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Crescita economica e squilibri territoriali: le sfide della politica industriale italiana

 

L’analisi del Prodotto Interno Lordo ai prezzi di mercato per regione in Italia tra il 2022 e il 2023 permette di individuare alcuni trend economici significativi, evidenziando quali aree del Paese stanno crescendo e quali, invece, stanno affrontando un periodo di difficoltà. Le variazioni percentuali mostrano come il peso economico delle regioni italiane sia soggetto a cambiamenti, seppur contenuti, e suggeriscono la necessità di riflessioni di politica economica e industriale per garantire una crescita equilibrata e sostenibile su tutto il territorio nazionale.

Dal punto di vista macroeconomico, emerge innanzitutto il predominio della Lombardia, che con una quota di PIL pari al 22,912% nel 2023 si conferma come la locomotiva economica del Paese. Nonostante la sua crescita sia modesta (+0,030%), il suo ruolo centrale nell’economia italiana resta indiscusso, trainato da una forte industrializzazione, un settore terziario avanzato e una grande capacità di attrarre investimenti. Accanto alla Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna si confermano regioni ad alta produttività, sebbene l’Emilia-Romagna registri una contrazione (-0,104%), che potrebbe indicare un rallentamento dell’attività industriale o una minore competitività nei mercati globali. Il Piemonte, con un calo dello 0,069%, suggerisce una possibile perdita di slancio nel settore manifatturiero, storicamente un pilastro della sua economia.

Al Centro Italia, la crescita del Lazio (+0,189%) è il dato più significativo. Questa regione beneficia del ruolo economico di Roma, che concentra un’elevata presenza di istituzioni pubbliche, aziende del settore dei servizi, attività finanziarie e tecnologiche. La crescita della quota del PIL laziale potrebbe indicare una crescente centralizzazione delle attività economiche nel settore terziario avanzato, a discapito di altre regioni. Tuttavia, la Toscana e le Marche mostrano segni di rallentamento, rispettivamente con una riduzione del PIL dello 0,117% e dello 0,022%. La Toscana, tradizionalmente caratterizzata da un forte comparto industriale e turistico, potrebbe aver risentito di una minore domanda esterna di beni di lusso e di un rallentamento del turismo internazionale rispetto all’anno precedente.

Nel Sud Italia, i dati sono più stabili, con leggere variazioni positive e negative. La Sicilia cresce dello 0,044%, la Basilicata dello 0,023% e il Molise mantiene la sua quota invariata. Tuttavia, altre regioni meridionali mostrano piccoli segnali di arretramento, come la Calabria (-0,002%), la Campania (-0,015%) e la Puglia (-0,012%). La crescita della Sicilia è un segnale incoraggiante, potenzialmente legato al turismo e al settore agroalimentare, mentre la lieve contrazione di altre regioni potrebbe riflettere difficoltà strutturali e una minore capacità di attrarre investimenti. Il Sud rimane ancora distante dal Centro-Nord in termini di competitività e sviluppo economico, un problema che le politiche pubbliche dovrebbero affrontare con maggiore incisività.

Dai dati emerge chiaramente la necessità di politiche economiche differenziate per area geografica, che tengano conto delle specificità territoriali e dei settori trainanti di ciascuna regione. Per il Nord Italia, e in particolare per regioni come Piemonte ed Emilia-Romagna che mostrano segnali di rallentamento, è fondamentale incentivare la competitività dell’industria manifatturiera attraverso misure di innovazione tecnologica, digitalizzazione e transizione ecologica. Il sostegno alle imprese nella ricerca e sviluppo potrebbe favorire un aumento della produttività e della capacità di competere nei mercati internazionali.

Per il Centro Italia, e in particolare per Lazio e Toscana, occorre un bilanciamento tra la crescita del settore terziario e la protezione del settore manifatturiero e turistico. Se Roma si sta affermando sempre più come hub economico, è importante che la Toscana e altre regioni vicine non subiscano una perdita di competitività. Potrebbero essere utili incentivi per la valorizzazione delle produzioni locali e per l’attrazione di investimenti esteri nel settore tecnologico e creativo.

Per il Sud Italia, le sfide sono più complesse e riguardano la necessità di colmare il divario infrastrutturale, promuovere la crescita occupazionale e incentivare investimenti produttivi. La crescita della Sicilia è un dato positivo, ma resta il problema cronico della bassa produttività e della scarsa attrattività per le imprese. Un piano di investimenti pubblici mirato al miglioramento delle infrastrutture, alla formazione della forza lavoro e alla creazione di zone economiche speciali (ZES) potrebbe favorire lo sviluppo dell’industria e dei servizi ad alta specializzazione. Il turismo e l’agricoltura, settori chiave del Mezzogiorno, dovrebbero essere ulteriormente sostenuti con politiche di valorizzazione del territorio e dell’export.

Dal punto di vista della politica industriale, è necessario promuovere strategie di sviluppo basate su innovazione e sostenibilità, in linea con le trasformazioni dell’economia globale. Il rallentamento dell’Emilia-Romagna e del Piemonte suggerisce che alcuni settori industriali potrebbero essere meno competitivi rispetto agli anni precedenti. Una politica industriale efficace dovrebbe incentivare l’adozione di nuove tecnologie, l’automazione e la digitalizzazione della produzione, migliorando la competitività delle imprese italiane sui mercati globali.

La Lombardia, pur mantenendo il suo primato, deve affrontare la sfida della transizione ecologica, che richiede investimenti in energie rinnovabili, mobilità sostenibile e riduzione dell’impatto ambientale dell’industria. Incentivi fiscali e finanziamenti mirati potrebbero accelerare questo processo, rendendo la regione un modello di economia sostenibile.

Nel Centro Italia, il Lazio sta rafforzando il proprio peso economico grazie alla crescita del settore dei servizi, ma è fondamentale garantire che questa crescita non sia concentrata esclusivamente su Roma, evitando squilibri territoriali. Un piano di investimenti in smart cities, infrastrutture digitali e innovazione tecnologica potrebbe favorire una distribuzione più equa dello sviluppo economico nella regione.

Per il Sud, una politica industriale efficace dovrebbe puntare sulla creazione di distretti produttivi specializzati, sfruttando le risorse locali e le competenze settoriali. Le ZES potrebbero rappresentare un’importante leva di sviluppo, offrendo vantaggi fiscali e burocratici alle imprese che investono nelle aree più svantaggiate. Inoltre, è fondamentale migliorare il sistema logistico e dei trasporti, riducendo il gap infrastrutturale che penalizza il Mezzogiorno rispetto al resto del Paese.

L’analisi dei dati sul PIL per regione mostra una situazione complessa, con alcune regioni in crescita e altre in lieve contrazione. Mentre il Nord mantiene il suo primato economico, il Lazio emerge come area in espansione, mentre il Sud presenta segnali misti, con alcune regioni in crescita e altre in stagnazione. Le politiche economiche e industriali devono essere orientate a migliorare la competitività delle regioni in difficoltà, favorendo la transizione ecologica, l’innovazione e lo sviluppo infrastrutturale. Solo attraverso un’azione coordinata sarà possibile ridurre gli squilibri territoriali e garantire una crescita sostenibile per tutto il Paese.

Fonte: ISTAT

Link: www.istat.it

Metodo: Prezzi Concatenati dell’anno precedente  




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