Il tasso di
utilizzo della capacità produttiva è un indicatore centrale per comprendere
quanto efficacemente un’economia impiega il proprio apparato industriale
rispetto al suo potenziale massimo. Si tratta di una misura che riflette non
solo la domanda aggregata di beni, ma anche la flessibilità e la resilienza del
settore manifatturiero. Valori elevati segnalano che le imprese stanno
sfruttando al massimo i propri impianti, spesso in presenza di una domanda
forte e sostenuta, mentre valori bassi indicano un rallentamento, un eccesso di
capacità installata o crisi economiche che lasciano inutilizzati parte degli
stabilimenti produttivi. L’osservazione delle serie temporali relative al
periodo 2000–2024 consente quindi di tracciare un quadro evolutivo delle dinamiche
industriali, evidenziando sia tendenze di lungo periodo sia shock specifici
legati a eventi globali.
Tra il 2000 e il 2007 la maggior parte dei paesi analizzati
mostra livelli piuttosto elevati di utilizzo della capacità, con oscillazioni
contenute tra l’80 e il 90 per cento. Austria, Germania, Francia, Paesi Bassi,
Belgio, Finlandia e Svezia si collocano sistematicamente in questa fascia,
dimostrando un’industria stabile, sostenuta dalla crescita economica del
periodo pre-crisi. In questi anni, le economie europee continentali evidenziano
una sincronizzazione abbastanza marcata, con valori che divergono solo
marginalmente. Al contrario, economie come l’Australia e il Giappone, i cui
dati sono riportati in forma di saldo percentuale e non come tasso assoluto,
presentano una dinamica più instabile e valori spesso negativi, a segnalare un
contesto strutturalmente diverso e meno omogeneo con il resto del campione.
Il 2008–2009 rappresenta una frattura significativa. La crisi
finanziaria globale porta a un crollo generalizzato del tasso di utilizzo, con
diminuzioni anche di dieci punti percentuali in un solo anno. In Austria si
passa dall’86,68 per cento del 2008 al 77,75 per cento del 2009, in Belgio
dall’83,18 al 72,38, in Finlandia dall’84,58 al 67,40, in Germania dall’86,80
al 72,30. Anche i Paesi Bassi, la Francia e la Svezia registrano contrazioni
simili, dimostrando come la crisi abbia colpito simultaneamente le economie
industrializzate attraverso il canale del commercio internazionale e della domanda
estera. Gli Stati Uniti evidenziano un andamento simile, con un calo dal 74,73
al 65,32, segnale di una recessione che ha intaccato in modo severo il settore
manifatturiero. Nel contesto extraeuropeo, il Giappone vive un crollo ancora
più accentuato, passando dal -5,50 del 2008 al -34,00 del 2009, riflettendo la
fortissima dipendenza dell’industria nipponica dalle esportazioni globali, che
in quegli anni subirono una contrazione senza precedenti.
Dopo il 2010 si assiste a una graduale ripresa, con un ritorno
progressivo verso valori vicini a quelli pre-crisi. Austria, Germania e Francia
risalgono stabilmente sopra l’80 per cento, anche se non riescono più a toccare
i livelli massimi precedenti al 2008. L’Italia, già caratterizzata da valori
più bassi, si ferma intorno al 70–75 per cento, segnalando un recupero più
debole e una struttura industriale meno resiliente. Paesi come la Slovacchia e
la Slovenia mostrano un’evoluzione positiva, con un progressivo avvicinamento
agli standard dell’Europa occidentale, a testimonianza di un’integrazione
produttiva sempre più stretta nelle catene del valore dell’Unione europea. La
Nuova Zelanda rappresenta un’eccezione interessante, con valori costantemente
molto elevati, spesso sopra il 90 per cento, e con una volatilità ridotta
rispetto ad altri paesi. Questo risultato riflette un settore manifatturiero
più piccolo ma meglio calibrato rispetto alla domanda interna ed estera, capace
di mantenere una stabilità notevole anche nei momenti di crisi globale.
Il 2020 rappresenta un nuovo punto di rottura. La pandemia di
COVID-19 porta a un crollo diffuso della capacità utilizzata, con punte
drammatiche come in Austria (79,48), Germania (77,30), Francia (73,83), Belgio
(75,58) e soprattutto in Australia, che scende a -43,00. Anche il Giappone
registra un calo significativo, passando da valori debolmente positivi a
-11,75. Gli Stati Uniti toccano un minimo del 72,70, confermando la gravità
dello shock globale. Tuttavia, a differenza della crisi del 2008–2009, la
ripresa è stata molto più rapida. Già nel 2021 molti paesi europei tornano a
valori compresi tra l’81 e l’87 per cento, dimostrando la capacità
dell’industria manifatturiera di riadattarsi velocemente dopo la fase di
chiusure e restrizioni. Nel 2022 e nel 2023 si osservano segni di
normalizzazione, anche se permangono alcune oscillazioni dovute all’inflazione
energetica e alle tensioni geopolitiche. Paesi come Austria, Germania e Francia
mantengono valori sopra l’80 per cento, mentre Belgio, Italia e Finlandia si
collocano su livelli più bassi, spesso sotto l’80 per cento, segnalando
fragilità strutturali.
Guardando l’intero arco temporale, emergono differenze nette tra
economie stabili e paesi più vulnerabili. Austria, Germania, Paesi Bassi e
Svezia mostrano una sostanziale resilienza, con valori sempre elevati, anche se
influenzati dalle crisi globali. Italia e Francia si distinguono per valori
relativamente più bassi, segnalando una minore efficienza nell’utilizzo della
capacità produttiva. I paesi dell’Europa centrale e orientale, come Slovacchia,
Slovenia e Repubblica Ceca, evidenziano un percorso di progressiva convergenza,
anche se partendo da valori più bassi. Nel contesto extraeuropeo, la Nuova
Zelanda si distingue per performance eccezionalmente stabili, mentre Giappone e
Australia presentano dati molto più volatili e negativi, suggerendo che la
struttura delle indagini possa riflettere indicatori diversi, basati su bilanci
percentuali piuttosto che tassi assoluti di capacità utilizzata.
Dal punto di vista economico, il tasso di utilizzo della capacità
è strettamente connesso al ciclo congiunturale. Quando i valori sono elevati,
le imprese tendono a investire per ampliare la capacità produttiva, stimolando
ulteriormente la crescita. Viceversa, valori bassi riducono l’incentivo a nuovi
investimenti, possono causare disoccupazione e riflettono condizioni di
debolezza della domanda aggregata. Le due crisi principali osservate nei dati,
quella del 2008–2009 e quella del 2020, hanno entrambe mostrato come shock
globali possano comprimere drasticamente l’utilizzo della capacità industriale,
con effetti immediati sulla produzione e sull’occupazione. La differenza
principale tra le due crisi risiede nella velocità della ripresa: lenta e
graduale dopo il 2008, rapida e marcata dopo il 2020, anche se con successivi
aggiustamenti dovuti a fattori strutturali ed esterni.
Nel complesso, i dati rivelano tre aspetti fondamentali. In primo
luogo, l’industria manifatturiera europea mostra una notevole sincronizzazione
ciclica, con movimenti quasi paralleli tra i diversi paesi. In secondo luogo,
esistono differenze strutturali significative: alcune economie riescono a
mantenere stabilmente un utilizzo elevato della capacità, mentre altre faticano
a raggiungere valori superiori al 75 per cento. Infine, gli shock globali hanno
un impatto generalizzato ma differenziato in intensità e durata, a seconda
della resilienza dei singoli paesi e della struttura dei loro sistemi
produttivi.
Questi risultati hanno
implicazioni di rilievo per la politica economica. Nei periodi di crisi,
interventi tempestivi di stimolo della domanda e di sostegno agli investimenti
risultano fondamentali per evitare un eccessivo sottoutilizzo della capacità.
Al tempo stesso, le differenze strutturali tra paesi suggeriscono la necessità
di politiche industriali mirate, capaci di rafforzare la competitività dei
settori più deboli e di sostenere l’adattamento tecnologico. La stabilità
mostrata da economie come la Nuova Zelanda dimostra che un settore
manifatturiero ben dimensionato e integrato con la domanda interna può offrire
una resilienza notevole, mentre la vulnerabilità di paesi come Italia e
Finlandia segnala l’urgenza di interventi più profondi per migliorare
l’efficienza produttiva. In conclusione, l’analisi dei dati conferma che la
capacità produttiva utilizzata non è soltanto un indicatore statistico, ma una
lente preziosa per valutare la salute complessiva dell’economia e l’efficacia
delle strategie adottate per affrontare crisi globali e trasformazioni
strutturali.
Fonte: OCSE
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