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L’evoluzione delle aliquote effettive medie e marginali tra 2019 e 2023: un quadro globale

 

 

Tra il 2019 e il 2023 il panorama fiscale internazionale, in termini di aliquote effettive medie e marginali, ha mostrato segnali di stabilità nei paesi OCSE e di maggiore eterogeneità tra le economie emergenti. Molte giurisdizioni sviluppate hanno mantenuto invariati i livelli di pressione fiscale sulle imprese, mentre alcuni paesi hanno attuato riduzioni mirate per stimolare gli investimenti e aumentare la competitività. L'Australia ha mantenuto costante la sua aliquota media effettiva al 28,5% e quella marginale al 28,56% per l’intero quinquennio, confermando un sistema tributario improntato alla stabilità. Similmente, il Giappone non ha registrato variazioni, con un’aliquota media del 28,36% e una marginale del 29,26%, segno di una struttura fiscale consolidata e prevedibile.

Alcuni paesi europei hanno invece avviato percorsi di riduzione delle imposte. La Francia ha visto un calo progressivo dell’aliquota media dal 31,75% al 23,66%, parallelamente a una discesa dell’aliquota marginale, coerente con le riforme pro-competitività varate negli ultimi anni. La Germania ha seguito un approccio più selettivo: mentre l’aliquota media è scesa dal 28,32% al 26,59%, quella marginale ha subito un crollo drastico, dal 27,67% a poco più del 9% nel 2021 e 2022, prima di risalire all’11% nel 2023, probabilmente per correggere e stabilizzare il sistema dopo interventi straordinari di incentivazione.

Al contrario, l’Italia ha evidenziato forti oscillazioni: l’aliquota media è passata da 19,37% a un minimo di 14,44% per poi risalire al 21,18% nel 2023. L’aliquota marginale italiana ha mostrato dati altamente negativi in diversi anni, toccando addirittura -84,94% nel 2021, un’anomalia che segnala la presenza di deduzioni, incentivi o regimi agevolativi molto incisivi, probabilmente introdotti per sostenere specifici settori o per compensare shock economici.

Tra i paesi nordici, si è osservata una lieve riduzione della pressione fiscale. In Svezia l’aliquota media è scesa dal 20,44% al 19,55% e quella marginale è passata dal 19,14% al 17,12%. Analogamente, la Norvegia ha mantenuto una stabilità con leggere oscillazioni, mentre la Finlandia ha mostrato una tendenza alla riduzione nel periodo 2020-2022 prima di una lieve risalita nel 2023. Questi paesi sembrano aver calibrato i loro sistemi fiscali per sostenere investimenti sostenibili e innovazione, allineandosi alle loro politiche di transizione verde e digitale.

Nei paesi emergenti e nei non-OCSE, il quadro è molto più frammentato. In Brasile le aliquote si sono mantenute elevate e stabili: 32,53% di media e 36,64% di marginale, coerenti con un sistema fiscale storicamente pesante sulle imprese. Al contrario, economie come India e Indonesia hanno implementato riduzioni sostanziali. In India, l’aliquota media è scesa drasticamente dal 37,82% nel 2019 al 24% nel 2023, una strategia esplicita per attrarre investimenti produttivi nel contesto della politica “Make in India”. L'Indonesia ha abbassato l'aliquota media dal 23,64% al 20,81%, semplificando il sistema e favorendo la crescita delle imprese locali.

Tra le economie dell'America Latina, il Cile ha mantenuto costanti sia le aliquote medie sia quelle marginali, intorno al 23,44% e 4,51%, rispettivamente, segno di una struttura fiscale orientata alla stabilità. Il Messico, invece, ha ridotto la propria aliquota marginale dal 43,51% a poco più del 20%, un cambiamento significativo volto a migliorare la competitività fiscale nel contesto regionale. La Colombia si distingue per una dinamica opposta: nonostante una lieve riduzione iniziale, le aliquote sono risalite nel 2022 e 2023, probabilmente in risposta a esigenze di maggiore gettito pubblico.

Alcune economie mostrano dati estremi o anomalie che meritano particolare attenzione. In Costa Rica nel 2019 l’aliquota marginale ha raggiunto il 169%, un valore eccezionalmente alto che indica problemi strutturali o effetti distorsivi di normativa interna. Anche Malta, Liechtenstein e Polonia hanno registrato aliquote marginali negative in diversi anni, a testimonianza di meccanismi di incentivo molto forti che riducono l'onere fiscale teorico sui nuovi investimenti. Questo tipo di situazioni può aumentare l’attrattività fiscale, ma anche generare rischi di concorrenza dannosa se non adeguatamente bilanciata.

In parallelo, i cosiddetti "paradisi fiscali" come Bahamas, Cayman Islands, British Virgin Islands e Guernsey hanno mantenuto aliquote medie e marginali pari a zero in tutto il periodo, ribadendo il loro ruolo di giurisdizioni a fiscalità privilegiata. Nonostante le pressioni internazionali, questi paesi hanno scelto di mantenere il loro modello fiscale inalterato, offrendo così un'alternativa alle multinazionali alla ricerca di efficienze fiscali, anche se ciò comporta rischi di reputazione e crescente attenzione da parte di organismi multilaterali.

La variabilità osservata negli ultimi cinque anni è influenzata da diversi fattori: politiche interne di stimolo all'economia, esigenze di consolidamento fiscale post-pandemia, riforme strutturali in risposta alla digitalizzazione, e, più recentemente, l'attuazione delle iniziative OCSE/G20 per la Global Minimum Tax. I dati indicano chiaramente che molte economie si stanno preparando all’entrata in vigore di regimi minimi globali di tassazione sulle multinazionali, fissati attorno al 15%, il che potrebbe stabilizzare ulteriormente le aliquote effettive nei prossimi anni.

Il confronto tra aliquote medie ed aliquote marginali fornisce indicazioni importanti. In alcuni paesi, come Germania e Francia, la discesa dell’aliquota marginale è più accentuata rispetto a quella media, a dimostrazione di politiche attive di incentivazione dei nuovi investimenti. Al contrario, nei paesi dove entrambe le aliquote si muovono parallelamente (ad esempio Irlanda o Australia), si evidenzia una maggiore neutralità del sistema fiscale rispetto alle decisioni d'investimento.

Un'altra osservazione significativa riguarda la dispersione geografica: i paesi OCSE tendono a convergere verso aliquote tra il 20% e il 30%, mentre nei paesi emergenti si osservano valori molto più variabili, da aliquote nulle a oltre il 30-40%. Questo riflette ancora differenze nei modelli di sviluppo, nei bisogni di gettito pubblico e nella capacità amministrativa di gestione dei sistemi tributari.

Guardando al futuro, la sfida principale sarà bilanciare la necessità di attrarre investimenti esteri con l'esigenza di assicurare gettiti fiscali sufficienti per finanziare le transizioni ambientali e tecnologiche. La crescente pressione per una maggiore trasparenza fiscale internazionale e l’implementazione di un'imposta minima globale renderanno sempre più difficile per i paesi mantenere regimi ultra-agevolativi senza adeguarsi agli standard internazionali. In questo contesto, i dati sulle aliquote effettive diventeranno strumenti ancora più importanti per valutare la competitività fiscale, la sostenibilità delle politiche tributarie e la credibilità dei sistemi fiscali a livello globale.

 

 

Fonte: OCSE

Link:  https://data-explorer.oecd.org/




 



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