oggi dispone di un reddito per abitante molto superiore
rispetto all’inizio del Novecento. Tuttavia, crisi ricorrenti e lunghi periodi
di debole crescita hanno impedito di trasformare un vantaggio iniziale
considerevole in una convergenza stabile verso le economie più avanzate.
La particolarità argentina emerge soprattutto dal
punto di partenza. Nel 1913 il PIL reale pro capite raggiungeva circa 6.052
dollari internazionali del 2011. Nello stesso anno l’Italia era a 4.057 dollari
e il Giappone a circa 2.431. L’Argentina disponeva quindi di un reddito per
abitante superiore di quasi il 50 per cento rispetto all’Italia e circa due
volte e mezzo quello giapponese.
Questa posizione favorevole rende particolarmente
interessante ciò che accade successivamente. Nel 1920 il PIL pro capite
argentino scende a 5.536 dollari, per poi recuperare fino a 6.503 nel 1930 e
6.633 nel 1940. Nel 1950 raggiunge 7.949 dollari. Il paese continua dunque a
crescere, ma molto più lentamente rispetto alle economie che iniziano la grande
accelerazione del secondo dopoguerra.
Nel 1970 il PIL pro capite argentino raggiunge
11.639 dollari e nel 1980 arriva a 13.080. Proprio allora si apre una delle
fasi più problematiche della serie. Nel 1990 il valore è sceso a 10.254
dollari: una perdita superiore al 21 per cento rispetto a dieci anni prima. Un
intero decennio termina quindi con un reddito reale per abitante nettamente
inferiore a quello iniziale.
Negli anni Novanta arriva una nuova ripresa e nel
2000 il PIL pro capite raggiunge circa 14.369 dollari. Ma anche questo
progresso viene rapidamente interrotto. Nel 2002 il valore precipita a circa
12.095 dollari, oltre il 15 per cento in meno rispetto al 2000.
Segue ancora una volta una forte accelerazione.
Nel 2010 il PIL pro capite raggiunge circa 18.980 dollari e nel 2015 arriva a
19.424, uno dei livelli più elevati della serie. Ma la crescita non viene
consolidata: nel 2019 il valore è già sceso a 17.913 dollari e nel 2020,
durante la pandemia, precipita a circa 15.976. Nel 2022 recupera fino a 18.292
dollari, rimanendo però ancora sotto il livello del 2015.
La caratteristica fondamentale dell’esperienza
argentina non è quindi l’assenza totale di crescita, ma la sua discontinuità.
Il paese attraversa ripetutamente fasi di forte espansione seguite da crisi
capaci di cancellare una parte significativa dei progressi precedenti.
Il confronto internazionale mostra quanto questo
meccanismo sia costoso nel lungo periodo. Nel 1913 l’Argentina aveva un PIL pro
capite di 6.052 dollari contro 2.431 del Giappone. Nel 2022 le posizioni sono
completamente invertite: l’Argentina raggiunge 18.292 dollari, mentre il
Giappone arriva a circa 38.269. Anche l’Italia, che nel 1913 partiva molto più
indietro dell’Argentina, raggiunge nel 2022 36.224 dollari per abitante.
Il declino argentino è dunque soprattutto
relativo. Il paese è diventato più ricco rispetto al proprio passato, ma molte
economie inizialmente più povere sono cresciute molto più rapidamente.
È proprio questa differenza a rendere l’Argentina
il contraltare dei miracoli asiatici. Corea del Sud e Taiwan mostrano cosa può
accadere quando elevati tassi di crescita vengono mantenuti per decenni;
l’Argentina mostra invece quanto possano essere costose le ripetute
interruzioni della crescita.
Nel lungo periodo non basta produrre
accelerazioni occasionali. Lo sviluppo dipende dalla capacità di conservare i
risultati raggiunti e costruire su di essi. L’Argentina ha dimostrato più volte
di poter crescere rapidamente, ma altrettante volte ha visto interrompersi la
propria traiettoria. Da paese più ricco dell’Italia e del Giappone all’inizio
del Novecento, si ritrova un secolo dopo ampiamente superato da entrambi. È
questa perdita di posizione relativa, più ancora delle singole crisi, a
rappresentare la grande occasione perduta dell’economia argentina.
Chi
ha moltiplicato di più il proprio reddito?
La
crescita percentuale permette di classificare i paesi che hanno registrato le
maggiori trasformazioni economiche, ma esiste un modo ancora più immediato per
rappresentare un secolo di sviluppo: misurare quante volte il PIL reale pro
capite del 2022 è superiore a quello iniziale. Il moltiplicatore consente di
tradurre percentuali molto elevate in un dato intuitivo: 2x significa che il
reddito è raddoppiato, 10x che è diventato dieci volte superiore, 20x che è
aumentato di venti volte.
Utilizzando
il periodo 1922-2022 e i dati del Maddison Project Database 2023, le differenze
risultano enormi.
|
Posizione |
Paese |
PIL pc 1922 |
PIL pc 2022 |
Moltiplicatore |
|
1 |
Russia |
679 |
25.437 |
37,5x |
|
2 |
Taiwan |
1.728 |
53.143 |
30,8x |
|
3 |
Singapore |
2.884 |
80.320 |
27,9x |
|
4 |
Corea
del Sud |
1.493 |
41.321 |
27,7x |
|
5 |
Romania |
1.283 |
26.198 |
20,4x |
|
6 |
Norvegia |
4.570 |
88.366 |
19,3x |
|
7 |
Irlanda |
4.141 |
60.257 |
14,6x |
|
8 |
Islanda |
3.012 |
42.146 |
14,0x |
|
9 |
Portogallo |
2.279 |
28.992 |
12,7x |
|
10 |
Finlandia |
3.280 |
40.701 |
12,4x |
|
11 |
Giappone |
3.244 |
38.269 |
11,8x |
|
12 |
Brasile |
1.301 |
14.640 |
11,3x |
|
13 |
Malaysia |
2.405 |
26.629 |
11,1x |
|
14 |
Spagna |
3.423 |
34.123 |
10,0x |
|
15 |
Panama |
2.401 |
23.557 |
9,8x |
La
graduatoria rende immediatamente visibile l’eccezionalità di alcune
trasformazioni. Il valore attribuito alla Russia passa da appena 679 dollari
pro capite nel 1922 a circa 25.437 nel 2022, equivalente a 37,5 volte il
livello iniziale. Il risultato deve tuttavia essere letto con particolare
prudenza per le profonde discontinuità politiche, territoriali e statistiche
che interessano Russia e Unione Sovietica durante il periodo.
Più
lineare è il significato economico delle posizioni occupate dalle economie
dell’Asia orientale. Taiwan moltiplica il proprio PIL pro capite per circa 30,8
volte, Singapore per 27,9 e la Corea del Sud per 27,7. In termini concreti, un
reddito per abitante inizialmente compreso tra circa 1.500 e 2.900 dollari
viene trasformato in livelli superiori a 40.000, 50.000 e, nel caso di
Singapore, 80.000 dollari.
La
Romania supera anch’essa la soglia delle venti volte, mentre la Norvegia arriva
a 19,3x. Il caso norvegese è particolarmente significativo perché il paese non
partiva da un livello estremamente basso: nel 1922 disponeva già di 4.570
dollari pro capite e nel 2022 raggiunge 88.366.
La
soglia delle dieci volte comprende anche Irlanda, Islanda, Portogallo,
Finlandia, Giappone, Brasile, Malaysia e Spagna. Quest’ultima passa da 3.423 a
34.123 dollari: nell’arco di un secolo il reddito reale per abitante diventa
praticamente dieci volte quello iniziale.
Il
moltiplicatore aiuta così a comprendere la potenza della crescita cumulativa.
Un paese non deve necessariamente registrare aumenti spettacolari ogni singolo
anno. È la capacità di mantenere la crescita per molti decenni, evitando che
profonde crisi cancellino sistematicamente i progressi precedenti, a produrre
differenze di dieci, venti o trenta volte nel lungo periodo.
La
classifica racconta quindi un cambiamento molto più profondo di una semplice
graduatoria economica. Quando il reddito reale per abitante viene moltiplicato
per 20 o 30 volte, cambia l’intera struttura materiale di una società:
produttività, consumi, infrastrutture, capacità industriale e possibilità
economiche assumono dimensioni completamente differenti.
È
questo il significato più importante dei moltiplicatori. Taiwan, Singapore e
Corea del Sud non sono semplicemente cresciuti più rapidamente di altri paesi:
nell’arco di un secolo hanno cambiato completamente scala economica. La
distanza tra 2x e 30x rappresenta, in ultima analisi, la differenza tra una
crescita moderata e una trasformazione storica.
Una
precisazione metodologica importante: come nella classifica precedente, il
confronto include solo economie con dati utilizzabili sia nel 1922 sia nel
2022; inoltre, il dato russo va trattato separatamente per le discontinuità
storiche del periodo sovietico.
Partire
poveri aiuta a crescere più velocemente?
Le
classifiche della crescita economica dell’ultimo secolo mostrano un fenomeno
ricorrente: molti dei paesi con gli incrementi percentuali più spettacolari del
PIL pro capite partivano da livelli di reddito relativamente bassi. Corea del
Sud, Taiwan e diverse altre economie asiatiche ne rappresentano esempi
particolarmente evidenti. Questo risultato richiama uno dei concetti centrali
dell’economia dello sviluppo: la convergenza.
In
termini semplici, un paese relativamente povero può disporre di maggiori
possibilità di crescere rapidamente perché si trova lontano dalla frontiera
tecnologica. Non deve necessariamente inventare da zero tutte le tecnologie
necessarie allo sviluppo: può adottare macchinari, conoscenze, processi
produttivi e modelli organizzativi già sperimentati dalle economie più
avanzate. Il recupero del ritardo può quindi generare tassi di crescita molto
elevati.
La
Corea del Sud mostra perfettamente questo meccanismo. Nel 1950 il suo PIL reale
pro capite era di appena 998 dollari internazionali del 2011. L’Italia
raggiungeva nello stesso anno 5.582 dollari e gli Stati Uniti circa 15.240. La
distanza coreana dalla frontiera era enorme. Nel 2022, tuttavia, la Corea del
Sud raggiunge 41.321 dollari per abitante, superando i 36.224 dell’Italia.
Anche
Taiwan presenta una trasformazione eccezionale. Tra il 1922 e il 2022 il suo
PIL pro capite passa da circa 1.728 a 53.143 dollari, diventando oltre trenta
volte quello iniziale. Singapore passa nello stesso periodo da 2.884 a circa
80.320 dollari, mentre la Corea del Sud moltiplica il proprio livello per circa
27,7 volte.
Una
parte di questi risultati dipende anche da un semplice effetto matematico.
Quando il valore iniziale è molto basso, un aumento relativamente contenuto in
termini assoluti può produrre una percentuale elevata. Passare da 1.000 a 2.000
dollari significa crescere del 100 per cento; passare da 30.000 a 31.000
significa aumentare soltanto del 3,3 per cento, nonostante l’incremento
assoluto sia identico.
Per
questo motivo le classifiche basate sulla crescita percentuale tendono a
favorire i paesi inizialmente poveri. Ma l’effetto statistico non è sufficiente
a spiegare i grandi miracoli economici. Corea del Sud e Taiwan non hanno
semplicemente registrato qualche anno di crescita partendo da una base ridotta:
hanno mantenuto il processo per decenni, fino a raggiungere livelli di reddito
propri delle economie avanzate.
Ed
è qui che emerge il limite fondamentale dell’idea di convergenza. Essere poveri
non garantisce automaticamente una crescita più veloce.
Se
così fosse, tutte le economie a basso reddito dovrebbero progressivamente
raggiungere quelle ricche. La storia economica mostra invece enormi differenze.
Alcuni paesi riescono a trasformare il ritardo iniziale in un’opportunità di
recupero; altri rimangono intrappolati per decenni in livelli relativamente
bassi di produttività.
Per
questo gli economisti parlano spesso di convergenza condizionata. La
possibilità di recuperare dipende da condizioni capaci di trasformare
tecnologie e investimenti in crescita della produttività: capitale umano,
infrastrutture, capacità industriale, istituzioni, accumulazione di capitale e
integrazione nei mercati possono assumere un ruolo decisivo.
Il
confronto con gli Stati Uniti aiuta a comprendere l’altro lato del fenomeno.
Nel 1950 il PIL pro capite americano era già pari a circa 15.240 dollari. Nel
2022 raggiunge 58.487. Il moltiplicatore è molto inferiore rispetto a quello
coreano, ma questo non significa che gli Stati Uniti abbiano avuto una
performance irrilevante. Significa che partivano già da una posizione molto
avanzata.
Crescere
vicino alla frontiera è infatti più difficile. Un paese inseguitore può
aumentare la produttività adottando tecnologie già esistenti; un paese leader
deve contribuire continuamente a spostare quella stessa frontiera attraverso
innovazione e nuovi incrementi di produttività.
La
classifica dei maggiori moltiplicatori deve quindi essere interpretata alla
luce del livello iniziale. Le percentuali spettacolari di alcune economie
asiatiche raccontano una straordinaria convergenza, ma non dimostrano che la
povertà costituisca di per sé un vantaggio.
Partire
poveri offre soprattutto uno spazio potenziale di recupero. Trasformare quello
spazio in crescita effettiva è un’altra questione. Corea del Sud, Taiwan e
Singapore mostrano cosa può accadere quando il processo riesce: in poche
generazioni un paese può passare dalla periferia economica alla frontiera.
Molte altre economie dimostrano invece che il semplice ritardo iniziale non
basta. La convergenza è una possibilità, non una legge automatica.
I
vincitori e i perdenti del secolo
La
crescita economica dell’ultimo secolo non ha semplicemente aumentato il reddito
mondiale: ha profondamente modificato la posizione relativa dei paesi. Alcune
economie sono passate dalla periferia alla parte più ricca del sistema
internazionale, mentre altre, pur continuando a crescere in termini assoluti,
hanno perso terreno rispetto ai nuovi protagonisti. Il confronto costruito sui
dati del Maddison Project Database 2023 mostra quindi una distinzione
importante tra crescita e posizione relativa.
Tra
i grandi vincitori del secolo emergono soprattutto le economie dell’Asia
orientale. Taiwan passa da circa 1.728 dollari di PIL reale pro capite nel 1922
a 53.143 nel 2022, moltiplicando il proprio reddito per circa 30,8 volte.
Singapore sale da 2.884 a 80.320 dollari, con un moltiplicatore di 27,9 volte,
mentre la Corea del Sud passa da 1.493 a 41.321 dollari, circa 27,7 volte il
livello iniziale.
Questi
paesi non si sono limitati a crescere rapidamente. Hanno scalato la gerarchia
mondiale del reddito, raggiungendo o superando economie che un secolo prima
disponevano di vantaggi molto ampi. La Corea del Sud costituisce uno degli
esempi più chiari: nel 1950 il suo PIL pro capite era di appena 998 dollari
contro 5.582 dell’Italia. Nel 2013 la Corea supera l’Italia e nel 2022
raggiunge 41.321 dollari contro 36.224.
Anche
alcune economie europee hanno realizzato trasformazioni straordinarie. La
Norvegia passa da circa 4.570 dollari nel 1922 a 88.366 nel 2022, moltiplicando
il proprio PIL pro capite per 19,3 volte. L’Irlanda raggiunge oltre 60.000
dollari partendo da circa 4.141, mentre il Portogallo passa da 2.279 a 28.992.
La Spagna moltiplica quasi esattamente per dieci il proprio reddito per
abitante, passando da 3.423 a 34.123 dollari.
Parlare
di “perdenti”, tuttavia, richiede cautela. Nella maggior parte dei casi non si
tratta di paesi diventati più poveri in termini assoluti, ma di economie
cresciute più lentamente rispetto ai leader emergenti. La perdita è quindi
soprattutto relativa.
L’Argentina
rappresenta il caso più evidente. Nel 1913 disponeva di un PIL pro capite di
circa 6.052 dollari, superiore ai 4.057 dell’Italia e ai 2.431 del Giappone.
Nel 2022 la situazione è completamente cambiata: l’Argentina raggiunge 18.292
dollari, mentre l’Italia arriva a 36.224 e il Giappone a 38.269. L’economia
argentina è diventata più ricca rispetto a un secolo prima, ma ha perso una
parte enorme della propria posizione relativa.
Anche
l’Italia mostra una dinamica di questo tipo negli ultimi decenni. Il paese è
stato uno dei grandi vincitori del secondo dopoguerra: da 5.582 dollari pro
capite nel 1950 arriva a 32.717 nel 2000. In quell’anno Germania, Francia e
Italia presentavano livelli sorprendentemente vicini. Nel 2022, però, la
Germania raggiunge 46.648 dollari, la Francia 39.066 e l’Italia 36.224. Il
problema italiano non è quindi un arretramento secolare, ma una perdita di
velocità dopo una straordinaria fase di convergenza.
Gli
Stati Uniti rappresentano invece un caso differente. Non compaiono ai vertici
delle classifiche percentuali perché partivano già da livelli molto elevati.
Nel 1950 avevano un PIL pro capite di circa 15.240 dollari e nel 2022
raggiungono 58.487. Non hanno scalato la classifica mondiale partendo dal
basso: hanno conservato una posizione di frontiera continuando ad aumentare
notevolmente il proprio reddito.
I
vincitori del secolo sono dunque soprattutto i paesi che hanno combinato
crescita elevata e continuità per molte generazioni. I perdenti relativi sono
invece quelli che hanno alternato sviluppo e crisi oppure che, dopo una fase di
convergenza, hanno rallentato mentre gli altri continuavano a crescere.
La
lezione più importante è che le gerarchie economiche non sono permanenti.
Taiwan, Corea del Sud e Singapore dimostrano che in poche generazioni è
possibile scalare gran parte della distribuzione mondiale del reddito.
Argentina e, più recentemente, Italia mostrano invece che un vantaggio
accumulato in passato può ridursi quando la crescita perde continuità. Nel
lungo periodo, non conta soltanto quanto un paese sia ricco in un determinato
momento, ma quanto velocemente riesca a continuare a diventarlo.
Nota:
per Taiwan, Singapore, Corea del Sud, Norvegia, Irlanda e Spagna il confronto è
1922-2022. Per Argentina, Italia e Stati Uniti ho mantenuto i punti di partenza
usati nel testo precedente — rispettivamente 1913 per l’Argentina e 1950 per
Italia e USA — quindi il grafico va letto come confronto illustrativo delle
traiettorie, non come classifica perfettamente omogenea sullo stesso intervallo
temporale.
La
lezione di cento anni di crescita economica
Osservare
cento anni di PIL pro capite permette di arrivare a una conclusione
fondamentale: le gerarchie della ricchezza non sono permanenti. Paesi che
all’inizio del Novecento occupavano posizioni periferiche sono diventati
economie avanzate, mentre altri che partivano da condizioni relativamente
favorevoli hanno perso progressivamente terreno. La differenza non deriva
necessariamente da trasformazioni improvvise, ma dalla capacità di mantenere
velocità di crescita differenti per periodi sufficientemente lunghi.
I
dati del Maddison Project Database 2023 mostrano la forza di questo processo.
Taiwan passa da circa 1.728 dollari internazionali di PIL pro capite nel 1922 a
53.143 nel 2022, moltiplicando il reddito per circa 30,8 volte. Singapore sale
da 2.884 a 80.320 dollari, circa 27,9 volte il valore iniziale, mentre la Corea
del Sud passa da 1.493 a 41.321 dollari, moltiplicandolo per 27,7 volte.
Il
significato storico di questi numeri emerge soprattutto attraverso i confronti.
Nel 1950 il PIL pro capite sudcoreano era inferiore a 1.000 dollari, mentre
quello italiano raggiungeva 5.582. Nel 2013 la Corea del Sud supera l’Italia e
nel 2022 il vantaggio è ormai superiore a 5.000 dollari per abitante: 41.321
contro 36.224.
Anche
la storia opposta è possibile. Nel 1913 l’Argentina disponeva di circa 6.052
dollari pro capite, contro 4.057 dell’Italia e 2.431 del Giappone. Nel 2022
l’Argentina raggiunge 18.292 dollari, mentre Italia e Giappone arrivano
rispettivamente a 36.224 e 38.269. L’Argentina non è diventata più povera
rispetto al proprio passato; sono gli altri paesi ad essere cresciuti molto più
rapidamente.
È
questa distinzione tra crescita assoluta e crescita relativa a spiegare gran
parte delle trasformazioni osservate nella classifica mondiale.
Il
meccanismo diventa ancora più potente quando si considera l’effetto cumulativo
della crescita. Differenze apparentemente modeste nei tassi annuali possono
produrre risultati enormi se mantenute per decenni. Ipoteticamente, 1.000
dollari che crescessero del 2 per cento annuo per cento anni diventerebbero
circa 7.245 dollari; con una crescita del 3 per cento raggiungerebbero circa
19.219 dollari. Un solo punto percentuale aggiuntivo, accumulato per un secolo,
produce quindi un livello finale più di due volte e mezzo superiore.
La
crescita economica è dunque profondamente influenzata dal tempo.
Questa
logica aiuta anche a comprendere il problema italiano. L’Italia è stata
protagonista di una straordinaria convergenza nel secondo dopoguerra: il PIL
pro capite passa da 5.582 dollari nel 1950 a 32.717 nel 2000. Ma tra il 2000 e
il 2022 raggiunge soltanto 36.224 dollari. Quando la crescita rallenta per
vent’anni, anche differenze annuali relativamente contenute rispetto agli altri
paesi diventano distanze considerevoli.
Gli
Stati Uniti mostrano invece che non è necessario partire poveri per ottenere
risultati importanti. Nel 1950 disponevano già di 15.240 dollari pro capite e
nel 2022 raggiungono 58.487. Non presentano i moltiplicatori spettacolari delle
economie asiatiche partite da livelli molto bassi, ma riescono a continuare a
spostare in avanti un livello di reddito già elevato.
Il
secolo osservato attraverso il Maddison Project racconta quindi almeno tre
percorsi: la convergenza straordinaria di economie come Corea del Sud e Taiwan;
la permanenza alla frontiera di paesi come gli Stati Uniti; e la perdita di
posizione relativa di economie caratterizzate da crescita debole o discontinua.
La
lezione conclusiva è semplice ma potente. La posizione economica di un paese in
un determinato anno non determina quella delle generazioni successive. Ciò che
conta nel lungo periodo è la capacità di accumulare crescita, evitare
regressioni prolungate e aumentare continuamente la produttività. Pochi punti
percentuali, ripetuti per decenni, possono trasformare completamente la
geografia mondiale della ricchezza. La classifica del 2022 non è quindi il
punto finale della storia: è soltanto la fotografia provvisoria di una
competizione economica nella quale le distanze continuano a cambiare.
Il
grafico sintetizza la logica dell’intero articolo: con la stessa base iniziale,
passare dal 2% al 3% annuo significa arrivare dopo un secolo a circa 7.245
contro 19.219. È l’accumulazione nel tempo, più che il singolo anno
eccezionale, a cambiare le gerarchie economiche.
Conclusione
La
classifica dei paesi cresciuti maggiormente nell’ultimo secolo conduce a una
conclusione che va oltre le singole posizioni della graduatoria: la ricchezza
relativa delle nazioni non è una condizione permanente. Nell’arco di cento anni
economie considerate periferiche possono raggiungere la frontiera mondiale,
paesi già ricchi possono continuare ad avanzare e nazioni che partivano da
posizioni favorevoli possono perdere progressivamente terreno. La crescita
economica modifica non soltanto il livello di benessere di una società, ma
l’intera gerarchia internazionale.
I
numeri del Maddison Project Database 2023 rendono questa trasformazione
particolarmente evidente. Taiwan moltiplica il proprio PIL reale pro capite per
circa 30,8 volte tra 1922 e 2022, Singapore per 27,9 e la Corea del Sud per
27,7. La Norvegia, pur partendo da livelli più elevati, arriva a circa 19,3
volte il valore iniziale. Giappone, Portogallo, Finlandia e Spagna realizzano a
loro volta incrementi che sarebbero stati difficili da immaginare all’inizio
del periodo.
Ma
una classifica percentuale deve essere interpretata, non soltanto letta.
Partire da livelli bassi offre infatti maggiori possibilità matematiche ed
economiche di ottenere moltiplicatori elevati. Un paese lontano dalla frontiera
può adottare tecnologie, capitale e conoscenze già disponibili nelle economie
avanzate. Il successo, tuttavia, non è automatico. Se la povertà iniziale fosse
sufficiente a garantire la convergenza, tutte le economie arretrate avrebbero
seguito traiettorie simili a quelle della Corea del Sud o di Taiwan. La storia
dimostra esattamente il contrario.
Il
vero elemento distintivo dei grandi vincitori è la continuità. Crescere
rapidamente per alcuni anni può produrre un boom; mantenere incrementi di
produttività per diverse generazioni può trasformare un intero paese.
La
Corea del Sud ne rappresenta probabilmente l’esempio più intuitivo. Nel 1950 un
italiano disponeva mediamente di un PIL pro capite oltre cinque volte superiore
a quello di un sudcoreano. Nel 2022 la Corea del Sud raggiunge 41.321 dollari
contro 36.224 dell’Italia. La distanza non è stata semplicemente ridotta: si è
invertita.
L’Argentina
dimostra il fenomeno opposto. Nel 1913 era più ricca per abitante dell’Italia e
molto più ricca del Giappone. Un secolo dopo è stata superata ampiamente da
entrambi. Non perché il suo reddito sia rimasto identico, ma perché la
successione di accelerazioni e crisi non ha consentito di accumulare crescita
con la stessa continuità.
Gli
Stati Uniti aggiungono una terza lezione. La crescita percentuale più elevata
non coincide necessariamente con la migliore posizione economica finale.
Partendo già da 15.240 dollari pro capite nel 1950, gli Stati Uniti raggiungono
58.487 nel 2022. Il loro moltiplicatore è molto inferiore rispetto a quello
delle tigri asiatiche, ma la capacità di continuare a crescere da una posizione
già avanzata permette al paese di rimanere vicino alla frontiera.
Il
fattore decisivo è il tempo. Una differenza di appena un punto percentuale
nella crescita annuale può apparire irrilevante nell’arco di dodici mesi, ma
diventa enorme quando viene accumulata per cento anni. Partendo ipoteticamente
da 1.000, una crescita del 2 per cento annuo conduce dopo un secolo a circa
7.245; al 3 per cento si arriva a circa 19.219. Un solo punto percentuale
produce, nel lunghissimo periodo, una distanza di quasi 12.000.
È
questa la logica che collega tutte le storie analizzate. Corea del Sud e Taiwan
mostrano la forza della convergenza; Singapore quella della trasformazione di
una piccola economia aperta; il Giappone il passaggio dal miracolo alla
maturità; la Cina l’impatto della crescita quando viene applicata a una
popolazione enorme; gli Stati Uniti la capacità di avanzare partendo dalla
frontiera; l’Italia il costo della stagnazione; l’Argentina quello della
discontinuità.
La
vera classifica dell’ultimo secolo non separa quindi semplicemente vincitori e
perdenti. Mostra soprattutto differenti capacità di accumulare crescita nel
tempo. Il dato del 2022 non rappresenta un punto di arrivo definitivo. È una
fotografia provvisoria. Se il secolo trascorso insegna qualcosa, è proprio che
le distanze attuali possono restringersi, ampliarsi o invertirsi. Le economie
che domineranno le classifiche future saranno determinate meno dalla posizione
da cui partono oggi che dalla capacità di continuare a crescere domani.
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