Lavoro precario in calo: in Sicilia e Basilicata raddoppiano le trasformazioni in contratti a tempo indeterminato
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Tra il 2014 e il 2020 crescono le trasformazioni
in lavori stabili in quasi tutte le regioni.
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Veneto, Lombardia e Toscana guidano la
stabilizzazione; il Sud migliora ma resta lontano dagli standard del Nord.
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Jobs Act e incentivi fiscali favoriscono la
crescita dei contratti stabili, nonostante la crisi pandemica.
L’analisi dei
dati sulle trasformazioni da lavori instabili a lavori stabili nel periodo
2014-2020 offre un quadro interessante della struttura e dell’evoluzione del
mercato del lavoro italiano, mettendo in evidenza la capacità del sistema
occupazionale di assorbire e stabilizzare la forza lavoro precaria. Il dato
analizzato indica la percentuale di contratti temporanei o atipici che si sono
trasformati in contratti a tempo indeterminato, un indicatore chiave per
valutare la solidità del mercato del lavoro e l’efficacia delle politiche volte
a incentivare l’occupazione stabile. L’arco temporale considerato comprende
anni di grande trasformazione normativa e sociale, che vanno dall’introduzione
del Jobs Act nel 2015 fino all’impatto della pandemia nel 2020. Il periodo in
questione, dunque, permette di osservare sia l’effetto delle riforme del lavoro
sia la resilienza del sistema di fronte a uno shock senza precedenti come
quello del Covid-19. Nel complesso, i dati mostrano un andamento molto
variegato tra le regioni italiane, ma con una tendenza generale di
miglioramento: in quasi tutto il Paese, la quota di lavoratori passati da forme
contrattuali instabili a contratti stabili è aumentata, anche se con ritmi
diversi e con alcuni casi di stallo o regressione.
La situazione
nel Nord Italia è in generale più positiva, sia in termini di valori assoluti
sia di variazione percentuale. Il Piemonte, ad esempio, passa dal 23,3% del
2014 al 26,3% del 2020, con un incremento di 3 punti e una variazione del
12,9%. Si tratta di un risultato moderato ma significativo, che riflette un
mercato del lavoro dinamico e una buona capacità delle imprese di trasformare i
contratti temporanei in posizioni stabili. Ancora più evidente è il progresso
della Lombardia, che registra un aumento impressionante di 9 punti percentuali,
passando dal 19,6% al 28,6%, con una crescita del 45,9%. Questo risultato è in
linea con la struttura economica della regione, caratterizzata da un tessuto
imprenditoriale forte, innovativo e capace di assorbire la forza lavoro. In
Veneto l’incremento è ancora più marcato: dal 19,1% del 2014 al 31,1% del 2020,
con una crescita del 62,8%, una delle più alte d’Italia. Anche l’Emilia-Romagna
e la Toscana mostrano dinamiche analoghe, passando rispettivamente da 17,4% a
25,6% (+47,1%) e da 17,9% a 26,4% (+47,5%), confermando la capacità delle
regioni del Centro-Nord di offrire percorsi di stabilizzazione più frequenti.
Il Trentino-Alto Adige e il Friuli-Venezia Giulia registrano andamenti più
contenuti: nel primo caso la quota cresce da 17,4% a 23,7% (+36,2%), nel
secondo scende leggermente (-5,2%), passando da 20,8% a 19,7%. Si tratta di
un’eccezione che riflette forse la specificità del tessuto produttivo
regionale, caratterizzato da un’elevata presenza di settori stagionali e
contratti a termine.
Nel Centro
Italia la situazione appare anch’essa positiva, con risultati spesso superiori
alla media nazionale. L’Umbria passa dal 16,8% del 2014 al 24% del 2020, con un
incremento del 42,8%, mentre le Marche registrano un balzo da 13,3% a 21,1%
(+58,6%). La Toscana, come già visto, mostra un andamento molto favorevole,
mentre il Lazio, pur partendo da valori più alti (18,7%), cresce più
lentamente, raggiungendo 21,1% (+12,8%). Questi dati confermano che il Centro,
pur risentendo della crisi economica e della pandemia, mantiene un buon livello
di stabilizzazione del lavoro precario, grazie soprattutto ai settori dei
servizi pubblici, del turismo e delle piccole e medie imprese.
Il quadro cambia
radicalmente nel Mezzogiorno, dove la precarietà lavorativa rimane una piaga
strutturale e le trasformazioni da contratti instabili a stabili si verificano
con minore frequenza. Tuttavia, anche in queste regioni si registrano
progressi, in alcuni casi molto marcati. In Abruzzo, ad esempio, il tasso di
trasformazione passa da 14,1% a 25,2%, con una crescita del 78,7%, la più alta
dell’intero Paese. Si tratta di un dato eccezionale, che segnala un processo di
recupero in atto, probabilmente sostenuto da incentivi regionali e nazionali.
Il Molise cresce anch’esso in modo rilevante, da 18,9% a 27% (+42,8%), mentre
la Basilicata registra un incremento ancora più forte: da 8,9% a 16,8%, quasi
raddoppiando (+88,7%). Questi numeri indicano che, pur partendo da livelli
bassi, alcune regioni del Sud stanno mostrando una tendenza positiva. In Puglia
e Campania i miglioramenti sono più modesti: la prima cresce da 12,3% a 12,8%
(+4%), la seconda da 14,1% a 15,2% (+7,8%). La Calabria, invece, è l’unica
regione del Mezzogiorno a peggiorare, passando da 10,2% a 9,2% (-9,8%),
confermando una situazione di fragilità e stagnazione strutturale. Sicilia e
Sardegna, invece, migliorano sensibilmente: la Sicilia cresce da 9,4% a 18,1%
(+92,5%), quasi raddoppiando, e la Sardegna passa da 12,3% a 17,1% (+39%).
Nel complesso,
il periodo 2014-2020 è caratterizzato da un incremento diffuso delle
trasformazioni contrattuali, soprattutto tra il 2018 e il 2020, quando in molte
regioni i valori raggiungono i massimi del decennio. Ciò può essere attribuito
a diversi fattori. In primo luogo, le riforme introdotte a metà del decennio,
in particolare il Jobs Act e gli incentivi fiscali per le assunzioni a tempo
indeterminato, hanno reso più conveniente per le imprese stabilizzare i
lavoratori temporanei. In secondo luogo, la crescita economica registrata tra
il 2015 e il 2018 ha contribuito ad ampliare la domanda di lavoro stabile.
Infine, l’aumento della consapevolezza sociale e politica sulla precarietà ha
spinto molte aziende a migliorare le condizioni contrattuali.
Tuttavia, il 2020
rappresenta un punto di svolta particolare. Nonostante la pandemia e la crisi
economica, i dati non mostrano un crollo, anzi in alcune regioni si registra un
ulteriore incremento. Ciò può sembrare controintuitivo, ma trova spiegazione
nelle misure straordinarie di sostegno adottate durante la crisi sanitaria,
come il blocco dei licenziamenti e gli incentivi alla stabilizzazione. Inoltre,
molti settori che hanno continuato a funzionare durante la pandemia, come
logistica, sanità e grande distribuzione, hanno avuto la necessità di garantire
continuità contrattuale ai lavoratori.
La lettura dei
dati suggerisce anche che le trasformazioni da lavori instabili a stabili non
dipendono solo dalla congiuntura economica, ma anche da fattori strutturali e
istituzionali. Le regioni del Nord, dotate di un mercato del lavoro più
flessibile e competitivo, riescono a trasformare la precarietà in stabilità con
maggiore facilità. Quelle del Sud, invece, scontano la debolezza del tessuto
produttivo e la prevalenza di settori a bassa produttività e forte
stagionalità. Ciò spiega perché, nonostante i progressi in alcune aree, la
distanza tra Nord e Sud resti ampia. Nel 2020, mentre in Veneto o Lombardia
oltre un quarto dei contratti temporanei diventa stabile, in Sicilia o Calabria
la quota resta inferiore al 20%.
Un altro
elemento importante è la diversa incidenza delle politiche del lavoro
regionali. Alcune regioni, come l’Emilia-Romagna e la Toscana, hanno adottato
misure specifiche per promuovere la stabilizzazione, favorendo accordi
territoriali e incentivi mirati per le imprese. Altre, soprattutto nel
Mezzogiorno, hanno invece avuto maggiori difficoltà a implementare strategie
efficaci, sia per carenza di risorse sia per problemi organizzativi.
L’andamento
positivo delle trasformazioni contrattuali, però, non deve nascondere le
criticità del mercato del lavoro italiano. In primo luogo, la quota di
lavoratori con contratti temporanei rimane elevata, e molti di essi continuano
a vivere in condizioni di incertezza. In secondo luogo, la qualità del lavoro
stabile non sempre è elevata: in molti casi si tratta di contratti a tempo
indeterminato ma con salari bassi o poche prospettive di crescita. Inoltre, la
stabilizzazione contrattuale non risolve il problema della bassa produttività e
della scarsità di competenze richieste dal nuovo mercato del lavoro.
In sintesi, tra
il 2014 e il 2020 l’Italia ha visto crescere in modo significativo la capacità
di trasformare i lavori precari in lavori stabili, un segnale positivo di
consolidamento del mercato del lavoro. Tuttavia, le differenze territoriali
restano forti e indicano che la stabilità lavorativa è ancora un privilegio più
che una regola, concentrato nelle aree più sviluppate del Paese. Le regioni del
Nord hanno consolidato una dinamica virtuosa di crescita e stabilizzazione,
mentre quelle del Sud, pur mostrando progressi, restano in ritardo. Il futuro
dipenderà dalla capacità di rendere strutturali queste trasformazioni, non solo
attraverso incentivi ma anche mediante investimenti in formazione, innovazione
e politiche industriali che favoriscano occupazione di qualità. Le
trasformazioni da lavori instabili a lavori stabili non rappresentano soltanto
un miglioramento statistico, ma un indicatore del grado di maturità e
inclusione di un sistema economico: la sfida per l’Italia resta quella di
estendere questa dinamica virtuosa a tutto il territorio nazionale, garantendo
ai lavoratori maggiore sicurezza, dignità e prospettive di crescita in un
mercato del lavoro ancora troppo diseguale.
Fonte: ISTAT
Link: www.istat.it
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