Scuola: la denatalità può cancellare circa 137 mila cattedre: il declino sarà molto più forte nel Mezzogiorno
• Entro il 2050 la scuola italiana potrebbe perdere circa 137 mila posti docenti per denatalità.
• Il Mezzogiorno subirà il calo più forte, spinto da spopolamento, invecchiamento e minori nascite future.
• Le regioni ricche del Centro-Nord resisteranno meglio grazie a maggiore attrattività economica e flussi migratori.
Meno bambini e territori sempre più anziani ridisegneranno la scuola italiana. Una proiezione basata sugli scenari demografici dell’Istat indica una possibile riduzione di circa 137 mila posti comuni di insegnamento entro il 2050. Ma la trasformazione sarà profondamente diseguale: il Sud e le aree interne perderanno popolazione molto più rapidamente delle regioni economicamente più forti del Centro-Nord. La scuola italiana dei prossimi decenni sarà inevitabilmente più piccola di quella di oggi. Non per una scelta politica, ma per una trasformazione demografica che è già cominciata: nascono meno bambini, diminuisce la popolazione giovane e aumenta rapidamente il peso degli anziani. Le più recenti previsioni dell’Istat, con base al 1° gennaio 2025, descrivono un Paese che nel giro di venticinque anni perderà quasi quattro milioni di abitanti. La popolazione residente dovrebbe scendere dagli attuali 58,9 milioni a circa 55 milioni nel 2050. Ma il dato decisivo per il sistema scolastico riguarda la composizione per età della popolazione. Nel 2025 i bambini e ragazzi tra zero e 14 anni rappresentano l’11,9% degli italiani, poco più di sette milioni di persone. Nel 2050 la loro quota potrebbe scendere intorno al 10,2% della popolazione, cioè a circa 5,6 milioni. Significa quasi 1,4 milioni di bambini e ragazzi in meno, una contrazione vicina al 20%. Se una riduzione di questa dimensione venisse trasferita, in modo proporzionale, sulla quantità di personale necessaria alla scuola, l’effetto sugli organici sarebbe enorme. Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito, nell'anno scolastico 2024/25 sono stati istituiti 684.583 posti comuni di personale docente, ai quali si aggiungono 205.253 posti di sostegno. Applicando ai soli posti comuni una contrazione demografica vicina al 20%, l’organico teoricamente necessario scenderebbe da circa 685 mila a circa 548 mila posti. La differenza è di quasi 137 mila cattedre. Non si tratta naturalmente di una previsione ufficiale del Ministero, ma di una proiezione demografica: ipotizza che il rapporto tra popolazione giovane e numero di insegnanti rimanga sostanzialmente simile a quello attuale. Il risultato può cambiare in presenza di classi più piccole, maggiore tempo pieno, differenti politiche scolastiche o un aumento dell’offerta formativa. L’ordine di grandezza, tuttavia, mostra con chiarezza la direzione nella quale si sta muovendo il sistema.
Una scuola più piccola, anno dopo anno
Distribuita lungo i circa venticinque anni che separano l’Italia dal 2050, una contrazione di 137 mila posti equivale, in termini puramente teorici, a una riduzione media dell’ordine di 5.500 cattedre all’anno. Il fenomeno, però, non procederà in maniera lineare. I bambini che non stanno nascendo oggi entreranno nella scuola dell’infanzia e nella primaria nei prossimi anni, successivamente nelle scuole medie e infine nelle superiori. La contrazione demografica si sposterà quindi progressivamente lungo tutti i livelli del sistema educativo. Gli effetti sono già visibili. Ma diventeranno molto più evidenti quando le generazioni nate negli anni della forte caduta della natalità attraverseranno l'intero percorso scolastico. La conseguenza sarà una progressiva diminuzione del numero degli studenti, delle classi e, a parità di organizzazione della scuola, del numero degli insegnanti necessari. Ma dietro al dato nazionale si nasconde una trasformazione ancora più importante: la scuola italiana non si ridurrà alla stessa velocità in tutte le regioni.
Il divario demografico tra Nord e Sud
Le previsioni dell’Istat mostrano infatti due Italie demografiche sempre più differenti. Il Nord è l’unica ripartizione del Paese nella quale la popolazione dovrebbe ancora aumentare leggermente nel breve periodo, passando da circa 27,5 milioni nel 2025 a 27,7 milioni nel 2030. Soltanto successivamente comincerebbe una lenta diminuzione, fino a circa 27,2 milioni nel 2050. Il Centro registrerà una contrazione più pronunciata, ma è soprattutto nel Mezzogiorno che il cambiamento assume dimensioni strutturali. La popolazione del Sud e delle Isole dovrebbe passare dai 19,7 milioni del 2025 a 16,7 milioni nel 2050. Sono circa tre milioni di abitanti in meno in appena venticinque anni, una diminuzione superiore al 15%. E proprio nel Mezzogiorno l'Istat prevede una contrazione particolarmente intensa della componente giovane. Già nelle precedenti proiezioni demografiche l'Istituto sottolineava come tutte le regioni meridionali fossero destinate a registrare perdite della popolazione sotto i 25 anni superiori alla media nazionale. In regioni come Sardegna e Basilicata, la riduzione prevista della fascia tra zero e 24 anni superava il 30%. La geografia della scuola del futuro seguirà inevitabilmente questa trasformazione.
Lo spopolamento colpisce soprattutto le aree economicamente più fragili
La questione demografica si sovrappone inoltre a quella economica. Il Mezzogiorno non è soltanto l'area che perderà più abitanti: è anche quella caratterizzata dai livelli di reddito e di prodotto per abitante più bassi. Secondo i più recenti conti economici territoriali dell'Istat, nel 2024 il Pil pro capite era pari a circa 46.100 euro nel Nord-Ovest, 43.600 nel Nord-Est e 40 mila euro nel Centro, contro appena 24.800 euro nel Mezzogiorno. Il Pil per abitante del Centro-Nord risultava così circa 1,75 volte quello meridionale. Anche il reddito disponibile racconta lo stesso divario: circa 17.800 euro per abitante nel Mezzogiorno contro 25.900 nel Centro-Nord. È importante perché le aree economicamente più dinamiche tendono ad avere una maggiore capacità di attrarre popolazione dall'estero e da altre regioni italiane. Lombardia, Emilia-Romagna e alcune grandi aree urbane settentrionali possono quindi compensare almeno parzialmente la bassa natalità attraverso i flussi migratori. Molte regioni meridionali devono invece affrontare contemporaneamente tre fenomeni: pochi nati, invecchiamento della popolazione ed emigrazione delle generazioni giovani verso le aree economicamente più forti del Paese o verso l'estero. Ne deriva un meccanismo cumulativo. Una regione perde giovani adulti; diminuiscono le persone che potrebbero formare nuove famiglie; nascono meno bambini; diminuisce ulteriormente la popolazione scolastica; nel lungo periodo si restringe anche la domanda di servizi.
Il caso delle aree interne
È nelle aree interne che questo processo appare ancora più evidente. Secondo le ultime previsioni Istat, nel Mezzogiorno i territori interni passeranno da circa 7,1 milioni di abitanti nel 2025 a 6 milioni nel 2050. Significa perdere circa 1,1 milioni di residenti. Nelle aree interne settentrionali, al contrario, nello stesso periodo la diminuzione prevista è di appena 122 mila persone. La velocità dello spopolamento è quindi radicalmente differente: tra il 2030 e il 2050 il calo medio annuo delle aree interne meridionali è previsto intorno allo 0,8%, circa quattro volte quello delle analoghe aree del Nord. Per la scuola significa che il problema non riguarderà soltanto il numero complessivo degli insegnanti. Cambierà la distribuzione geografica della rete scolastica. Paesi che oggi mantengono una scuola primaria potrebbero ritrovarsi con pochissimi bambini. Istituti oggi autonomi potrebbero essere accorpati. Alcuni plessi potrebbero servire territori sempre più estesi. Le scuole dei piccoli comuni meridionali e delle aree montane saranno probabilmente le prime a confrontarsi con questa trasformazione.
L'invecchiamento corre più velocemente al Sud
C'è poi un secondo dato sorprendente. Oggi il Mezzogiorno è ancora mediamente più giovane del Centro-Nord. Secondo l'Istat, nel 2025 l'età media è di circa 46,1 anni al Sud, contro 47,1 al Nord e 47,5 al Centro. Nel giro di venticinque anni la situazione potrebbe ribaltarsi. Nel 2050 l'età media del Mezzogiorno potrebbe raggiungere 52,1 anni, superando sia quella del Nord, prevista a 50,5 anni, sia quella del Centro, a 51,5. Il Sud, cioè, rischia di trasformarsi dall'area relativamente più giovane del Paese a quella più anziana. Ed è proprio questo cambiamento a spiegare perché la contrazione della scuola sarà probabilmente molto più forte nelle regioni meridionali rispetto alle grandi regioni economicamente più dinamiche del Centro-Nord.
Verso una nuova geografia della scuola italiana
Il dato nazionale delle circa 137 mila cattedre comuni potenzialmente in meno entro il 2050 è quindi soltanto la prima parte della storia. Il fenomeno decisivo sarà la distribuzione territoriale di questa contrazione. Una parte importante della riduzione della popolazione scolastica potrebbe concentrarsi in Campania, Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna, Basilicata e Molise, mentre Lombardia, Emilia-Romagna, Trentino-Alto Adige e alcune aree metropolitane settentrionali potrebbero mostrare una capacità molto maggiore di resistenza demografica. Non significa che il numero dei docenti seguirà automaticamente la popolazione con una proporzione matematica perfetta. Una classe con quindici studenti necessita comunque di un insegnante come una classe con venti. Le aree scarsamente popolate richiedono inoltre una presenza minima di servizi pubblici indipendentemente dalla loro efficienza economica. La direzione di fondo, tuttavia, appare difficile da invertire. L'Italia del 2050 avrà meno giovani, più anziani e una distribuzione della popolazione ancora più sbilanciata a favore delle aree economicamente forti del Centro-Nord. La scuola sarà uno dei luoghi nei quali questa trasformazione diventerà più visibile. Da circa 685 mila posti comuni attuali si potrebbe scendere, in uno scenario puramente demografico, verso quota 550 mila. Ma dietro quei 137 mila posti in meno ci sarà soprattutto una nuova geografia del Paese: territori settentrionali e grandi città relativamente più capaci di trattenere o attirare famiglie e giovani, e una parte consistente del Mezzogiorno alle prese con una contrazione molto più rapida della popolazione. La denatalità, in altre parole, non renderà soltanto la scuola italiana più piccola. Rischia di renderla anche molto più diseguale dal punto di vista territoriale.
La scuola come infrastruttura dell’integrazione
La diminuzione della popolazione giovane apre infine una questione destinata a diventare sempre più importante: il ruolo dell’immigrazione nel mantenere una base demografica sufficiente anche per il sistema scolastico. Gli stranieri non sono gli unici ad avere figli in Italia, ma il loro contributo alla natalità è ormai significativo. Nel 2024, secondo l’Istat, il 21,8% dei bambini nati in Italia aveva almeno un genitore straniero; la quota raggiungeva il 30,6% nel Nord e il 24% nel Centro, mentre si fermava al 9,3% nel Mezzogiorno. Questo significa che proprio nelle regioni economicamente più forti, dove l’immigrazione è più consistente e radicata, la presenza di famiglie di origine straniera contribuisce maggiormente a rallentare la riduzione della popolazione scolastica. Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte potrebbero quindi beneficiare non soltanto della capacità di trattenere i propri residenti, ma anche dell’arrivo e della stabilizzazione di nuove famiglie. In questo scenario la scuola può assumere una funzione che va oltre l’istruzione: diventare una delle principali infrastrutture di integrazione del Paese. È nelle classi che i figli delle famiglie immigrate apprendono la lingua, costruiscono relazioni sociali e condividono quotidianamente regole e istituzioni con i coetanei italiani. La stessa scuola può inoltre diventare un punto di contatto tra le famiglie straniere e la società locale. Su come debba avvenire questa integrazione esistono però differenze politiche rilevanti. Ma dal punto di vista demografico il dato resta: in un Paese con sempre meno nascite, la presenza delle nuove generazioni di origine straniera sarà una componente crescente della popolazione scolastica, soprattutto nelle regioni del Centro-Nord. La capacità della scuola di trasformare questa presenza in integrazione sociale sarà quindi una delle questioni centrali dell’Italia dei prossimi decenni.
Commenti
Posta un commento