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L’illusione italiana della Silicon Valley



Main points

·  Senza venture capital, mercati finanziari e quotazioni in borsa non nascerà mai un ecosistema innovativo.

·  Università e imprese italiane creano lavoro a basso costo, non startup globali competitive e durature.

·  Silicon Valley funziona grazie a capitale di rischio, imprenditori ambiziosi e mercati pronti a investire.

Molti hanno tentato di ricreare un modello paragonabile a quello della Silicon Valley, ma la maggior parte di questi tentativi si è infranta contro un equivoco di fondo, o meglio due, che si ripetono ciclicamente in maniera quasi prevedibile. Da un lato c’è chi ha creduto che il fulcro di tutto fosse l’università e che bastasse aprire politecnici, campus o centri di ricerca per avviare un ecosistema innovativo. Così sono nate strutture accademiche di buon livello che hanno effettivamente formato giovani preparati, brillanti, in grado di muoversi agilmente nel mondo della tecnologia e dell’ingegneria. Tuttavia, invece di generare spin-off, startup autonome, brevetti e imprese con una prospettiva internazionale, il risultato è stato spesso la creazione di una forza lavoro altamente qualificata al servizio delle multinazionali, sia italiane che straniere, che hanno approfittato di questa abbondanza di competenze a basso costo. Giovani talenti, dopo anni di studio e sacrifici, si trovano così a guadagnare stipendi che si aggirano intorno ai 1500-2000 euro mensili, mentre altrove, per le stesse mansioni, le retribuzioni sono dieci volte superiori. In questo modo, non solo si impoverisce il tessuto imprenditoriale locale, ma si erodono anche le possibilità di carriera dei singoli, i quali restano intrappolati in una condizione di precaria stabilità economica, spesso impossibilitati a costruire un futuro indipendente, soprattutto nelle grandi città dove il costo della vita è alto e le prospettive di crescita limitate. La seconda grande illusione riguarda chi ha pensato che la Silicon Valley fosse essenzialmente un fatto industriale e che, dunque, fosse sufficiente mettere insieme aziende di un certo peso, magari già affermate in altri settori, per ottenere un effetto simile. In questo caso si è creduto che la semplice somma di realtà produttive interessate alla tecnologia potesse creare quell’ambiente di innovazione che negli Stati Uniti ha prodotto giganti come Apple, Google o Facebook. Ma la realtà è che tali tentativi hanno generato poco più di una rete stagnante di imprese, incapaci di alimentarsi di nuovo capitale umano e prive di quella competizione feroce che è alla base di un vero ecosistema innovativo. In assenza di un ricambio continuo di idee, di persone e di investimenti, questi poli sono rimasti gusci vuoti, apparentemente solidi ma privi di linfa vitale. Ciò che non si è mai compreso fino in fondo è che per creare una dimensione paragonabile a quella californiana non basta mettere insieme università e industria, per quanto ben collegate e integrate possano essere. Serve una struttura più complessa e articolata che includa anche altri tre attori fondamentali, i veri assenti nel contesto italiano, soprattutto meridionale: i venture capitalists, i mercati finanziari e gli imprenditori disposti a quotarsi in borsa. Senza questi tre soggetti, ogni tentativo di costruire una Silicon Valley nostrana è destinato a fallire, perché manca il motore che permette di trasformare le idee in imprese, le imprese in aziende competitive e le aziende in colossi globali. Il venture capital rappresenta il cuore pulsante di questo sistema, perché non si limita a fornire finanziamenti, ma seleziona le idee, ne valuta il potenziale e si assume il rischio di scommettere su di esse. È grazie a questo meccanismo che in California è stato possibile finanziare startup nate nei garage e trasformarle in società multimiliardarie. In Italia, invece, la figura del venture capitalist è quasi assente, e laddove esiste si trova di fronte a un sistema normativo che rende difficile l’assunzione di rischi e la valorizzazione di investimenti ad alto potenziale. Allo stesso tempo, i mercati finanziari italiani non offrono quel livello di dinamismo, liquidità e apertura che caratterizza Wall Street o il Nasdaq. Senza un mercato capace di sostenere le quotazioni e di attrarre capitali, le imprese non hanno l’incentivo a crescere fino a diventare pubbliche, restando così intrappolate in dimensioni medio-piccole, fragili, e troppo spesso dipendenti dai finanziamenti bancari tradizionali. Infine, c’è il nodo culturale degli imprenditori stessi, molti dei quali considerano la quotazione in borsa non come un’opportunità, ma come un rischio eccessivo o addirittura una minaccia al controllo della propria azienda. Questa chiusura impedisce alle imprese di accedere a capitali freschi e a visibilità internazionale, condannandole a rimanere realtà locali incapaci di competere su scala globale. Per costruire davvero un ecosistema simile a quello californiano, sarebbe dunque necessario promuovere non solo la vicinanza fisica tra università e industria, ma anche lo sviluppo di quartieri finanziari e industriali integrati con la ricerca e l’innovazione. Nella prossimità dei politecnici dovrebbero sorgere spazi in cui possano operare venture capitalists, banche capaci di accompagnare le imprese in borsa e studi professionali specializzati nella consulenza strategica per startup e PMI innovative. Solo in un contesto simile si potrebbe generare quel circolo virtuoso in cui le idee nascono nei laboratori universitari, vengono sostenute da capitali privati disposti al rischio, si trasformano in imprese in grado di crescere rapidamente e, infine, approdano ai mercati finanziari, dove trovano nuove risorse per consolidarsi e competere a livello globale. Tuttavia, bisogna riconoscere che in Italia, per ragioni storiche, culturali e giuridiche, questa trasformazione appare ancora molto lontana. La diffidenza verso il rischio, l’attaccamento a modelli imprenditoriali familiari e la rigidità del sistema normativo rendono difficile immaginare l’insorgenza spontanea di un simile ecosistema. Eppure, senza questa rivoluzione culturale ed economica, ogni tentativo di replicare la Silicon Valley resterà un simulacro, un’imitazione priva dell’energia che ha reso unica l’esperienza californiana. Se davvero si vuole scommettere sul futuro e creare un modello italiano di innovazione, bisogna partire dalla consapevolezza che l’università da sola non basta, l’industria da sola non basta, e che senza capitali pronti a rischiare, mercati pronti a sostenere la crescita e imprenditori pronti a rinunciare a una parte del controllo in cambio di prospettive globali, non si andrà da nessuna parte. È in questa sinergia, difficile ma necessaria, che risiede la chiave di ogni possibile successo.




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