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Tra il 2004 e il 2021 la mortalità evitabile è
diminuita in quasi tutte le regioni italiane, con cali fino al 30%, ma con
forti differenze territoriali.
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Le regioni del Nord hanno raggiunto livelli
molto bassi e paragonabili agli standard europei, mentre il Sud continua a
registrare valori più alti, con la Campania come area più critica.
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La pandemia di Covid-19 ha temporaneamente
interrotto il trend positivo, facendo emergere fragilità strutturali e
accentuando le disuguaglianze regionali.
La mortalità
evitabile rappresenta un indicatore di primaria importanza per valutare lo
stato di salute di una popolazione e la capacità di un sistema sanitario di
prevenire e trattare in maniera tempestiva determinate patologie. Si tratta della
quota di decessi che avvengono entro i 74 anni e che potrebbero essere
scongiurati attraverso prevenzione, diagnosi precoce, cure appropriate o
miglioramenti negli stili di vita. Analizzare i dati relativi ai tassi
standardizzati di mortalità evitabile per 10.000 residenti nel periodo compreso
tra il 2004 e il 2021 consente di osservare sia l’andamento generale in Italia
sia le differenze territoriali che caratterizzano le varie regioni. La tabella
fornita mostra con chiarezza un trend decrescente nella maggior parte dei
territori, con differenze però molto significative tra Nord e Sud e con alcune
anomalie che meritano attenzione.
Considerando il quadro generale, è evidente che quasi tutte le
regioni italiane hanno registrato un calo progressivo della mortalità
evitabile. In numerosi casi la riduzione assoluta è compresa tra quattro e
sette punti ogni diecimila residenti, mentre in termini percentuali il
miglioramento varia tra il quindici e il trenta per cento. Si tratta di un
risultato importante, che testimonia i progressi compiuti nella sanità
pubblica, nella prevenzione, nella cura delle malattie croniche e nella
diffusione di campagne di sensibilizzazione su fattori di rischio come fumo,
alcol e alimentazione scorretta. Allo stesso tempo, però, questo calo non è
uniforme e persistono forti disuguaglianze territoriali che riflettono il
divario economico e sociale tra le regioni settentrionali e quelle meridionali.
Prendendo in esame il Nord Italia, emerge con chiarezza come le
regioni abbiano conseguito risultati significativi, raggiungendo livelli di
mortalità evitabile tra i più bassi del Paese. La Lombardia, ad esempio, passa
da un tasso di 24,1 nel 2004 a 17,2 nel 2021, con una riduzione di quasi sette
punti pari a circa il ventinove per cento. Analogamente, il Veneto scende da
22,4 a 16,2, il Trentino-Alto Adige da 22,5 a 15,1, l’Emilia-Romagna da 22,6 a
17,2. Toscana e Marche mostrano anch’esse un percorso virtuoso, con tassi che
si attestano intorno a 15-17 negli ultimi anni. Questa diminuzione non è
casuale, ma va collegata a un sistema sanitario generalmente più solido, a una
maggiore accessibilità ai servizi di prevenzione e cura e a condizioni
socioeconomiche più favorevoli. Anche l’efficacia delle campagne di
prevenzione, la diffusione di screening oncologici e la qualità delle
infrastrutture ospedaliere hanno contribuito a consolidare questi risultati.
Passando al Centro Italia, Umbria e Lazio evidenziano un calo più
moderato rispetto ad altre regioni del Nord. L’Umbria registra un tasso di 21,2
nel 2004 che scende a 17,5 nel 2021, con una riduzione percentuale di circa il
diciassette per cento. Il Lazio passa da 24,7 a 20,6 nello stesso arco di
tempo, con un calo del sedici per cento. Questi valori, pur in diminuzione,
rimangono relativamente alti rispetto alle regioni confinanti del Centro-Nord e
ciò indica che persistono problemi legati all’efficienza del sistema sanitario
regionale e alla capacità di implementare in maniera uniforme gli interventi di
prevenzione.
Nel Mezzogiorno la situazione appare più complessa. In Campania,
regione che presenta storicamente i valori più elevati, il tasso di mortalità
evitabile passa da 29,3 nel 2004 a 25 nel 2021. Il miglioramento c’è, ma rimane
insufficiente a colmare il gap con il resto del Paese. Campania resta infatti
fanalino di coda, con livelli che superano di diversi punti la media nazionale.
Sicilia e Calabria mostrano anch’esse dati elevati: la Sicilia scende da 25,1 a
22, mentre la Calabria da 24,2 a 20,6. La Puglia presenta un calo più marcato,
passando da 22,8 a 20,3, pur restando sopra i valori delle regioni
settentrionali. Basilicata e Sardegna fanno segnare miglioramenti importanti,
rispettivamente da 24,7 a 18,2 e da 24,7 a 19,6, che portano a un
ridimensionamento delle differenze con il Nord pur senza azzerarle del tutto.
Il caso del Molise appare particolare: nel 2004 il tasso era 22,8
e nel 2021 si attesta a 23,2, segnando un leggero peggioramento dell’1,75 per
cento. Si tratta dell’unica regione a mostrare una variazione positiva, cioè un
aumento, il che segnala una criticità rilevante. Questo dato potrebbe essere
influenzato dalle dimensioni ridotte della popolazione regionale, che rendono
più sensibili i tassi a variazioni anche piccole nel numero assoluto di
decessi, ma evidenzia comunque la necessità di rafforzare le politiche di
prevenzione e cura.
Un elemento da sottolineare è l’impatto degli anni 2020 e 2021, segnati
dalla pandemia di Covid-19. In molte regioni si osserva infatti una risalita
dei valori dopo anni di progressiva diminuzione. La Lombardia, ad esempio,
passa da 15,2 nel 2019 a 21,8 nel 2020, per poi ridiscendere a 17,2 nel 2021.
Analoghi incrementi si registrano in Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Veneto
e in diverse regioni del Centro-Sud. La pandemia ha dunque inciso in maniera
significativa, non solo per i decessi direttamente causati dal virus, ma anche
per il rallentamento o la sospensione di programmi di prevenzione e screening,
la difficoltà di accesso ai servizi sanitari ordinari e il peggioramento di
condizioni croniche non adeguatamente trattate. Questo spiega le oscillazioni
improvvise dopo un trend pluriennale di riduzione.
Se si guarda alle variazioni percentuali complessive tra il 2004
e il 2021, emerge un quadro di miglioramento diffuso ma disomogeneo. Il
Trentino-Alto Adige segna una riduzione del trentatré per cento, il Veneto
quasi il ventotto, la Lombardia oltre il ventotto, mentre la Basilicata
raggiunge un calo del ventisei. Al contrario, regioni come Puglia e Calabria
migliorano di appena l’undici e quindici per cento, mentre la Campania resta
ferma a un meno quattordici. Valle d’Aosta mostra una riduzione molto
consistente, pari al trentotto per cento, che rappresenta una delle performance
migliori. Questa eterogeneità dimostra che i progressi non sono stati uniformi
e che alcune aree restano indietro.
L’analisi di lungo periodo permette di trarre alcune
considerazioni generali. In primo luogo, la riduzione della mortalità evitabile
in Italia è un dato positivo e riflette i miglioramenti complessivi della
sanità pubblica, ma non bisogna sottovalutare i divari persistenti. Le regioni
settentrionali hanno ormai raggiunto livelli comparabili con quelli dei Paesi
europei più virtuosi, mentre il Mezzogiorno continua a mostrare criticità
strutturali. Il Sud soffre di un sistema sanitario meno efficiente, con risorse
ridotte, tempi di attesa più lunghi, minore diffusione degli screening e
peggiori condizioni socioeconomiche che influenzano l’adesione a programmi di
prevenzione e gli stili di vita.
In secondo luogo, il caso della pandemia evidenzia quanto i
progressi possano essere fragili. Un evento straordinario ha fatto rapidamente
peggiorare gli indicatori, mostrando come la capacità di risposta di un sistema
sanitario sia fondamentale non solo per fronteggiare emergenze acute, ma anche
per garantire la continuità delle cure ordinarie. Alcune regioni hanno
recuperato più rapidamente di altre, segnalando differenze anche nella
resilienza delle strutture sanitarie.
In terzo luogo, i dati confermano che la mortalità evitabile è un
indicatore che va letto in stretta connessione con le politiche di prevenzione.
Dove vi è maggiore diffusione di screening oncologici, campagne di
vaccinazione, promozione di corretti stili di vita e interventi per la
riduzione di fattori di rischio ambientali, si osservano cali più
significativi. Il miglioramento non dipende solo dalla disponibilità di
ospedali e medici, ma anche dalla capacità di educare e coinvolgere la
popolazione.
Infine, un aspetto che emerge chiaramente è la necessità di
ridurre le disuguaglianze territoriali. Non è accettabile che un cittadino
campano o siciliano abbia un rischio di mortalità evitabile così superiore a
quello di un lombardo o di un veneto. Colmare questo divario significa
garantire un diritto fondamentale alla salute sancito dalla Costituzione.
Occorrono investimenti mirati nel Sud, potenziamento delle infrastrutture
sanitarie, rafforzamento delle campagne di prevenzione e un utilizzo più
efficiente delle risorse disponibili.
In conclusione, i dati sulla mortalità evitabile dal 2004 al 2021
in Italia mostrano un percorso di miglioramento complessivo, ma con forti
differenze tra regioni. Il Nord ha raggiunto livelli bassi e in linea con gli
standard europei più avanzati, mentre il Sud resta indietro e continua a
registrare valori preoccupanti. La pandemia ha temporaneamente interrotto i
progressi, ricordando quanto sia fondamentale investire in un sistema sanitario
resiliente e capace di garantire continuità anche nelle emergenze. La sfida per
il futuro sarà ridurre i divari territoriali e consolidare i risultati
ottenuti, affinché la riduzione della mortalità evitabile diventi un traguardo
condiviso da tutto il Paese.
Fonte: ISTAT
Link: https://www.istat.it/scheda-qualita/misure-del-benessere-equo-e-sostenibile-bes/
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