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Luci e ombre nel futuro dei giovani italiani: il Mezzogiorno ancora indietro nella lotta all’inattività

 

·         I NEET italiani calano ovunque dal 2018 al 2023, con forti differenze territoriali Nord-Sud.

·    Le regioni settentrionali guidano il recupero grazie a formazione, occupazione e politiche giovanili efficaci.

·         Il Mezzogiorno migliora lentamente: persistono disoccupazione, precarietà e scarse opportunità per i giovani.

 

L’analisi dei dati relativi ai giovani che non lavorano e non studiano, comunemente noti come NEET (Not in Education, Employment or Training), nel periodo compreso tra il 2018 e il 2023, fornisce un quadro complesso ma nel complesso incoraggiante dell’evoluzione di questo fenomeno in Italia. I numeri mostrano, con differenze significative tra le regioni, una tendenza generale alla diminuzione della percentuale di NEET, evidenziando un miglioramento delle condizioni socio-economiche e dell’inclusione giovanile, sebbene permangano squilibri territoriali profondi tra Nord e Sud. Nel 2018 la situazione appariva ancora critica in molte aree del Paese, con percentuali superiori al 30% nelle regioni meridionali e valori comunque a doppia cifra anche in quelle settentrionali. Tuttavia, nel 2023 i dati mostrano una riduzione generalizzata, in alcuni casi molto marcata, segno di un lento ma significativo processo di recupero e reinserimento dei giovani nel mondo della formazione e del lavoro.

Partendo dal Nord Italia, si nota come regioni tradizionalmente caratterizzate da un tessuto produttivo solido abbiano registrato i miglioramenti più consistenti. Il Piemonte passa dal 17,6% del 2018 all’11,7% del 2023, con una variazione assoluta di -5,9 punti e una riduzione percentuale del 33,5%. Questo calo, oltre a segnalare l’efficacia delle politiche di orientamento e formazione professionale, riflette anche la capacità del sistema economico piemontese di assorbire la forza lavoro giovanile dopo la fase più acuta della pandemia. La Valle d’Aosta, pur avendo numeri assoluti più contenuti, mostra un miglioramento ancora più significativo, con una riduzione del 39,2% dei NEET e un valore finale di appena il 9,9%, uno dei più bassi d’Italia. Anche la Liguria evidenzia un progresso netto: da 19,8% a 11,3%, con un calo del 42,9%, risultato che può essere collegato al rilancio del settore dei servizi e del turismo e alla ripresa occupazionale post-pandemica.

La Lombardia, cuore economico del Paese, vede i NEET scendere da 15% a 10,6%, un calo del 29,3%. Il dato lombardo si colloca tra i più virtuosi, confermando la resilienza di un territorio che, pur duramente colpito dalla crisi sanitaria, ha saputo riattivare i canali occupazionali e formativi con rapidità. Trentino-Alto Adige e Veneto seguono lo stesso andamento, con percentuali finali del 8,8% e 10,5%, rispettivamente, e riduzioni di circa il 29%. Questi valori rappresentano l’eccellenza nazionale, evidenziando la capacità di queste regioni di integrare efficacemente giovani nel mercato del lavoro grazie a politiche attive mirate, alla presenza di sistemi di formazione duale e a un tessuto economico fortemente orientato alla produttività e all’innovazione.

Emilia-Romagna e Friuli-Venezia Giulia mostrano anch’esse miglioramenti rilevanti, pur partendo da valori relativamente contenuti. In Emilia-Romagna la quota di NEET passa dal 15,3% al 11%, con una riduzione del 28,1%, mentre in Friuli-Venezia Giulia si registra un calo del 23,6%, arrivando a 11%. Questi risultati confermano la solidità delle regioni del Nord-Est, dove la collaborazione tra imprese, enti di formazione e istituzioni locali ha favorito l’inserimento lavorativo dei giovani e un graduale abbattimento della disoccupazione giovanile.

Scendendo al Centro, la Toscana evidenzia un calo di 5 punti percentuali e una diminuzione relativa del 31,25%, con il tasso di NEET che si attesta all’11% nel 2023. L’Umbria, pur avendo avuto valori altalenanti nel periodo, è una delle regioni più virtuose nella riduzione complessiva, passando da 18,9% a 10,5%, pari a un calo del 44,4%, uno dei più forti a livello nazionale. Anche le Marche mostrano un progresso notevole, con un -36,1%, mentre il Lazio, che partiva da una delle situazioni più critiche del Centro, con un 22,2% nel 2018, arriva al 13,7% nel 2023, segnando una diminuzione del 38,3%. Questo risultato è particolarmente importante, poiché il Lazio, e in particolare Roma, concentra un’elevata popolazione giovanile e un mercato del lavoro complesso, spesso caratterizzato da forme di precarietà e segmentazione.

Passando all’Italia meridionale, il quadro diventa più sfumato. Pur registrando miglioramenti diffusi, i livelli assoluti restano alti, confermando l’esistenza di un divario strutturale tra Nord e Sud. L’Abruzzo, ad esempio, scende dal 20,5% al 15,2%, con una riduzione del 25,8%, mentre il Molise passa da 25,8% a 18,1%, un calo del 29,8%. Questi numeri, sebbene positivi, indicano che il fenomeno rimane consistente e che le opportunità di inserimento nel mercato del lavoro sono ancora limitate rispetto al Centro-Nord.

La situazione è ancora più critica nelle regioni più meridionali. La Campania registra una riduzione del 25% circa, passando da un valore altissimo del 35,9% nel 2018 al 26,9% nel 2023. Anche se il miglioramento è evidente, il dato finale resta preoccupante: oltre un quarto dei giovani campani non lavora e non studia. In Puglia si osserva un calo simile, da 30,4% a 22,2%, pari a una diminuzione del 27%. La Basilicata, pur essendo una regione più piccola, mostra un risultato interessante: da 26% a 16,9%, con un calo del 35%, segno di una dinamica di recupero più rapida rispetto ad altre aree del Sud.

In Calabria e Sicilia, due regioni storicamente segnate da elevati tassi di disoccupazione giovanile, i miglioramenti sono tangibili ma ancora insufficienti. In Calabria la quota di NEET passa dal 36% al 27,2%, un calo di 8,8 punti, pari al 24,4%, mentre in Sicilia si registra una riduzione da 38,4% a 27,9%, corrispondente a una diminuzione del 27,3%. Pur essendo tra i risultati migliori in termini assoluti, le percentuali finali rimangono le più alte d’Italia, rivelando la persistenza di ostacoli strutturali legati alla debolezza del tessuto produttivo, alla carenza di infrastrutture e alla fuga dei giovani verso altre regioni o l’estero.

La Sardegna chiude questo quadro con una discesa da 27,6% a 19,6%, pari a un miglioramento del 28,9%, segnalando un trend positivo in linea con la media nazionale ma ancora lontano dai valori del Nord. Nel complesso, si nota una chiara correlazione geografica: le regioni settentrionali presentano nel 2023 valori tra l’8% e il 12%, quelle centrali tra l’11% e il 14%, mentre il Mezzogiorno resta ancora su livelli tra il 16% e il 28%.

Sul piano temporale, il 2020 rappresenta un momento di discontinuità per tutte le regioni, coincidente con la pandemia di COVID-19. Quell’anno segna un picco nei valori dei NEET, con aumenti diffusi rispetto al 2019. La chiusura delle scuole, la contrazione delle attività produttive e la sospensione di molti percorsi formativi hanno determinato un incremento generalizzato dell’inattività giovanile. Tuttavia, già dal 2021 si osserva un’inversione di tendenza, favorita dal rimbalzo economico, dal ritorno alla normalità e dall’attivazione di programmi di sostegno all’occupazione giovanile, come il potenziamento di Garanzia Giovani, i tirocini formativi, gli incentivi all’assunzione e i fondi legati al PNRR destinati alla formazione tecnica e digitale.

L’analisi delle variazioni percentuali mostra come le regioni del Centro-Nord abbiano beneficiato maggiormente della ripresa, con riduzioni superiori al 30% quasi ovunque, mentre il Sud, pur migliorando, procede a ritmi più lenti. Questo divario riflette le differenze strutturali dei mercati del lavoro regionali, la distribuzione delle opportunità formative e la qualità dei servizi pubblici per l’impiego. Le regioni del Nord hanno un sistema più capillare di orientamento e intermediazione, un’industria diversificata e una rete di PMI capace di assorbire i giovani lavoratori. Al contrario, nel Sud persistono difficoltà croniche: alta disoccupazione, lavoro informale, bassa presenza di imprese innovative e un sistema formativo meno integrato con il mondo produttivo.

Nonostante tali criticità, il dato complessivo nazionale suggerisce che il fenomeno dei NEET in Italia si sta gradualmente riducendo, con una discesa media significativa nel periodo considerato. Questa tendenza può essere letta come un segnale di rafforzamento della partecipazione giovanile, ma anche come esito delle politiche europee e nazionali che negli ultimi anni hanno posto l’accento sulla transizione scuola-lavoro, sull’apprendimento permanente e sull’inclusione attiva. Tuttavia, il livello assoluto dei NEET italiani rimane superiore alla media europea, segno che il problema non è ancora risolto.

In prospettiva, la sfida principale resta quella di consolidare i progressi e ridurre i divari territoriali. Ciò richiede politiche strutturali e non episodiche, capaci di garantire continuità tra formazione e occupazione, di promuovere la mobilità territoriale e di sostenere la creazione di posti di lavoro qualificati nelle aree più svantaggiate. Il capitale umano giovanile rappresenta una risorsa strategica per la crescita del Paese: ridurre ulteriormente la quota di NEET significa non solo migliorare le opportunità individuali, ma anche rafforzare la coesione sociale e la competitività economica dell’Italia.

In conclusione, il periodo 2018-2023 mostra un’evoluzione positiva, con un netto calo dei giovani che non studiano e non lavorano in quasi tutte le regioni italiane. Tuttavia, il dualismo Nord-Sud resta evidente e strutturale. L’Italia si trova dunque davanti a un bivio: proseguire su questa traiettoria di miglioramento, investendo in formazione, innovazione e occupazione giovanile, oppure rischiare che i progressi conseguiti si esauriscano di fronte a nuove crisi o all’inerzia delle politiche. I numeri mostrano che un cambiamento è possibile, ma la sua sostenibilità dipenderà dalla capacità del sistema Paese di trasformare la ripresa in una reale opportunità di emancipazione per le nuove generazioni.


Fonte: ISTAT

Link: www.istat.it






 

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