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Dalla deospedalizzazione alla resilienza: come cambia la sanità nei paesi OCSE

 

Il numero di posti letto ospedalieri per 1.000 abitanti è uno degli indicatori fondamentali per valutare la capacità infrastrutturale dei sistemi sanitari nazionali. Tuttavia, va interpretato con cautela poiché riflette più la capacità di ricovero che l’efficienza, la qualità dell’assistenza o il livello tecnologico delle strutture. In un contesto sanitario in continua evoluzione, dove le cure ambulatoriali e domiciliari stanno assumendo sempre più importanza, il semplice dato numerico dei letti può celare dinamiche più complesse.

Analizzando i dati relativi a Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti tra il 2000 e il 2023, emergono differenze significative che riflettono scelte di politica sanitaria, modelli organizzativi e condizioni demografiche molto diverse. La Germania, ad esempio, partiva nel 2000 da un valore molto elevato di 9,12 letti per 1.000 abitanti. Negli anni successivi si è assistito a un lento ma costante calo che ha portato la disponibilità a 7,66 nel 2023. Si tratta comunque di un valore alto rispetto alla media europea. La Germania ha intrapreso un percorso di razionalizzazione del sistema ospedaliero, con la chiusura di strutture meno efficienti e il rafforzamento dei centri specializzati. Questo ha permesso di mantenere una capacità elevata, utile soprattutto in situazioni di emergenza come la pandemia da COVID-19, senza compromettere l’efficienza complessiva del sistema.

Il Giappone rappresenta un caso a sé. Con 14,69 letti per 1.000 abitanti nel 2000, il paese ha mantenuto negli anni la leadership assoluta in termini di capacità ospedaliera. Anche se il dato è sceso a 12,52 nel 2023, resta di gran lunga superiore a quello di qualsiasi altro paese OCSE. Questo fenomeno è spiegabile in parte con l’elevata età media della popolazione giapponese, che richiede più frequentemente ricoveri ospedalieri e cure a lungo termine. Inoltre, il sistema sanitario nipponico è fortemente orientato verso l’ospedalizzazione, con durate medie dei ricoveri molto superiori rispetto alla media occidentale. Questo approccio ha garantito una notevole disponibilità di letti, ma ha anche alimentato critiche legate all’efficienza e all’eccessiva medicalizzazione.

L’Italia, al contrario, ha visto una progressiva riduzione del numero di posti letto, passati da 4,71 nel 2000 a 3,04 nel 2023. Questo calo è stato il risultato di scelte politiche orientate al contenimento della spesa sanitaria e alla razionalizzazione dell’offerta. La regionalizzazione del sistema sanitario ha prodotto una forte variabilità territoriale, con regioni del Nord generalmente meglio dotate rispetto a quelle del Sud. La deospedalizzazione è stata accompagnata, almeno nelle intenzioni, dal potenziamento della medicina del territorio, ma in molti casi questa transizione non è stata sufficientemente supportata da risorse e strutture adeguate. Durante la pandemia, la riduzione dei posti letto ha mostrato i suoi limiti, con ospedali rapidamente saturi e carenze evidenti nella gestione delle emergenze.

Il Regno Unito ha seguito una traiettoria simile a quella italiana ma con un’intensità ancora maggiore. Nel 2000 contava 4,08 letti per 1.000 abitanti, valore sceso fino a 2,44 nel 2023. Il Servizio Sanitario Nazionale britannico ha puntato con decisione sulla cura ambulatoriale e domiciliare, riducendo in maniera drastica i ricoveri ospedalieri. Questo modello ha portato benefici in termini di contenimento dei costi e riduzione delle degenze inutili, ma ha anche esposto il sistema a criticità importanti nei momenti di picco della domanda sanitaria. I pronto soccorso, in particolare, hanno sofferto di congestione e mancanza di letti disponibili, una situazione peggiorata ulteriormente durante l’emergenza COVID-19.

Gli Stati Uniti presentano un quadro ancora diverso. Con 3,49 letti per 1.000 abitanti nel 2000 e 2,75 nel 2023, il sistema americano si colloca a metà tra i modelli europei più contenuti e quelli a più alta capacità. Nonostante gli Stati Uniti abbiano una spesa sanitaria pro capite tra le più alte al mondo, il numero di posti letto non è particolarmente elevato. Ciò è dovuto alla forte privatizzazione del sistema ospedaliero, alla presenza di strutture ad altissima specializzazione e all’elevata incidenza dei trattamenti ambulatoriali. La disponibilità di tecnologie avanzate e personale altamente qualificato non sempre si traduce in un accesso uniforme alle cure, a causa delle barriere economiche legate all’assicurazione sanitaria.

Dal confronto tra questi cinque paesi emerge un trend comune: una progressiva riduzione del numero di letti ospedalieri, sebbene con ritmi e strategie diverse. Questa tendenza è frutto di una trasformazione dei sistemi sanitari, sempre più orientati all’efficienza, alla sostenibilità economica e alla riduzione della degenza ospedaliera in favore di cure sul territorio. Tuttavia, l’esperienza della pandemia ha dimostrato quanto sia rischioso spingersi troppo in questa direzione senza adeguate compensazioni. I paesi con una maggiore capacità ospedaliera iniziale, come Germania e Giappone, hanno retto meglio all’impatto della crisi sanitaria, riuscendo a garantire una risposta più rapida e flessibile.

Due modelli si contrappongono: da un lato, quelli che mantengono una capacità ospedaliera elevata, investendo nella struttura e nella disponibilità di posti letto; dall’altro, quelli che privilegiano la medicina territoriale e la riduzione delle degenze. Entrambi gli approcci hanno punti di forza e di debolezza. La vera sfida consiste nel trovare un equilibrio tra flessibilità, capacità di risposta alle emergenze, sostenibilità finanziaria ed efficienza organizzativa.

In prospettiva futura, sarà fondamentale non solo monitorare il numero di posti letto, ma anche investire in infrastrutture flessibili, modelli assistenziali integrati e strumenti tecnologici in grado di migliorare la gestione dei pazienti e ottimizzare l’uso delle risorse. Inoltre, l’equità nell’accesso alle cure deve restare un obiettivo centrale, soprattutto nei paesi dove la sanità è influenzata da logiche di mercato. La pandemia ha rappresentato un punto di svolta nella consapevolezza collettiva dell’importanza della resilienza sanitaria. Ridurre i letti ospedalieri può essere una scelta sensata in tempi di normalità, ma ogni sistema sanitario deve essere pronto a riconvertire le proprie capacità in tempi di crisi.

In conclusione, il numero di posti letto ospedalieri è un indicatore che va sempre letto nel contesto di ciascun paese, tenendo conto della struttura demografica, delle politiche sanitarie, delle innovazioni tecnologiche e dell’organizzazione complessiva del sistema. I dati dimostrano che non esiste una formula valida per tutti, ma la direzione futura dovrebbe essere quella di una sanità più integrata, flessibile e capace di rispondere in modo tempestivo ai bisogni della popolazione, sia in tempi ordinari sia in situazioni straordinarie.

 

Fonte. OCSE

Link: https://data-explorer.oecd.org/vis?pg=0&bp=true&snb=6&df[ds]=dsDisseminateFinalDMZ&df[id]=DSD_HEALTH_REAC_HOSP%40DF_BEDS_FUNC&df[ag]=OECD.ELS.HD&df[vs]=1.0&dq=..10P3HB..._T._T..&pd=2000%2C2024&to[TIME_PERIOD]=false&vw=tb&lc=en

 

 

 


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