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Il Nord contiene il lavoro povero, mentre il Sud
resta intrappolato in fragilità strutturali persistenti.
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Le crisi economiche e la pandemia amplificano la
precarietà, soprattutto nei settori turistici e dei servizi.
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La riduzione dei bassi salari richiede
produttività, contrattazione forte e politiche territoriali mirate.
Il fenomeno dei
dipendenti con bassa paga in Italia tra il 2008 e il 2020 rappresenta un
indicatore significativo delle trasformazioni economiche, sociali e
occupazionali che hanno attraversato il Paese negli ultimi quindici anni. I
dati regionali evidenziano profonde differenze territoriali, una forte
disuguaglianza strutturale tra Nord e Sud, e la presenza di dinamiche
altalenanti influenzate dalla crisi economico-finanziaria del 2008, dalla
successiva ripresa e, infine, dall’impatto della pandemia di Covid-19.
Analizzare i numeri in modo comparato consente di comprendere come le diverse
regioni italiane abbiano reagito ai mutamenti del mercato del lavoro e alle
politiche di flessibilizzazione introdotte nel corso del periodo.
Il dato
nazionale mostra una generale riduzione o stabilità delle quote di lavoratori a
bassa retribuzione nel Nord, con un leggero miglioramento in alcune aree,
mentre nel Mezzogiorno la situazione rimane più complessa, caratterizzata da
tassi doppi rispetto alle regioni settentrionali e con progressi limitati. Il
Piemonte, ad esempio, registra nel 2008 una quota del 9,6%, che scende al 9,2%
nel 2020, con una variazione percentuale negativa del 4,1%. Il dato indica una
lieve riduzione del fenomeno, ma non sufficiente a segnalare un vero progresso
strutturale. La tendenza piemontese riflette la resilienza del tessuto
industriale e manifatturiero, ma anche l’impatto della crisi economica del
2009, che aveva temporaneamente incrementato le percentuali di lavoratori a
basso reddito.
In Valle
d’Aosta, la percentuale di dipendenti con bassa paga aumenta sensibilmente: dal
5,6% del 2008 al 7,7% del 2020, con una crescita del 37,5%. Si tratta di un
dato interessante poiché la regione, pur piccola e con un’economia
prevalentemente legata al turismo e ai servizi, mostra un peggioramento che può
essere attribuito alla stagionalità del lavoro e alla maggiore incidenza di
contratti temporanei o part-time, spesso concentrati nei mesi di alta stagione.
La Liguria segue
una traiettoria simile: dal 7,6% al 8,9%, con un aumento del 17,1%. Qui la
causa può essere rintracciata nella contrazione del settore industriale e nella
prevalenza dei servizi a basso valore aggiunto, come quelli legati alla
ristorazione e al turismo. In Lombardia, invece, il dato resta contenuto,
passando dal 6% al 6,9%, con una variazione del 15%. L’aumento, seppur
moderato, indica una certa polarizzazione del mercato del lavoro, dove accanto
a professioni ad alta qualificazione si amplia anche una fascia di occupazioni
meno remunerate, soprattutto nei servizi e nella logistica.
Il Trentino-Alto
Adige, con una crescita contenuta (da 6% a 6,3%), dimostra una struttura
occupazionale relativamente equilibrata e una maggiore capacità di mantenere
livelli salariali medi più elevati, grazie alla combinazione tra turismo di
qualità, agricoltura specializzata e industria di nicchia. Il Veneto, invece,
mostra una dinamica più preoccupante: dal 6% del 2008 all’8,2% del 2020, con un
incremento del 36,6%. Tale aumento può essere interpretato come il risultato
della crisi delle piccole e medie imprese, della diffusione del lavoro precario
e del rallentamento della produttività.
Il
Friuli-Venezia Giulia rappresenta un’eccezione nel Nord-Est: la percentuale di
lavoratori a bassa paga scende da 8% a 6,9%, registrando un calo del 13,7%.
Questo dato positivo riflette un tessuto economico più orientato verso settori
ad alto valore aggiunto, con una forte presenza di imprese manifatturiere
competitive e una minore incidenza del lavoro irregolare. In Emilia-Romagna si
osserva una sostanziale stabilità (da 7,8% a 8,3%), con una variazione del
6,4%, segno di un equilibrio tra le diverse componenti produttive e di un
mercato del lavoro solido, anche se non immune dalle trasformazioni strutturali
che hanno spinto verso una moderazione salariale.
La Toscana, pur
partendo da un livello relativamente alto (8,3%), arriva nel 2020 al 9,1%, con
una variazione positiva del 9,6%. Qui pesa la deindustrializzazione e la
crescita di occupazioni nei servizi turistici e culturali, settori che offrono
spesso salari inferiori alla media. In Umbria la quota cresce leggermente,
passando da 8,8% a 9,5%, ma con oscillazioni significative durante il periodo.
Questo andamento riflette la fragilità del tessuto economico umbro, in cui la
crisi ha colpito duramente l’artigianato e l’industria locale, spingendo molti
lavoratori verso impieghi a basso reddito o contratti atipici.
Le Marche
rappresentano un caso particolare: dal 9% iniziale si scende all’8,3% nel 2020,
ma con una forte volatilità, segno di un mercato del lavoro che ha subito
mutamenti strutturali. L’industria manifatturiera, in particolare quella
calzaturiera e del mobile, ha subito pesanti contraccolpi, generando una
ricollocazione in settori meno stabili e peggio retribuiti.
Nel Centro-Sud,
le tendenze assumono connotazioni più drammatiche. Il Lazio mostra una relativa
stabilità, passando da 10,6% a 10,8%. Tuttavia, il valore medio rimane elevato,
riflettendo la dualità del mercato romano, dove coesistono lavori ad alta
qualificazione e una massa di impieghi precari nei servizi e nella pubblica
amministrazione. L’Abruzzo presenta un andamento simile, con valori attorno al
10–12%, chiudendo il 2020 con il 10,8%.
Il Molise,
invece, evidenzia un calo significativo: dal 12% del 2008 al 9,4% del 2020,
pari a una riduzione del 21,6%. Questa diminuzione, apparentemente positiva,
potrebbe tuttavia essere dovuta più alla riduzione della base occupazionale che
a un reale miglioramento salariale, poiché molte persone hanno abbandonato il
mercato del lavoro o sono emigrate.
Nel Mezzogiorno,
i valori restano molto più elevati. La Campania passa dal 17,8% al 15,1%, con
una diminuzione del 15,1%. Pur segnando un miglioramento, la quota rimane una
delle più alte d’Italia. La riduzione può essere interpretata come il risultato
di alcune misure di contrasto al lavoro nero e di un leggero incremento
dell’occupazione formale, ma resta evidente il problema strutturale di bassi
salari e precarietà. In Puglia si registra un calo modesto (da 18,5% a 17,6%),
che tuttavia non cambia sostanzialmente il quadro di un’economia ancora
fortemente segmentata e caratterizzata da elevata disoccupazione giovanile e
contratti stagionali.
La Basilicata
mostra un calo da 15,5% a 14,2%, confermando un miglioramento relativo, ma
ancora lontano dai livelli del Nord. In Calabria la diminuzione è più
contenuta, da 20,7% a 19%, ma il dato assoluto rimane allarmante: quasi un
quinto dei lavoratori percepisce salari bassi. Questo riflette la debolezza
dell’economia locale, la diffusione del lavoro sommerso e la scarsità di
opportunità nel settore industriale.
In Sicilia la
situazione è sostanzialmente stabile: 15,5% nel 2008 e 16,1% nel 2020.
L’aumento del 3,8% segnala che le difficoltà strutturali dell’isola, tra bassi
investimenti, disoccupazione elevata e scarsa produttività, non hanno trovato
soluzioni durature. La Sardegna, infine, evidenzia il calo più marcato
dell’intero Paese: dal 13,8% al 10,7%, pari a una riduzione del 22,4%. Anche
qui, tuttavia, il miglioramento può dipendere da un ridimensionamento della
forza lavoro piuttosto che da un effettivo aumento dei salari.
Nel complesso, i
dati mostrano che tra il 2008 e il 2020 l’Italia ha sperimentato un lento e
diseguale processo di riequilibrio salariale, con un Nord che riesce in parte a
contenere la crescita del lavoro a bassa retribuzione, un Centro che mostra
oscillazioni e un Sud che rimane intrappolato in una condizione di cronica
fragilità. Le differenze territoriali non solo persistono, ma tendono in alcuni
casi ad ampliarsi, confermando la difficoltà del sistema economico italiano a
garantire uniformità nelle condizioni di lavoro.
Le cause di queste
dinamiche vanno ricercate in diversi fattori: la globalizzazione e la
competizione internazionale, che hanno spinto verso una compressione dei
salari; la diffusione del lavoro precario e part-time; la debolezza delle
politiche di sostegno al reddito; e le profonde disparità infrastrutturali tra
Nord e Sud. Inoltre, l’assenza di una politica industriale coerente e la
ridotta capacità innovativa di molti settori hanno impedito un reale salto di
qualità nella produttività del lavoro.
L’anno 2020,
segnato dalla pandemia, ha ulteriormente aggravato la situazione, in
particolare nei settori del turismo, della ristorazione e dei servizi, dove i
contratti a bassa paga sono più diffusi. Tuttavia, i dati non mostrano un
crollo drammatico, probabilmente grazie alle misure di sostegno temporanee
introdotte dal governo, come la cassa integrazione e i bonus emergenziali.
In sintesi,
l’evoluzione del numero di dipendenti con bassa paga tra il 2008 e il 2020
evidenzia come la questione salariale resti uno dei nodi centrali della
politica economica italiana. L’obiettivo di una crescita equa e sostenibile non
può prescindere da interventi mirati alla riduzione del lavoro povero,
all’incremento della produttività e al rafforzamento della contrattazione
collettiva. Il futuro del Paese dipenderà dalla capacità di trasformare la
crescita economica in benessere diffuso, riducendo le disuguaglianze
territoriali e restituendo dignità al lavoro come strumento di inclusione
sociale e di sviluppo.
Fonte: ISTAT
Link: www.istat.it
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