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Dalla campagna al supermercato: dove si perde il valore dell’agricoltura pugliese

 

 

·         Nei campi pugliesi i prodotti restano sugli alberi mentre nei supermercati prezzi continuano a salire.

·         La crisi non è della produzione, ma di una filiera che schiaccia agricoltori e consumatori.

·         Senza trasparenza, concorrenza e semplificazione, la Puglia perderà reddito, lavoro, imprese e sicurezza alimentare futura.


L’agricoltura pugliese è in forte difficoltà. Ma è una crisi della quale si parla troppo poco. Non fa rumore, non riempie quotidianamente le piazze e difficilmente riesce a conquistare le prime pagine dei giornali. Eppure basta attraversare le campagne della regione per accorgersi che qualcosa di profondo sta cambiando. Terreni un tempo coltivati vengono progressivamente abbandonati, produzioni che potrebbero essere raccolte rimangono sugli alberi o nei campi e molti piccoli agricoltori si interrogano ormai su una domanda che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata assurda: vale ancora la pena raccogliere? Il problema non è soltanto agricolo. È economico, sociale e politico. Perché quando raccogliere un prodotto costa più del prezzo al quale quel prodotto potrà essere venduto, l’agricoltore si trova davanti a una scelta drammatica ma perfettamente razionale dal punto di vista economico: lasciarlo sul campo. È così che una terra estremamente produttiva rischia di trasformare la propria ricchezza in spreco. Una delle cause principali è il costo della manodopera, ma soprattutto la complessità della sua gestione. L’agricoltura ha una caratteristica particolare: necessita spesso di molti lavoratori concentrati in periodi molto brevi. Una pesca, un grappolo d’uva, una ciliegia o un ortaggio non aspettano i tempi degli uffici. Quando arriva il momento della raccolta bisogna intervenire rapidamente. Eppure per un piccolo imprenditore agricolo assumere personale regolarmente significa affrontare procedure, comunicazioni, contributi, sicurezza, consulenze e adempimenti che richiedono una struttura amministrativa sempre più complessa. La tutela dei lavoratori e la legalità sono naturalmente principi irrinunciabili. Ma una buona legislazione dovrebbe riuscire a garantire entrambe senza trasformare ogni piccola azienda agricola in un ufficio amministrativo. Una grande impresa può permettersi consulenti, responsabili delle risorse umane e professionisti specializzati. Il piccolo coltivatore diretto molto spesso no. Ed è proprio qui che una normativa costruita senza conoscere adeguatamente il funzionamento reale delle campagne rischia di produrre conseguenze opposte rispetto agli obiettivi dichiarati. Ma il problema più grave rimane quello dei prezzi riconosciuti ai produttori. In molte filiere agricole il valore pagato all’origine è talmente basso da mettere in discussione la stessa convenienza economica della raccolta. L’agricoltore deve sostenere il costo della coltivazione, dell’acqua, dei fertilizzanti, delle macchine, del carburante, della manodopera, della raccolta e spesso anche della prima selezione del prodotto. Poi arriva il momento della vendita e scopre che il mercato gli riconosce un prezzo insufficiente a remunerare tutto questo lavoro. Da qui nasce uno dei più grandi paradossi dell’economia agroalimentare pugliese: nelle campagne alcuni prodotti restano invenduti o non vengono raccolti, mentre a pochi chilometri di distanza, nei supermercati, le famiglie acquistano frutta, verdura e altri alimenti a prezzi sempre più elevati. Se il produttore guadagna poco e il consumatore paga molto, la domanda diventa inevitabile: cosa accade nel mezzo? È qui che dovrebbe concentrarsi l’attenzione della politica, delle organizzazioni di categoria e delle autorità preposte alla tutela della concorrenza. Tra il campo e lo scaffale esiste infatti una lunga catena composta da raccolta, lavorazione, selezione, confezionamento, trasporto, piattaforme logistiche, grossisti, intermediari e grande distribuzione. Tutti questi passaggi hanno naturalmente un costo e sarebbe semplicistico sostenere che ogni differenza tra prezzo agricolo e prezzo finale rappresenti automaticamente una speculazione. Tuttavia proprio questa distanza rende necessaria una maggiore trasparenza. Bisognerebbe poter ricostruire con chiarezza, prodotto per prodotto, quanto viene riconosciuto all’agricoltore e quanto viene assorbito dai diversi passaggi commerciali. Solo così sarebbe possibile comprendere dove nascono realmente gli aumenti e dove possono esistere inefficienze, squilibri contrattuali o rendite eccessive. Il nodo centrale è il potere contrattuale. Il piccolo agricoltore vende quasi sempre un prodotto deperibile. Non può conservarlo indefinitamente aspettando condizioni migliori. Deve venderlo rapidamente, spesso in pochi giorni. Dall’altra parte della trattativa possono esserci operatori commerciali molto più grandi, con maggiori risorse finanziarie, capacità logistiche e possibilità di scegliere tra numerosi fornitori. È evidente che la forza negoziale delle due parti non è la stessa. Se poi i canali distributivi diventano progressivamente più concentrati, l’agricoltore rischia di perdere ulteriormente autonomia. È questa una delle questioni sulle quali sarebbe necessario accendere un faro. Non per demonizzare il commercio o la grande distribuzione, che svolgono funzioni indispensabili, ma per assicurarsi che il mercato rimanga realmente competitivo. Perché concorrenza non significa semplicemente avere tanti prodotti su uno scaffale. Significa anche impedire che pochi soggetti possano determinare condizioni economiche insostenibili per migliaia di piccoli produttori. La politica dovrebbe intervenire proprio qui. Non fissando artificialmente i prezzi e non immaginando economie amministrate, ma creando le condizioni affinché il mercato funzioni davvero. Servirebbe anzitutto una drastica semplificazione delle procedure per l’assunzione della manodopera agricola stagionale. Servirebbero strumenti digitali semplici, immediati e proporzionati alle dimensioni delle aziende. Servirebbero cooperative moderne capaci di aggregare l’offerta, centri logistici condivisi e piattaforme che consentano ai produttori di raggiungere direttamente mercati, ristorazione, mense, negozi e consumatori. Il problema storico di molti agricoltori pugliesi è infatti quello di essere grandi produttori ma piccoli venditori. Migliaia di aziende frammentate si presentano sul mercato singolarmente, mentre dall’altra parte operano soggetti molto più strutturati. Aggregare l’offerta significherebbe aumentare il potere contrattuale dei produttori senza necessariamente aumentare i prezzi per i consumatori. Anzi, accorciare alcune filiere potrebbe creare il risultato opposto: una remunerazione migliore per chi produce e un prezzo più sostenibile per chi acquista. È questo il punto che rende la crisi agricola pugliese una questione che riguarda tutti. Quando un terreno viene abbandonato non perde soltanto l’agricoltore. Perde il territorio. Si riduce il PIL, si perde occupazione, si disperdono competenze costruite nel corso di generazioni e diminuisce la capacità produttiva futura. Un campo abbandonato oggi potrebbe essere molto difficile e costoso da recuperare domani. E quando sparisce un’azienda agricola non sparisce soltanto un’impresa: spesso scompare un pezzo di economia locale, insieme ai fornitori, ai lavoratori stagionali, agli artigiani e ai servizi che ruotavano intorno a quell’attività. C’è poi il tema della sicurezza alimentare. Negli ultimi anni abbiamo compreso quanto possano essere fragili le catene internazionali di approvvigionamento. Dipendere sempre di più dalle importazioni mentre una parte dei nostri terreni viene abbandonata sarebbe una contraddizione economica difficilmente giustificabile. La Puglia dispone di una straordinaria capacità agricola e agroalimentare. Il problema non è semplicemente produrre di più. Il problema è fare in modo che produrre torni a essere economicamente conveniente. E soprattutto bisogna evitare un cortocircuito ormai evidente: prodotti che valgono troppo poco nei campi e costano troppo sugli scaffali. Non tutti gli aumenti dei prezzi possono essere attribuiti alla speculazione. Energia, carburanti, trasporti, trasformazione, confezionamento e salari hanno costi reali. Ma proprio per questo serve conoscere i numeri. Serve una filiera trasparente nella quale sia possibile capire chi crea valore, chi sostiene i costi e chi realizza i margini. Se invece nessuno riesce a spiegare perché un prodotto viene pagato pochissimo al produttore e arriva al consumatore a un prezzo moltiplicato, la fiducia nel mercato inevitabilmente si indebolisce. Ed è qui che le istituzioni dovrebbero dimostrare la propria utilità. L’autorità competente in materia di concorrenza dovrebbe verificare eventuali strozzature, concentrazioni e pratiche commerciali capaci di alterare il corretto funzionamento delle filiere. La politica regionale e nazionale dovrebbe contemporaneamente concentrarsi sulla riduzione dei costi burocratici e sulla costruzione di nuovi strumenti commerciali per i produttori. Continuare a intervenire soltanto sulle emergenze non basta più. Ogni anno cambia il problema: siccità, grandine, fitopatie, aumento dei fertilizzanti, carburanti, manodopera. Dietro queste emergenze, però, esiste una crisi strutturale molto più profonda. È la crisi di un modello nel quale chi produce rischia di non avere più convenienza a produrre, mentre chi consuma continua a pagare di più. Se non si interviene su questo meccanismo, il risultato sarà inevitabile: perderemo aziende, perderemo posti di lavoro, perderemo produzione e perderemo valore. E domani pane, latte, uova, frutta, verdura, carne e pesce potrebbero pesare ancora di più sui bilanci delle famiglie. La questione dell’agricoltura pugliese non può quindi essere ridotta alla difesa di una categoria. È una questione economica generale. Un territorio che lascia marcire nei campi ciò che potrebbe vendere sta distruggendo ricchezza. Un mercato nel quale il produttore non riesce a vivere del proprio lavoro mentre il consumatore fatica a permettersi gli stessi prodotti ha bisogno di essere analizzato e corretto. La Puglia ha terra, competenze, prodotti e capacità imprenditoriale. Quello che manca è una filiera capace di trasformare questa ricchezza in valore distribuito in maniera più equilibrata. Perché vedere un albero pieno di frutti che nessuno raccoglie non dovrebbe essere considerato normale. È il simbolo di un sistema che sta perdendo qualcosa. E quel qualcosa non appartiene soltanto agli agricoltori. Appartiene a tutti noi.

 


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