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Al Sud oltre un quarto degli occupati resta precario da anni, il Nord regge ma non migliora

 

  • In Italia cresce la precarietà: molti lavoratori restano a termine per oltre cinque anni.
  • Il Sud concentra i livelli più alti, mentre Friuli e Lazio mostrano segnali di miglioramento.
  • Tra 2018 e 2023 la stabilità resta lontana: la flessibilità diventa condizione permanente.

 

 

L’analisi dei dati relativi agli occupati in lavori a termine da almeno cinque anni nel periodo 2018-2023 offre una prospettiva profonda sulla struttura e la rigidità del mercato del lavoro italiano. Questo indicatore misura la quota di lavoratori che, pur avendo un’occupazione, restano intrappolati per lunghi periodi in forme contrattuali temporanee o precarie, senza riuscire a ottenere una stabilizzazione. Si tratta di una delle espressioni più evidenti della cosiddetta precarietà strutturale, un fenomeno che in Italia assume una dimensione particolare per via della frammentazione del mercato del lavoro e delle forti disparità territoriali. I dati mostrano un quadro complesso, nel quale alcune regioni hanno registrato un leggero aumento di questi lavoratori, altre un calo, ma con una costante di fondo: il numero di persone che restano per anni in lavori a termine resta alto, specialmente nel Mezzogiorno, e la situazione, pur migliorata in certi territori, rimane un indicatore critico di vulnerabilità sociale ed economica.

Nel complesso, tra il 2018 e il 2023 il fenomeno si è mantenuto stabile o in lieve crescita a livello nazionale, con alcune oscillazioni legate agli effetti della pandemia e delle successive politiche di ripresa. Le variazioni regionali sono però molto marcate e delineano ancora una volta un Paese diviso tra Nord e Sud. Nelle regioni settentrionali, dove il mercato del lavoro è più dinamico e le opportunità di stabilizzazione sono maggiori, la quota di lavoratori a termine da oltre cinque anni tende a essere più bassa, mentre nel Mezzogiorno resta molto elevata, in alcuni casi superiore al 25% o addirittura al 30%.

Nel Nord-Ovest il Piemonte passa dall’11% del 2018 al 12,4% del 2023, con un aumento di 1,4 punti percentuali (+12,7%). La regione si colloca su valori moderati, in linea con la media nazionale, ma mostra un segnale di crescita che indica una certa difficoltà a trasformare i contratti temporanei in occupazione stabile, forse anche a causa dell’aumento di forme contrattuali flessibili. In Lombardia, l’altra grande economia del Nord, il dato cresce leggermente, da 10% a 10,7%, con una variazione del 7%, segno di una sostanziale stabilità ma anche della persistenza di un nucleo di lavoratori “bloccati” nella precarietà di lungo periodo. La Liguria, al contrario, registra un miglioramento, passando da 16,5% a 15,5% (-6%), riducendo il peso della precarietà cronica, mentre la Valle d’Aosta segna una forte oscillazione: dopo un calo nel periodo pandemico (fino al 13,6% nel 2021), risale al 21,5% nel 2023, raggiungendo il livello più alto del Nord Italia.

Nel Nord-Est i risultati sono eterogenei. Il Trentino-Alto Adige si mantiene su valori medio-alti, intorno al 18%, ma con una crescita contenuta (+3,4%). Il Veneto, pur partendo da livelli relativamente bassi (12,3%), cresce fino al 13,1%, segnalando un lieve peggioramento (+6,5%), mentre il Friuli-Venezia Giulia registra una flessione significativa, passando da 16,4% a 14% (-14,6%), una delle riduzioni più consistenti del Nord. L’Emilia-Romagna mostra invece una tendenza opposta: dal 15,1% del 2018 sale al 17,8% nel 2023, con un incremento del 17,8%, uno dei più elevati dell’area. Questa crescita può essere interpretata come effetto di un aumento dell’occupazione complessiva, che ha coinvolto anche lavoratori a termine rimasti nel tempo con contratti non stabili, soprattutto nei settori dei servizi e del turismo.

Il Centro Italia presenta un quadro intermedio. In Toscana il dato resta pressoché stabile, passando da 17,2% a 17,6% (+2,3%), mentre nelle Marche si registra un lieve miglioramento (-7%), con una diminuzione da 14,1% a 13,1%. L’Umbria, invece, mostra un netto peggioramento: dal 13,7% del 2018 al 17,2% del 2023 (+25,5%), una crescita che la colloca tra le regioni centrali con il più alto tasso di lavoratori bloccati in contratti temporanei. Nel Lazio il valore scende da 21,3% a 18,7% (-12,2%), un miglioramento significativo che indica una dinamica positiva di stabilizzazione, probabilmente favorita dal peso del settore pubblico e dalle misure di regolarizzazione post-pandemia.

Il Mezzogiorno, come prevedibile, mostra i valori più elevati e la maggiore variabilità. L’Abruzzo scende da 19,8% a 17,3% (-12,6%), ma resta sopra la media nazionale. Il Molise, invece, dopo un picco anomalo nel 2019 (22,7%) e nel 2020 (27,5%), torna al 14,3%, registrando una riduzione complessiva del 10%, segno di un miglioramento netto. La Campania si mantiene stabile, con un leggero aumento da 22% a 22,6%, mentre la Puglia, già tra le regioni con i tassi più alti, passa da 24,8% a 25,5%, con un incremento del 2,8%. La Basilicata mostra una crescita notevole, da 21,4% a 25,7% (+20%), segno che, nonostante la piccola dimensione del mercato del lavoro, la precarietà resta fortemente radicata. In Calabria, la percentuale rimane pressoché invariata, intorno al 25%, con un leggero calo (-3,7%), mentre in Sicilia, dopo un picco del 35,2% nel 2018, si registra un miglioramento importante fino al 27,9% nel 2023 (-20,7%). La Sardegna, infine, mostra un andamento sorprendente: da 10,6% a 16,6%, con un aumento del 56,6%, il più alto del Paese, che indica un’espansione significativa della precarietà cronica.

L’analisi territoriale conferma dunque una tendenza strutturale del mercato del lavoro italiano: la precarietà è più diffusa e persistente nel Sud e nelle isole, mentre il Nord, pur con alcuni segnali di peggioramento, mantiene livelli più contenuti. Tuttavia, è importante notare che anche nelle regioni economicamente più forti si osserva una certa difficoltà a ridurre la quota di lavoratori a termine di lungo periodo, a testimonianza di una trasformazione profonda della natura del lavoro. Il contratto a termine, nato come strumento di flessibilità, è diventato per molti una condizione permanente, anche in contesti ad alta occupazione.

Il periodo considerato comprende la fase più acuta della pandemia, che ha avuto un impatto ambivalente. Da un lato, molti contratti temporanei non sono stati rinnovati, riducendo temporaneamente il numero di lavoratori a termine; dall’altro, la crisi ha accentuato l’incertezza, rendendo più difficile la transizione verso forme di lavoro stabile. A partire dal 2021, con la ripresa economica e il rimbalzo dell’occupazione, si osserva un nuovo aumento dei contratti a termine, ma anche la permanenza di un nucleo consistente di lavoratori in situazione precaria da lungo tempo.

Un aspetto interessante dei dati è la scarsa correlazione tra crescita economica e riduzione della precarietà. In molte regioni, l’aumento del PIL e dell’occupazione complessiva non si è tradotto in una diminuzione della quota di lavoratori temporanei di lunga durata. Questo suggerisce che la precarietà non è più un effetto ciclico delle crisi, ma una componente strutturale del mercato del lavoro. La diffusione dei contratti a termine, dei part-time involontari e delle collaborazioni autonome mascherate contribuisce a mantenere una parte significativa della popolazione lavorativa in una condizione di instabilità.

L’analisi delle variazioni mostra alcune dinamiche di interesse. Le regioni che hanno ridotto maggiormente la quota di lavoratori a termine di lungo periodo sono la Sicilia (-20,7%), il Friuli-Venezia Giulia (-14,6%) e il Lazio (-12,2%), mentre quelle che hanno registrato i maggiori aumenti sono la Sardegna (+56,6%), l’Umbria (+25,5%) e la Basilicata (+20%). Questo conferma che non esiste un andamento uniforme e che i risultati dipendono in larga misura dalle politiche regionali, dal tipo di economia locale e dalla presenza o meno di settori stagionali come il turismo o l’agricoltura.

Dal punto di vista socioeconomico, la persistenza di lavoratori a termine da oltre cinque anni ha implicazioni rilevanti. Essa riduce la sicurezza economica delle famiglie, limita la capacità di pianificazione personale e incide negativamente sui consumi e sulla natalità. Inoltre, i lavoratori precari di lungo periodo tendono ad avere minori possibilità di formazione, avanzamento professionale e tutela sindacale. In questo senso, la precarietà di lunga durata diventa un fattore di esclusione sociale, che perpetua le disuguaglianze territoriali e generazionali.

La stabilizzazione dei lavoratori a termine richiede interventi strutturali e coordinati. Le politiche del lavoro degli ultimi anni hanno cercato di favorire la transizione verso contratti stabili, ma spesso con risultati parziali. Gli incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato e la riduzione del costo del lavoro hanno avuto effetti positivi, ma non sufficienti a ridurre in modo permanente la precarietà cronica. L’economia digitale, la frammentazione produttiva e la crescente esternalizzazione dei servizi continuano a generare nuove forme di lavoro temporaneo e discontinuità occupazionale.

Nel 2023, nonostante alcuni progressi, la percentuale di occupati a termine da oltre cinque anni rimane alta in molte regioni italiane, segno che la precarietà resta una componente strutturale del sistema economico. La sfida per i prossimi anni sarà quella di trasformare la flessibilità in sicurezza, promuovendo modelli di occupazione che garantiscano stabilità, tutele e prospettive di crescita. I dati analizzati dimostrano che, senza un intervento mirato, il rischio è quello di un mercato del lavoro diviso in due: un Nord dinamico ma ancora segnato da nicchie di precarietà e un Sud in cui la flessibilità è diventata la norma più che l’eccezione.

 

Fonte: ISTAT

Link: www.istat.it








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