Il divario Nord-Sud si riduce: il Mezzogiorno migliora più del Settentrione nella deprivazione abitativa
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Il Sud migliora nettamente, riducendo la
deprivazione abitativa e avvicinandosi ai livelli del Nord.
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Le regioni del Nord mostrano nuova vulnerabilità
abitativa dopo pandemia e aumento dei costi energetici.
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L’Italia nel complesso è meno diseguale, ma
resta fragile davanti a crisi economiche e sociali future.
La serie storica sulla grave deprivazione
abitativa per regione tra il 2004 e il 2022 restituisce l’immagine di un’Italia
attraversata da onde lunghe di crisi e ripresa, con una geografia sociale che
nel tempo si rimescola e attenua i divari tradizionali ma senza cancellarli del
tutto. L’andamento complessivo suggerisce tre fasi principali: una prima fase
relativamente stabile fino alla vigilia della grande recessione, una seconda
fase di accentuazione dei disagi tra 2010 e 2014, e una terza fase di riduzione
graduale fino al 2019, interrotta da una nuova oscillazione legata a pandemia e
rincari energetici che in alcune aree si manifesta tra 2020 e 2022. Il caso del
Piemonte è emblematico: valori medi nella prima parte della serie, un picco al
2010 (9,5) presumibilmente associato alla stretta creditizia e all’impatto
della crisi sui redditi, una discesa fino al minimo del 2018 (3,3), quindi un
forte rimbalzo nel biennio pandemico e post-pandemico con 8,7 nel 2020, 9,8 nel
2021 e 10,8 nel 2022; il saldo di lungo periodo è un aumento del 50 per cento,
tra i più marcati del Nord, a conferma che la congiuntura più recente ha inciso
in modo selettivo su alcune economie regionali con base manifatturiera e grandi
aree urbane dove l’accesso a casa e servizi essenziali rimane fragile per una
quota non trascurabile di famiglie. La Liguria mostra una traiettoria a dente
di sega, con un minimo nel 2010 (2,7), una salita fino a 9,2 nel 2016, poi una
riduzione fino al 3,1 nel 2018 e un nuovo aumento nell’ultimo triennio che la
riporta al 3,9 nel 2022: il calo complessivo è del 27,8 per cento sul 2004, ma
la volatilità dice che la struttura demografica anziana e il mercato
immobiliare tendenzialmente rigido possono esporre una parte della popolazione
a rapidi peggioramenti quando i prezzi o i servizi abitativi mutano. La
Lombardia conferma una resilienza relativa: oscillazioni intorno a livelli
medio-alti nella fase 2010-2015, poi una riduzione significativa dal 2016 al
2019, e solo un lieve peggioramento nel 2020 con rientro già nel 2021-2022
verso il 4,3; il saldo ventennale, pari a un modesto -12,2 per cento, nasconde
però l’importante trasformazione del mercato del lavoro e l’effetto calmierante
delle reti di welfare locale. Sul versante nord-orientale spicca il forte miglioramento
del Trentino-Alto Adige, che partiva da livelli elevati (9 nel 2004) e scende
fino a 4 nel 2022, con un calo del 55,6 per cento; all’interno della regione
autonoma le due province hanno profili diversi e la discontinuità dei dati
recenti complica il confronto, ma il quadro suggerisce che i dispositivi di
protezione sociale e un’economia ad alto tasso di occupazione hanno
progressivamente ridotto le situazioni di privazione grave, sebbene l’ultimo
biennio mostri qualche rimbalzo. Il Veneto mostra una discesa quasi
strutturale: da 6,2 nel 2004 a 3,1 nel 2022 con halving esatto del valore
iniziale, dopo un periodo centrale più difficile tra 2010 e 2015; qui la
ripresa industriale e l’ampia diffusione di reti familiari e mutualistiche
hanno verosimilmente tenuto insieme il sistema, pur con segni di vulnerabilità
nei territori a forte presenza di lavoro migrante o a bassa qualità
occupazionale. Il Friuli-Venezia Giulia è tra i casi più virtuosi: partendo da
4,6 scende fino a 1,8 nel 2017, ritocca 2,3 nel 2021 e risale a 3,9 nel 2022,
restando comunque sotto la media nazionale storica; il lieve peggioramento
finale può essere letto come effetto del caro-energia e della ripartenza dei
canoni, ma il livello rimane relativamente basso. L’Emilia-Romagna offre un
percorso coerente con l’immagine di regione dinamica e inclusiva: picchi tra
2010 e 2015 oltre l’8 per cento, poi riduzione fino a 3 nel 2021-2022, con un
calo complessivo di quasi il 40 per cento; il sistema produttivo diversificato
e una forte governance locale spiegano la tenuta degli indicatori sociali
nell’ultimo quinquennio. La Toscana scende del 40 per cento sul lungo periodo,
passando da 4,5 a 2,7, dopo un massimo oltre l’8 nel 2011-2012 e un rimbalzo
moderato nel 2020; il profilo qui segnala che la fase acuta della crisi
finanziaria aveva inciso più della pandemia sul disagio abitativo, forse per la
diversa struttura settoriale e per strumenti di sostegno più prontamente
attivati nel 2020-2021. Umbria e Marche mostrano storie più complesse: l’Umbria
cresce fino al 2016 toccando 13, poi scende in modo significativo ma resta
sopra il 5 nel 2022; le Marche raggiungono un picco addirittura di 15,7 nel
2014, con riduzione a metà degli anni Venti ma ancora un valore di 5,5 nel
2022; in entrambi i casi la lunga coda delle crisi manifatturiere locali, gli
effetti del sisma e il decentramento demografico possono aver aggravato le
vulnerabilità abitative, e il miglioramento successivo suggerisce politiche
territoriali e ricostruzione come driver di rientro. Nel Lazio il grafico è
nervoso, con livelli elevati fino al 2011, una riduzione tra 2012 e 2016,
quindi l’altalena dell’ultimo quinquennio; nonostante ciò, il 2022 si
stabilizza sul 5,4 e il saldo sul 2004 è un calo del 40,7 per cento: nella
regione capitale, l’andamento rimanda all’oscillazione dei canoni, alla
segmentazione estrema del mercato degli alloggi e alla forte incidenza di
famiglie monoreddito e migranti. Abruzzo e Molise escono come aree di maggiore
instabilità. L’Abruzzo è tra i pochi casi in cui la variazione ventennale è
contenuta (-6,1 per cento): i valori oscillano moltissimo, con un picco
drammatico nel 2015 (17,9) e livelli ancora doppi rispetto al Nord nel
2020-2021; qui la sovrapposizione tra crisi economiche e shock sismici ha
prodotto cicatrici profonde e persistenti, mentre il 2022 scende a 6,2 ma resta
su livelli di attenzione. Il Molise alterna anni molto critici a improvvise
discese e ha un dato mancante nel 2022; storicamente appare un territorio con
base economica fragile e flussi demografici in calo, fattori che amplificano
ogni perturbazione sul mercato dell’abitare. Se ci spostiamo al Mezzogiorno più
popoloso emergono segnali di convergenza importanti. La Campania, che partiva
da valori altissimi (oltre il 15 nel 2004 e 17,9 nel 2012), ha ridotto in modo
consistente fino a 6,5 nel 2022, con un miglioramento del 57 per cento: pur
restando elevata la pressione su Napoli e sul litorale, la curva indica che
strumenti di sostegno all’affitto, reti familiari e una ripresa del turismo urbano
possono aver agito da cuscinetto. La Puglia segue una traiettoria discendente
complessiva, ma con riacutizzazione nel 2022 a 7,6 dopo il minimo 2021 (5,2);
il saldo ventennale è un -29,6 per cento, meno brillante della Campania, e
parla di un dualismo tra aree dinamiche e periferie interne dove l’accesso a
servizi di base e abitazioni di qualità rimane problematico. La Basilicata
migliora di oltre il 58 per cento, passando da 12,9 a 5,4, dopo un percorso
altalenante e con una lacuna nel 2020; l’esiguità demografica rende il dato
sensibile a shock circoscritti, ma la tendenza è chiara. La Calabria è la
sorpresa più netta: da 14,4 nel 2004 a 2,8 nel 2022, cioè un crollo dell’80,6
per cento, con un percorso di caduta quasi continuo dal 2015 in poi; sebbene il
valore rimanga da interpretare alla luce di qualità dei servizi e
sottodichiarazioni possibili, la dinamica suggerisce un’attenuazione della
deprivazione grave, forse favorita da rimesse, reti di sostegno informale e una
riduzione del costo relativo dell’abitare in aree a bassa domanda. La Sicilia
mostra una discesa robusta del 63,3 per cento dal 2004 al 2022, scendendo a 5,5
dopo aver toccato minimi intorno al 5 nel 2019-2020 e una lieve risalita
nell’ultimo biennio; il quadro è coerente con altre statistiche sociali che
indicano miglioramenti relativi pur in un contesto ancora fragile. Infine la
Sardegna alterna fasi di forte riduzione e improvvise risalite legate anche al
ciclo turistico; il saldo è un -28,4 per cento con un 2022 a 7,3, superiore al
triennio precedente e indice di tensioni sopraggiunte su canoni e costo della
vita. Dal confronto territoriale emergono alcune letture trasversali. La prima
è che la grande crisi 2008-2013 ha inciso in modo più marcato nel Centro e in
alcune regioni del Sud, dove i picchi di deprivazione abitativa compaiono
spesso proprio nel 2012-2015; dopo quella fase, quasi ovunque si osserva un
miglioramento fino al 2018-2019. La seconda è che il biennio pandemico non ha
avuto effetti uniformi: in regioni settentrionali come Piemonte e, in misura
minore, Liguria e Veneto, si vedono rimbalzi significativi, probabilmente
perché l’impatto su lavori precari urbani, partite IVA e famiglie a reddito
medio-basso si è tradotto in difficoltà a sostenere i costi della casa e delle utenze;
altrove, come in Campania, Sicilia e Calabria, la curva continua a scendere o
resta bassa, a indicare che il blocco sfratti, i bonus e la caduta temporanea
della mobilità hanno reso meno aspro il disagio. La terza è che il 2022 segna
in molte regioni un rialzo o un arresto dei progressi, verosimilmente correlato
all’inflazione energetica e alimentare: risalgono Piemonte, Puglia e Sardegna,
mentre regioni trainanti come Emilia-Romagna e Toscana tengono. Guardando ai
saldi percentuali, colpiscono i forti miglioramenti del Mezzogiorno, con
quattro regioni oltre il meno cinquanta per cento, mentre nel Nord-Ovest il
progresso è più disomogeneo e in Piemonte addirittura si osserva un
peggioramento. Ciò segnala una convergenza relativa tra macro-aree, dovuta non
tanto a un balzo del Sud su livelli nordici, quanto a un riassestamento del
Nord su valori più alti rispetto al passato per una quota di famiglie esposte
all’aumento dei prezzi e alla precarietà abitativa. A livello interpretativo,
la grave deprivazione abitativa è un indicatore composito che riflette non solo
la disponibilità di un alloggio adeguato, ma anche la possibilità di
riscaldarlo, mantenerlo, affrontare spese impreviste e accedere a servizi di
base; per questo segue da vicino le curve di reddito disponibile, qualità
dell’occupazione, prezzi dell’energia e degli affitti. Le regioni che negli
anni hanno investito in edilizia sociale, sostegno all’affitto,
riqualificazione energetica degli edifici e reti di protezione locale mostrano
mediamente traiettorie più stabili e discendenti, anche quando partivano da
valori elevati; viceversa, dove le politiche sono frammentate o la base
economica è fragile, l’indicatore rimane volatile. Sul piano delle politiche, i
numeri suggeriscono tre priorità: consolidare i progressi nel Mezzogiorno
evitando che l’inflazione eroda i risultati raggiunti; intervenire nelle
regioni che mostrano rimbalzi recenti, in particolare le aree metropolitane del
Nord-Ovest, con misure su affitti, morosità incolpevole e comunità energetiche
per ridurre il peso delle utenze; rafforzare gli strumenti di monitoraggio per
colmare lacune informative in regioni piccole o autonome, così da seguire con
precisione gli effetti delle misure. Nel complesso, la lettura comparata del
2004-2022 racconta un’Italia meno polarizzata di quanto si immaginasse
all’inizio della serie, ma ancora vulnerabile a shock esterni: la crisi
finanziaria ha inciso più in profondità su alcune aree interne del Centro, la
pandemia e il caro-energia hanno rivelato la fragilità di quote di ceto medio
urbano nel Nord, mentre il Sud, pur rimanendo con livelli spesso superiori, ha
conosciuto miglioramenti sensibilmente più rapidi. La sfida che emerge dai dati
non è solo ridurre il valore medio, ma attenuare la volatilità: una società
resiliente è quella in cui un rincaro energetico o una contrazione della
domanda turistica non si trasformano in rimbalzi drastici della deprivazione, e
in cui il diritto all’abitare è sostenuto da politiche anticicliche capaci di
prevenire, prima ancora che curare, le forme più gravi di disagio.
Fonte: ISTAT
Link: www.istat.it
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