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Il Piemonte e la Lombardia guidano il calo dell’abbandono scolastico: -40% in sei anni

 

  • ·         Lombardia e Lazio mostrano i progressi più forti, riducendo l’abbandono scolastico di oltre il 40%.
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  • ·         La Calabria registra un miglioramento significativo, con una riduzione dell’abbandono scolastico pari al 41%.
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  • ·         Il Trentino-Alto Adige è l’unica regione in controtendenza, con un aumento dell’abbandono del 38%.

 

L’analisi dei dati relativi all’uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione nel periodo compreso tra il 2018 e il 2023 fornisce un quadro articolato e complesso delle dinamiche territoriali italiane, mettendo in luce differenze significative tra le regioni settentrionali e quelle meridionali, ma anche alcune inversioni di tendenza inattese. Il fenomeno dell’abbandono scolastico precoce, che rappresenta uno dei principali indicatori della qualità e dell’efficacia dei sistemi educativi regionali, è strettamente legato a fattori socioeconomici, culturali e infrastrutturali, e la sua evoluzione nel tempo permette di cogliere segnali importanti sullo stato dell’istruzione e sulle opportunità di inclusione sociale.

Nel complesso, l’Italia ha registrato un miglioramento significativo negli ultimi sei anni, con una riduzione generalizzata dei tassi di abbandono in molte regioni, in particolare nel Nord e nel Centro. Tuttavia, nonostante questo progresso, persistono disomogeneità territoriali marcate e alcune situazioni di peggioramento locale che richiedono un’analisi più approfondita. Il periodo considerato comprende inoltre eventi straordinari, come la pandemia di Covid-19, che ha inciso in modo non uniforme sulle realtà regionali, alterando i processi formativi, le modalità di accesso all’istruzione e le possibilità di recupero scolastico.

Osservando le regioni del Nord Italia, emerge chiaramente un trend di miglioramento complessivo. Il Piemonte, ad esempio, mostra una riduzione sostanziale dell’uscita precoce dal sistema di istruzione, passando dal 13,5 per cento del 2018 all’8,8 per cento del 2023, con una variazione assoluta di –4,7 punti e una riduzione percentuale del 34,8 per cento. Questo risultato colloca la regione tra quelle che hanno maggiormente beneficiato delle politiche di contrasto alla dispersione scolastica, forse grazie anche a una rete educativa solida e a un tessuto economico in grado di offrire prospettive occupazionali coerenti con i percorsi formativi. Anche la Lombardia segue una traiettoria di miglioramento ancora più accentuata: dal 13,1 per cento nel 2018 scende al 7,8 per cento nel 2023, con una diminuzione del 40,4 per cento. Questo dato è particolarmente rilevante perché si tratta della regione più popolosa e industrializzata del Paese, dove le opportunità di formazione professionale e tecnica hanno probabilmente contribuito a mantenere i giovani nel sistema educativo.

L’Emilia-Romagna e il Friuli-Venezia Giulia confermano un andamento positivo, rispettivamente con cali del 32,4 e del 25,8 per cento, mostrando un’efficace capacità di recupero e consolidamento di percorsi formativi alternativi. In Friuli, la riduzione dal 8,9 per cento del 2018 al 6,6 per cento del 2023 indica una situazione già favorevole all’inizio del periodo e ulteriormente migliorata, segno di una struttura scolastica efficiente e di un forte legame tra scuola e imprese locali. Diversa la situazione del Trentino-Alto Adige, unica regione del Nord a registrare un aumento sensibile del tasso di abbandono, passando da 8,9 a 12,3 per cento, con un incremento del 38,2 per cento. Tale peggioramento potrebbe essere legato a fattori specifici del contesto territoriale, come la maggiore attrattività del mercato del lavoro per i giovani, che possono essere spinti ad abbandonare precocemente gli studi per impieghi stagionali o turistici, fenomeno tipico delle aree alpine.

Nel Nord-Est, anche il Veneto mostra una lieve flessione, ma meno marcata rispetto ad altre regioni, scendendo dal 10,9 al 9,8 per cento, con una riduzione del 10 per cento. Ciò potrebbe riflettere una relativa stabilità del sistema formativo, ma anche una difficoltà a migliorare ulteriormente in un contesto già performante. Liguria e Valle d’Aosta presentano andamenti più oscillanti, con variazioni in parte negative e in parte positive nel corso degli anni, ma con un risultato finale favorevole. In Valle d’Aosta, la riduzione dal 15,1 al 10,4 per cento indica un miglioramento del 31,1 per cento, mentre la Liguria passa dal 12,8 al 10,2 per cento, con una diminuzione del 20,3 per cento, pur mostrando nel 2021 un picco momentaneo che testimonia la vulnerabilità dei sistemi educativi più piccoli di fronte a shock esterni.

Nel Centro Italia, i risultati sono in gran parte incoraggianti. Toscana, Umbria, Marche e Lazio hanno registrato riduzioni consistenti. L’Umbria, pur partendo da un dato contenuto nel 2018 (8,3 per cento), aveva visto un peggioramento fino al 2020, ma poi ha recuperato notevolmente, raggiungendo nel 2023 il 5,6 per cento, con un calo del 32,5 per cento rispetto al 2018. Le Marche mostrano un andamento simile, con un miglioramento del 37,1 per cento, e raggiungono nel 2023 uno dei valori più bassi in Italia (6,1 per cento). Il Lazio, invece, è tra le regioni che hanno ottenuto i progressi più marcati, passando dall’11 per cento al 6,1 per cento, con una riduzione del 44,5 per cento: un risultato notevole, forse legato anche alle politiche di inclusione e ai progetti formativi diffusi nella capitale. La Toscana, pur con oscillazioni annuali, presenta una flessione più contenuta ma comunque positiva, riducendo il tasso dal 10,3 al 9,3 per cento.

Spostandosi verso il Sud, il quadro diventa più variegato e problematico. Alcune regioni meridionali hanno compiuto progressi significativi, ma altre restano tra le aree con i valori più alti del Paese. La Campania, pur migliorando leggermente, rimane stabile intorno al 16 per cento nel 2023, segnalando difficoltà strutturali nell’affrontare la dispersione scolastica. Anche la Sicilia e la Sardegna, che nel 2018 registravano rispettivamente il 22 e il 22,8 per cento, restano su livelli elevati, nonostante le riduzioni. In Sicilia, il calo del 22,2 per cento porta il tasso al 17,1 per cento, mentre in Sardegna, dopo un forte miglioramento fino al 2020, il valore risale nel 2023 a 17,3 per cento, probabilmente per effetti legati alla pandemia e alle difficoltà di continuità didattica. La Puglia, invece, mostra un miglioramento più stabile e consistente, scendendo dal 17,6 al 12,8 per cento, con una riduzione del 27,2 per cento, risultato che riflette un impegno concreto nel recupero scolastico e nella promozione della formazione professionale.

Tra le regioni del Sud, la Calabria presenta uno dei risultati più significativi in termini di riduzione percentuale, con un calo del 41 per cento, passando dal 20 per cento al 11,8 per cento. Si tratta di un progresso importante, anche se il livello resta superiore alla media nazionale, a dimostrazione che politiche mirate possono portare a cambiamenti rilevanti anche in contesti svantaggiati. La Basilicata evidenzia invece un andamento irregolare: dopo un forte miglioramento fino al 2022, con un minimo di 5,3 per cento, risale all’8,6 nel 2023, segno di una fragilità del sistema formativo. Molise e Abruzzo mantengono valori relativamente bassi e stabili, con leggere variazioni: il Molise scende da 10,2 a 7,6 per cento, mentre l’Abruzzo registra un lieve aumento, da 8,4 a 9,1 per cento, che rappresenta un’anomalia in un contesto nazionale generalmente positivo.

Nel complesso, la tendenza nazionale è chiaramente orientata verso la riduzione dell’abbandono scolastico precoce, ma la distribuzione geografica rimane disomogenea. Le regioni settentrionali e centrali convergono progressivamente verso valori inferiori al 10 per cento, in linea con gli obiettivi europei di contrasto alla dispersione. Al contrario, le regioni meridionali faticano ancora a raggiungere livelli accettabili, con la presenza di sacche di disagio persistenti. Le cause di queste disparità sono molteplici: la minore disponibilità di infrastrutture educative moderne, le difficoltà economiche delle famiglie, l’elevata disoccupazione giovanile e, in alcune aree, una cultura del lavoro precoce che scoraggia la prosecuzione degli studi.

La pandemia ha certamente rappresentato un punto di svolta, con un impatto diversificato. Nelle regioni con un sistema scolastico più organizzato e un uso efficace delle tecnologie digitali, la didattica a distanza ha permesso di contenere la dispersione. Invece, nelle aree con connessioni limitate e minori risorse, molti studenti hanno abbandonato i percorsi formativi, aggravando le disuguaglianze. Tuttavia, il periodo post-pandemico ha visto un parziale recupero, segno che gli interventi messi in campo hanno avuto effetti positivi, soprattutto dove sono stati accompagnati da azioni di tutoraggio, sostegno individuale e potenziamento dei percorsi professionali.

Dal punto di vista delle politiche pubbliche, i dati suggeriscono che le strategie più efficaci sono quelle che combinano interventi scolastici e sociali, rafforzando il legame tra istruzione e lavoro. Le regioni che hanno investito maggiormente in istituti tecnici, formazione duale e percorsi professionalizzanti mostrano risultati migliori, come dimostrano Lombardia, Emilia-Romagna e Friuli-Venezia Giulia. Al contrario, dove il sistema resta più accademico e meno connesso alle esigenze del mercato del lavoro, i giovani tendono ad abbandonare prima, soprattutto se percepiscono un divario tra l’istruzione e le opportunità occupazionali.

In sintesi, tra il 2018 e il 2023 l’Italia ha compiuto progressi importanti nel contrasto all’uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione, ma il traguardo di un sistema equo e inclusivo è ancora lontano. Il Nord e il Centro mostrano dinamiche di consolidamento e miglioramento costante, mentre il Sud continua a scontare ritardi strutturali. Il futuro richiederà un’attenzione ancora maggiore alla personalizzazione dei percorsi, al rafforzamento della formazione professionale e alla collaborazione tra scuola, famiglie e territorio. Solo attraverso un approccio integrato e continuativo sarà possibile garantire che il diritto all’istruzione non resti diseguale e che ogni giovane, indipendentemente dal luogo di nascita, possa completare il proprio percorso formativo con successo.

 

 

Macro-regioni. I dati sull’abbandono scolastico in Italia tra il 2018 e il 2023 mostrano un trend complessivamente positivo, con una progressiva riduzione dei tassi di uscita precoce dal sistema di istruzione in tutte le macroaree del Paese. Nel 2018 la media nazionale era del 14,3 per cento, mentre nel 2023 scende al 10,5 per cento, avvicinandosi all’obiettivo europeo del 9 per cento. Questo calo indica un miglioramento significativo dell’efficacia del sistema educativo, ma restano evidenti le differenze territoriali tra Nord, Centro e Mezzogiorno. Il Nord, in particolare, ha registrato una discesa costante e marcata, passando dal 12 per cento all’8,5 per cento, grazie a politiche di contrasto alla dispersione scolastica, all’efficienza delle reti formative e a un forte legame tra scuola e mondo del lavoro. Il Nord-Ovest, che nel 2018 partiva da un livello più alto (13,2 per cento), raggiunge nel 2023 un ottimo 8,3 per cento, mentre il Nord-Est scende da 10,5 a 8,8 per cento, consolidando un modello educativo inclusivo ed efficace. Il Centro mostra un miglioramento ancora più pronunciato, dal 10,4 al 7 per cento, risultato che testimonia un rafforzamento delle politiche educative e sociali. Il Mezzogiorno, pur in calo dal 18,7 al 14,6 per cento, rimane l’area più problematica: Sud e Isole, con rispettivamente 13,5 e 17,2 per cento nel 2023, continuano a presentare valori elevati. Le difficoltà economiche, la carenza di infrastrutture scolastiche e le disuguaglianze sociali rappresentano ancora oggi ostacoli strutturali alla piena partecipazione formativa.

 


 

Fonte: ISTAT

Link: www.istat.it















 

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